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mercoledì 19 novembre 2014

Vita da nomade

Sono un nomade, da anni ormai. Ho vissuto molti luoghi, e in tutti quei posti la posta in gioco era sempre molto alta: badare alla mia sopravvivenza. Ho varcato soglie imprevedibili del mio essere. Ho visto scene euforiche di un inedito me che si mescolava con le faccende del mondo. Ho avvertito il calore di lacrime che scendevano giù per colmare lo sfogo delle distanze. Ho macinato distese di chilometri, lastricate e paesaggistiche visioni di contesti del tutto diversi tra loro, completamente nuovi al mio occhio vergine e inesperto, la cui spazializzazione mnemonica si rifà, tutt'ora, a quelle persone incontrate lungo i sentieri, che continuano ad animarli irrequieti, in quelle gesta così sospese poiché impacchettate in vitali esperienze dedite ad un altro tempo, un tempo ormai andato, ma in quel modo unico e irripetibile che alberga ancora nella mia mente, cocciutamente, intenta a ricordare nostalgica... Sono una persona diversa ora. Tanto tempo è passato e il mio respiro è cambiato. La mia voce ha subito un'alterazione soddisfatta del timbro d'intonazione, e il mio sguardo, ormai, è decisamente di un maturo cenere. Ho fatto dell'imprevedibilità il mio punto di forza. Della sospensione del ricordo, e dell'arresto del desiderio volitivo, l'alternativa congeniale per concedermi all'adattamento fluttuante delle circostanze. L'incertezza è l'unica certezza che ho, ma tutto questo scontroso individualismo che si percepisce a giro mi ammazza, sì: ammazza lentamente la mia creatività, la denutrisce. La maggior parte delle persone continua a calpestare ignara queste strade pregne di lordume e, allo stesso tempo, continua a condurre la propria esistenza strozzata in questa morsa invisibile di disumanizzazione imperante... Il risultato è che ognuno è diventato tremendamente solo, costretto com'è ad essere libero di vivere la propria sonora solitudine esistenziale. Allora chiudo gli occhi, per un momento, anzi per due, e penso solamente alla mia prossima avventura esotica, alla mia prossima tappa mentale, lontano da qui.
Anonimo

giovedì 16 ottobre 2014

Mi chiamo Frandom, e sono una rana che saltella nel buio.

Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.

Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al ed esenti dal pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano, e vista la sua caparbia cocciutaggine, verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso. “Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.

È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che lì fuori sia tutta una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore: il nemico non sono gli altri, siamo semplicemente noi stessi. Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).

Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani. Certo è che aveva un indiscusso potenziale.

E quindi che altro dirvi: sono Frandom, una rana che, come avete letto, accumula e associa pensieri a random, e che ora, con tutto rispetto, immergerà i suoi occhi gonfi di vivere nel buio salvifico di una nuotata saltellante, per salutarvi con affetto… Ciao.

martedì 23 settembre 2014

Coscienti allucinazioni

Sei troppo bagnato dalla realtà
ora fai un passo, esci…
Asciugati… Cosa vedi?


Un grumo di pensieri si è formato col tempo
quel tempo che col cuore non potrai mai uccidere
Sedimenti su sedimenti incastonati
strutture su sovrastrutture accumulate e composte a casaccio
che impediscono di ascoltare, osservare, scrivere
Silenzi e attese
immobili corse sugli autobus
tra visi smarriti dietro vetrate liquide di strade asfissiate
dal traffico congestionato e bagnato di quell'inutile abbondanza grondante
Il regno del sospeso, di scene al rallentatore, di un’inerzia massacrante
che reagisce disperato ad una velocità più mobile della mobilità
che arriva al suo punto di saturazione e smette
smette di produrre senso
Quante volte hai pensato di voler smettere di pensare
e quante volte ancora hai pensato a ciò che la tua mente produce
non ricavandone nulla
La tracce si cancellano non appena le impronti
le conseguenze delle tue azioni ritornano alla loro fonte
per svanire
Il processo causale ha subito un cortocircuito
È invece l’evento universale, in sé privo di cause e di conseguenze
che viaggia sull'onda insignificante di un linguaggio sconosciuto
Tocca a te riprendere in mano le redini del tuo discorso personale
fatto di sentimenti viscerali e di nervi scoperti
di parole e gesti che oltrepassano la superficialità patinata
la superficie epidermica delle cose
Ed ecco la genuinità di tramonti abbracciati e rasserenati
forieri della promessa di un arrivederci a domani
Quando meno te l’aspetti quello stato di inerzia subirà una scossa
e un andamento spontaneo segnerà quelle tue parole scritte da tempo
ma che ora si impregnano di un automatismo immediato, universale
Un tacito tramestio incessante
un sano lavoro che riemerge dagli abissi del suo anonimato
Ora puoi immergerti nuovamente, fallo
vivi tranquillamente di coscienti allucinazioni, di creatività sensata
e non preoccuparti, il resto poi verrà da sé

venerdì 19 settembre 2014

The Ciociaro's chronicles #1



Catania, 20/08/2014

- “…Vibratori al vento; Prepuzi in cappella; Sborra di fuoco; Sbattimelo ovunque, sbattilo lì; Puliscimi le tubature; Tette solenni parte II; Il tuo cazzo è il mio, ed io sono sua; Culi calati; Sborration; Giochi di mano, giochi di puttano; Gargarismi indecenti; Aurora sborealis con enormi cazzi ad Harlem; poi Bramose di cazzo; Bramose di fica; Uomini soli 2; poi c'è Vaselina connection... sì, ah, poi Fregne pregne di cazzi duri...…”
- ohhh!! Ma non si vergogna?? Ma io dico: le sembrano modi questi di parlare?? Che dissoluta volgarità!!
- Ma che ne capisce lei signora! … Questa è una dottissima citazione di uno dei massimi capolavori del Cinema!!... Ma io dico: che ne sa lei?? Si faccia gli affaracci suoi! Circolare prego…
E girandosi di sbieco aggiunge tra sé brontolando e scodellando la testa: - Mannaggia alla miseria: quanta gente ignorante c’è a giro… Non se ne esce, non se ne esce…
Così inizia l’esperienza siciliana del nostro caro ed inimitabile Ciociario, all’aeroporto di Catania, mentre aspetta le sue infinite valigie formato casa per il nastro scorrevole che ancora scorrevole non è, ma lui, nell’attesa, si diverte mentalmente a citare film, rovistandone alcuni nella sua impeccabile memoria, per poi esplicitarne, ad un pubblico immaginario (o semplicemente a se stesso – quest’ultima ipotesi è molto più plausibile), i climax più significativi: un vero e proprio esercizio di stile. Finalmente dopo parecchi minuti buoni, che a lui paiono un nonnulla, preleva le sue tanto attese valigie, due enormi armadi con le rotelle per una sola settimana di soggiorno, e si dirige verso l’uscita, verso un sole che chiamare sole è davvero misera cosa, perché quella lì fuori che lo attende è proprio una palla infuocata e minacciosa, credete a me. Ad ogni modo, lui ha pensato davvero a tutto, e i suoi occhiali da sole Ray-Ban ultimo modello sembrano una delle armi più efficaci contro quei micidiali, e prima di oggi a lui sconosciuti, raggi UV accessoriati di sentore africano. Esce e respira. Allo stesso tempo non si lascia sfuggire l’occasione di studiare prontamente la situazione femminile circolante: un autentico sciame di formosità ballonzolanti per ogni dove. I suoi occhi scandagliano; dietro le sue lenti così congeniali sempre quei suoi occhi hanno tutto il tempo di assaporare il momento, e sembrano preparare un banchetto da Re che riserverà diverse pietanze visive, tutte da spiluccare… Dalla sua espressione soddisfatta e leccata di ciglia, pare, comunque, essere enormemente soddisfatto (lo so è una tautologia, ma è efficace). E chi lo avrebbe mai negato. “Beh, una bella sudata di viaggio ne sarà valsa la pena, no?!”, sembra ad un tratto pensare tutto fiero e con le braccia sui fianchi.
È incredibile quanto, ad un osservatore esterno, il Nostro possa apparire tremendamente prevedibile nelle sue movenze, nei suoi pensieri fintamente arcuati, nei suoi atteggiamenti da buon maschione italiano. E invece, a dispetto di quel maledetto luogo comune che cercheremo piano piano di demolire, è sempre un passo avanti rispetto agli altri, non c’è che dire. Quell’osservatore esterno non si capaciterà mai della sua osservazione; non arriverà mai a conclusioni semplici e scontate, perché le sue considerazioni su quel preciso momento saranno già belle che superate, e risulteranno banali blande e sfilacciate non appena lui, il Nostro, avrà fatto il suo prossimo e sempre impeccabilmente direzionato passo; non appena, sempre lui, avrà quella sua inconfondibile disinvoltura di sfoderare quell’incredibile e nuova mossa spiazzante per tutti… La mossa che lo farà notare, lo renderà riconoscibile alle folle, in mezzo a cui un raggio luminoso lo designerà al cospetto di tutti (soprattutto agli occhi del mondo femminile): a tutti coloro che sono in costante ricerca di una postazione altisonante, profumata, da trono: una posizione all’ultimo grido. Questo è il nostro Ciociaro: l’Inarrivabile, un esempio da copertina che si intrufola, senza troppi ostacoli, nella percezione facilona delle masse. E se si arrivi a lui, anche per un respiro di millesimo di secondo ristorato da quella grazia tipica del “finalmente sono qui”, beh, è sicuramente tanta roba.
Comincia a camminare, dunque a molleggiare, perché la sua camminata, dovete sapere, è particolarmente interessante. Se per esempio ci trovassimo sempre in mezzo ad una folla (riprendo lo stesso esempio perché, per semplicità, aiuta a comprendere meglio), una folla dicevo formicolante, come può essere la fauna antropologica che sfreccia calpesta e sfrutta un non-luogo di passaggio, come quello che può interessare un qualunque aeroporto, e volessimo in qualche modo seguirlo e stargli dietro, perché io, in prima persona, sono il suo biografo personale incaricato e quindi, giocoforza, dovrò adottare necessariamente questa condotta di vita, ma voi, dal canto vostro, tutti voi, nessuno escluso, potrete benissimo essere già, o diventare un giorno molto vicino, uno tra i suoi milioni e sterminati fans (“sterminati” non perché qualcuno vi sterminerà non appena svelerete questa vostra incredibile dipendenza che vi state inconsapevolmente accollando – e credete a me: è davvero inconsapevole: mentre bussa alla vostra porta (sempre quella dipendenza) è già bella comoda sul vostro sofà, a sgranocchiare indisturbata i vostri pop corn appena spadellati e caldi e salati al punto giusto, per godersi lo spettacolo più patetico del mondo che vi vede protagonisti assieme a milioni di altri; ecco perché sterminati, perché prima o poi sarete veramente in molti)… Dicevo, se volessimo per qualche ragione stargli dietro – ma la ragione, spero, sia ormai chiara – questa condotta è una tra le cose più semplici del mondo. Lui molleggia, quindi, mentre cammina, descrive una traiettoria ritmica su e giù del suo portamento che, così facendo, si distribuisce nella sua direzione in avanti; ma allo stesso tempo oscilla, quindi si nasconde per un attimo per poi riemergere rispetto ad una linea immaginaria che rasenta il capo della massa uniforme che lo circonda. Quindi molto semplice da adocchiare a distanza, ripeto: potremmo trovarci in una fra le città più popolose al mondo, e l’effetto non cambierebbe. Però questa facilità di avvistamento rende tutto il resto davvero complicato. Sembra che Il Nostro furbone lo faccia apposta: è come se il suo molleggiare ostenti una facilità di raggiungimento… In quello che è, in quello che fa; magari per farti solo accarezzare il desiderio di salutarlo, di porgergli la mano… E invece è proprio questo quello che vuole: far annusare ciò che è; rendere appetibile la possibilità di essere come lui, affinché tutti quanti si uniformino alla sua diversità clamorosa… In questo modo acquisisce con molta facilità consensi; distribuisce speranze a tutto tondo… Ma sappiamo benissimo che sono solo speranze, e, nonostante questo, e soprattutto per questo, permettono l’attivazione di tutta la popolazione del mondo verso un’ipotetica e inavvicinabile realtà immaginata, verso un’illusione. E questo è Lui: è il re delle illusioni. Ecco perché l’ho chiamato l’Irraggiungibile… È come le stelle: la loro luminescenza lontana vive della loro illusione… Magari quelle stelle che pulsano da così lontano non ci sono già più, e noi siamo ancora lì, inebetiti ad osservarle…
E lui, il Nostro, in effetti non c’è già più, ma dov’è? Ah, eccolo! Ve lo avevo detto che non è facile smarrirlo… Si è piantato in un punto, e non sembra smuoversi. Alla vista di una bella donna, del suo seno che, nella sua mente, potrebbe benissimo non avere più confini, in due ganci sganciati in un nanosecondo, e squadrando poi ogni minimo dettaglio del viso di lei, perché per lui, così dice, il viso è la cosa più importante di tutte, partorisce e pensa ad alta voce uno slancio soddisfatto che viene dal profondo del suo essere, e che, fedelmente, fa così: “A quella, quando esce, le devi mettere il satellitare!”… Su questa espressione altamente postmoderna gli è venuta ad tratto una gran fame. Gli comunicano che, per cena, ci sarà carne di cavallo; polpette di cavallo, precisamente. Comincia a salivare al solo pensiero… Il Nostro, anche questo dovete assolutamente saperlo perché è di assoluta importanza, mangia come una fogna insaziabile, che non conosce fondo, che nel suo vocabolario di ingredienti di tutti i tipi non conosce la parola fine… Ha bisogno di energie, di molte energie… Questo perché, immaginerete voi, le consuma in maniera smisurata! Ebbene sì, in fondo, non è che un balordo smisurato che consuma smisurate energie: ecco perché sembra facile stargli dietro… Ma come vi ho già detto non è assolutamente così… Nella prossima puntata cominceremo piano piano a scoprire il perché. Adieu!

martedì 2 settembre 2014

The Ciociaro's chronicles

Premessa

Questo è un racconto a puntate di alcune gesta, le gesta di un grande italiano medio – "medio" per un modo di dire che si rifà ad un immaginario collettivo arenatosi, ancora, nelle attuali – quanto inutili – classificazioni derivanti da una concezione di stratificazione sociale non più esistente; ma qui, per inciso, benché sia in atto una riconfigurazione globale della società tutta, si riprenderà, con estrema fedeltà, il termine (medio) in questione nella sua concezione desueta (ma, ripeto, ancora ampiamente dominante), poiché questa raccolta non ha nessunissima pretesa di deludere quell'immaginario consuetudinario in cui, ancora, il lettore si orienta più facilmente e senza esitazioni (anche se, è doveroso dirlo, diversi cambiamenti piuttosto evidenti della e nella struttura sociale hanno indotto certi scricchiolii non indifferenti che hanno, e stanno, generando smarrimento generale – chiusa parentesi). Proprio per questo motivo, sempre lui, il lettore, potrebbe dunque serbarsi in questa sede, – a fronte di uno scenario, diciamo così, più familiare – una possibilità convinta di trarne più agevolmente le sue personali coordinate di senso.
Detto questo, si procederà ad una descrizione preliminare e sommaria del nostro inimitabile personaggio – unico nel suo genere poiché è praticamente impossibile emularlo: toglietevelo dalla testa! – prima di addentrarci nelle peripezie più incredibili e forsennate del Nostro.
Quando dico "medio" è anche, più che altro, per un esercizio di semplicità. Difatti il nostro caro Ciociaro è considerato il re di coloro che possono essere etichettati nella categoria sociale media in quanto, pur accentuando le loro tipiche dinamiche relazionali, ed essendo a conoscenza delle più infime e congeniali loro strategie di comportamento e/o atteggiamento, egli trae tutto il vantaggio personale possibile prendendosi costantemente beffa di loro – solitamente alle loro spalle e con una donna-vetrina al suo fianco.
Stiamo parlando, per farla breve, di un animale sociale spietato che, nella sua illusoria accondiscendenza perenne verso gli altri, e nel suo perbenismo ultra-accentuato da rione, mostra senza alcuna esitazione una facciata statuaria (e sempre impeccabilmente pettinata) di chi dice di saperla sempre lunga, ottenendo inoltre e indiscriminatamente servigi a suo unico vantaggio porgendo, a chi gli è attorno (ma solo ogni tanto, giusto per far vedere), gli spiccioli rimasti della somma di notorietà da lui guadagnata. Così, ostentando e lasciando immaginare una ricchezza e/o nobiltà d'animo senza precedenti, detta i ritmi della moda passeggera che lui, principe fra tutti, permette solamente di annusare; perché fino a quando tutti gli altri saranno a malapena riusciti ad ottenere un granello di ciò che lui impersonifica qui ed ora, egli stesso sarà già lontano anni luce dal presente sogno agognato dagli altri, pronto come sempre è a renderlo immediatamente anacronistico (sempre quel sogno) ai suoi occhi, adocchiando sempre – con un intuito a dir poco sovrumano – nuove mode, e depredando improbabili sacche di mercato ovviamente fino ad ora sconosciute ai più.
Un ulteriore chiarimento, inoltre, è dedicato al termine "ciociaro". Salvo creare sconvolgimenti indentitari nei confronti di tutta la popolazione di origine o tutt'ora residente/domiciliante nel lembo di terra dell'appunto rispettabilissima Ciociaria, si vuole qui precisare che il termine in oggetto viene utilizzato solo ed unicamente come semplice appellativo di riferimento verso il nostro principale protagonista. Quindi, chi con quel termine si sente per ovvie ragioni in qualche modo toccato o chiamato in causa, deve sapere sin da subito che l'intento non è assolutamente quello di generalizzare.
Al contrario è, chiamiamola così, una simpatica connotazione affettiva che ha trovato spazio e sviluppo durante un'esperienza di vita condotta da alcuni personaggi piuttosto pittoreschi, in cui il Ciociaro, essendone stato a piene mani immerso, ha dimostrato le qualità esorbitanti della sua inarrivabile persona, spendendole e condividendole nel tragitto rocambolesco percorso  assieme a tutti gli altri. Dunque, questi personaggi compagni di avventure, avendo origini differenti, hanno individuato, in quel termine, il più naturale e spontaneo modo per riconoscere e identificare il Nostro. Tutto qui.

domenica 25 maggio 2014

Per D___

Un piccione, un piccione stava entrando dalla finestra. Strano, a volte questa città ne sembra sprovvista. Quando dormono, la notte, si posizionano sulle aste di ferro che trafiggono in alto i portici, e sembrano non muoversi mai: statue, simulacri ripiegati su se stessi: un accumulo muto di sporcizia sembrano lassù. Ma questa mattina c’è il sole, cosparso, e il sole con la sua onnipotenza spazza via ogni cosa: le nuvole veleggiano in un oceano blu e l’atmosfera sembra tutta leggermente accarezzata da anime riposate. Sarebbe bello ogni tanto spegnere il cervello e non curarsi del frastuono interiore: l’atto di spegnerlo significherebbe solo attivarlo su altri canali meno disturbati, solo questo. E va bene così.
Le persone possono essere compresenti anche senza esserlo: è una misteriosa fascinazione che ci fa ancora sperare, una connessioni di menti che dialogano da lontano, per dirsi semplicemente ciao, eccomi qui. Ma oggi quelle persone stanno quasi tutte male, un male interiore e generalizzato, senza prospettiva, e non fanno altro che riversare disperatamente il loro male su altre persone: a volte, davvero, non possono fare altrimenti. E allora si distanziano per non farsene ancora, bruscamente, e questo non è altro che un segno di indiscussa, anche se incontrovertibilmente contrastante, debolezza. “L'ingiustizia è una maestra rigida ma impareggiabile.” Probabile, caro Dave, probabile; come ogni cosa che sempre con l’occhiolino divertito e strizzato mi hai suggerito.
In questo giorni accorri spesso tra i miei pensieri, lo sai? Forse perché ho solo bisogno di ridere, e tu, a me, mi hai fatto sempre ridere un sacco. Quando ti leggevo, col tempo, hai fatto nascere in me una risata nuova, inedita, una risata che era un misto di stupore, di catartiche invenzioni, ma anche di cruda e spietata consapevolezza di ciò che ci gira attorno sbeffeggiandoci. Mi hai insegnato l’umiltà, quell’umiltà che ho incorporato sin da bambino, ma che ora si riflette lucida nei miei tentativi di riscoprirla. Quanto mi hai insegnato, forse da lassù non puoi capirlo, ma io cerco di spiegartelo lo stesso. Quando parlo di te agli altri vivi in ogni mia parola, e questo non può che essere un autentico miracolo. Come quei miracoli che dispensavi sulle pagine quasi senza accorgertene, quasi senza volerlo, e che s’imprimevano nella mia mente con una tale forza da invadermi dolcemente l’essenza; esattamente come una delle tante melodie dei Sigur Ros: melodie tutte e sempre solo mie, così diverse ad ogni rivisitazione acustica, in base ai miei stati d’animo. Un potere comunicativo che hanno in pochi, un modo di sapersi connettere con un’altra mente che mi lascia sempre felice nel pensare a quel giorno, in cui, incuriosito come non mai, cercavo chi tu fossi, tra quei libri dai titoli così bizzarri che erano associati al tuo nome di saggista, professore, scrittore intimamente americano.
Le tue note, le tue mille e infinite note, sono mondi difficili e buffi da affrontare, da padroneggiare, per una mente inesperta come la mia, mannaggia a te. Sono oltremodo arzigogolati, e pregni di quella premura che sa tenderti però sempre la mano, ad ogni occasioni bislacca di interpretazione, per non abbandonarti mai. Grazie. Quanto volte ho sentito che parlavi solo a me; quante volte ho sentito di poter essere seduto su di una comoda poltrona per ascoltare le tue sterminate peripezie pirotecniche.  
Avevi ragione, hai avuto ragione, tante volte. Ora che i miei occhi possono osservare quello che avevi prognosticato, questa società è come tu l’avevi immaginata tanto tempo fa. Come diavolo facevi? Ma si può sapere chi è che ti suggeriva le risposte? I manuali di sociologia che studiavo all’università, in comparazione a ciò che mi dicevi e mi raccontavi, erano una burla inutile e ripetitiva.
Forse ora starai ridendo di me, però io queste cose dovevo dirtele prima o poi. La gente è triste, come quando dicevi di aver scritto quel romanzo infinito pensando esattamente a loro: “non so come sia per voi e i vostri amici, ma so che la maggior parte degli amici miei è molto infelice”... “Succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili.”
E quando per la prima volta mi hai fatto conoscere Lenore tutto da quel momento è cambiato; da quel momento in poi tutte le cose non erano più come le avevo lasciate prima. Hai inventato una donna che non si poteva non amare, coccolare nelle sue contraddittorie manifestazioni, e poi l’hai fatta scomparire, nel risucchio di quel tuo burrascoso cilindro magico di romanzo, affinché vivesse per sempre dentro di me, e mi portasse ad immaginare un mondo di felicità che manco t’immagini. All’inizio ho pensato che volessi semplicemente prendermi per il culo, poi ho capito che mi stavi solo facendo uno dei tuoi tanti doni: sei terribile. “Tocca le cose con considerazione e quelle saranno tue; le possederai; si muoveranno o resteranno ferme o si muoveranno per te; si distenderanno e apriranno le gambe e ti cederanno le loro più intime giunture. Ti insegneranno tutti i loro trucchi.” Sai quante volte ci penso? L’ho sempre fatto, per quanto mi è parso possibile, e continuerò a farlo, anche se quelle cose possono e si animano bruscamente contro di me saprò di aver fatto sempre la cosa giusta.
Ti scriverò ancora, sappilo, perché un contatto diretto con te ormai ce l’ho da tempo: ha contraddistinto questi miei ultimi quattro anni di vita, ed è stata una delle sensazioni più piacevoli, divertite, intellettualmente impegnate che io abbia mai provato. Ma soprattutto, come scrisse quel traduttore “pazzo” che si innamorò a ragione di te, e cocciutamente per un anno intero fu intento nel tradurti per la prima volta al resto del mondo intero, per la prima volta in un’altra lingua diversa dalla tua, e cioè la mia, sfidando ogni scetticismo su quello che potevi trasmettere a tutti quanti perché non gli credevano, e lui battagliando di sudore riuscì nell’intento di regalarci per quanto possibile l'animo, la ricchezza dei tuoi pensieri, beh ecco, vorrei salutarti riprendendo le sue magnifiche parole, perché lui, quel traduttore italiano, anche lui ricordandoti ha toccato inesorabilmente le corde nel mio animo frustrato, rifocillandolo però, e riempiendolo di un’aria nuova; un’aria sicura di speranza in quel tuo atto tragico, in quel tuo strascico grido d’aiuto:

“Non starò a raccontarvi la vera e propria disperazione che quel 12 settembre del 2008 colpì me e molti altri dei suoi lettori e ci tenne per lunghi mesi in una morsa di dolore. Ognuno di noi ha un rapporto molto personale con la letteratura di David Foster Wallace. Come gli oracoli, sembra voler dire cose diverse a persone diverse. Ma oggi posso dire che non una delle sue parole ha cambiato significato, per me, dopo il suicidio. Mentre lo rileggo continuo a notare, anzi, quanto fosse frequente e potente il Comico, nella sua opera, e ci sono mattinate terse spazzate dal vento in cui sono sicuro di ritrovarmi a vivere dentro uno dei suoi giochi, d’essere un suo personaggio preso nella morsa d’una certezza ridicola e mordace, quella d’aver imparato a vivere da un suicida.”

"Per sempre lassù", e per sempre dentro di me. Ciao Dave, a presto (strizzatina mia, questa volta)       


martedì 24 dicembre 2013

Lettera a Babbo Natale

Questa lettera è stata scritta da un ragazzo figlio del suo tempo: disoccupato e in costante ricerca di un lavoro che non riesce proprio a trovare, si ritrova nel periodo Natalizio ad avere le sue speranze, i suoi sogni, completamente infranti: sente di aver gettato un po’ la spugna ecco. Così, senza una motivazione logica, decide di fare una cosa che non faceva da tantissimo tempo. L’ultima volta, infatti, che ha fatto questa cosa manco se la ricorda più: scrivere cioè una lettera a Babbo Natale. Pur consapevole di essersi deciso a scriverla un po’ in ritardo (non si sa se la lettera arriverà in tempo, visto l’impazzito traffico natalizio), confida che, in un modo o nell’altro, Babbo Natale riuscirà ad aprire la sua busta e a tastare la carta e a leggera questa sua lettera, perché ha cercato di scrivere tutto quello che in queste feste sentiva di dire; tutto quello che, per una cosa o per l’altra, non è riuscito a dire a nessun altro in tutto questo tempo di frustrazione, di rassegnazione prematura.
Per circostanze fortuite, noi abbiamo la possibilità di leggere questa sua lettera... Perché? Perché, fondamentalmente, c’è stata una violazione della sua privacy, e un postino parecchio ubriaco ha deciso di scartare la sua busta perché – così ha riferito – gli piaceva un sacco al tatto quando se l’è ritrovata tra le dite, e voleva scoprirne il contenuto. (Questi ubriachi!)
Altre motivazioni non ci sono pervenute, ma questo poco importa: importa solo che la lettera sia stata definitivamente spedita e che, in questo momento, stia viaggiando per arrivare al suo effettivo destinatario: il Babbo dalla barba più bianca che c’è.
Ad ogni modo, dato che siamo troppo curiosi come quel postino e saremo ben presto brilli anche noi, leggiamo insieme cosa scriveva il Nostro; forse potrebbe interessarci:


Caro Babbo Natale,

non ricordo sinceramente l’ultima volta in cui ti ho scritto una lettera, ma sarà stato parecchio tempo fa. Probabilmente pensavo sul serio che tu esistessi, e che scendessi da quella specie di camino (che camino esattamente non era) dove Papà era solito arrostire i polipetti appena pescati; e mi preoccupavo tantissimo per te, non sai quanto, perché la canna fumaria era veramente nera, e quando sbirciavo in su constatavo, assurdamente, di quanto il suo buco in cima fosse davvero piccolo; uno spiraglio di luce. Allora mi chiedevo come diavolo facevi, tutte le volte, a calarti giù da quella sporca angusta strettoia (anche se l’odore dei polipetti arrostiti doveva essere stata una cosa mondiale, non è vero??). Quando ritrovavo però i miei regali sotto l’albero pensavo sempre che eri stato un grande, e per questo mi meravigliavo ogni volta della tua dimestichezza con questo genere di cose; mi sorprendevo del tuo trasporto, della tua magia: riuscivi, non si sapeva come, a portare a tutti i bambini i loro regali, qualsiasi fosse stato l’ostacolo che te lo avesse impedito.
Col tempo però scoprii che tutta questa magia non era altro che un’elaborata e sofisticata menzogna; che tu in realtà non esistevi per davvero, e che eri solo una figura inventata lì per lì per instillare nei bambini sogni e speranze. Incarnavi, in quei nostri sogni, la consapevolezza di un Babbo buono che dispensava doni a tutti, anche se noi bambini avevamo fatto un po’ i cattivi durante quell’anno. Eri, insomma, quella figura così umana che riusciva a ristabilire, con la sua risata da orco buono, la pace e la felicità in un mondo di ansie e di frenesie: che riusciva, in un certo senso, a ripristinare l’equilibrio ovunque andasse, ovunque fosse trasportato dalle sue renne (anche qui non si sapeva come) che volavano; esattamente come quando, lentamente e in un dolce balletto, cadono i fiocchi di neve ricoprendo tutto: non importa cosa ricoprono ma lo ricoprono e basta, e tutto sembra più bello come un sincero sorriso dalla finestra.
Ormai sono diventato grande e non penso di credere più a queste cose: non penso, insomma, che tu esista per davvero. Nonostante questa mia incredulità però, e la mia ormai tramontata propensione verso questo genere di credenze, ho deciso di scriverti una lettera lo stesso, sperando che in qualche modo (non so davvero ancora come) tu riesca a leggere cosa avevo da dirti per questo Natale.
Forse in questi tempi di crisi ho perso davvero il mio personale trasporto per ogni cosa, mi sento come se fossi in scacco e tutto fosse vano, nonostante i miei tenaci tentativi di creare qualcosa; di dare qualcosa a me stesso e a gli altri. Non so come siamo capitati a vivere questa orrenda situazione, ma so di per certo che quello che provo io lo provano tanto altri ragazzi come me: lo sento da loro, lo percepisco quando vedo i loro stanchi volti, nei loro sorrisi spenti. Gli stessi ragazzi che in passato sono stati bambini, esattamente come me, e credevano ciecamente e incondizionatamente in te, nella magia della speranza che dispensavi ad ogni Natale.
Ora, questi ragazzi si ritrovano ad essere dei bambini cresciuti: non solo sono disillusi da quel genere di magia che tu non facevi altro che trasportare con la tua polvere di stelle, ma si ritrovano anche ad essere completamente rassegnati e impotenti di fronte ad un futuro che ci prefiguriamo sempre di più come oscuro, sempre peggio, senza alcuna via d’uscita. Forse starò esagerando, forse non è tutto negativo come lo sto descrivendo io, ma è quello che sento, e penso che troverei tanti ragazzi della mia età pronti a sottoscriverlo così come lo dico, parola per parola.
Non so perché io ti stia scrivendo, forse perché davvero ho perso tutte le speranze e volevo ancora una volta illudermi. O forse perché, anche non credendoci più, credo nel luccichio festoso di quei bambini che ci credono ancora, ancora per poco, quel poco che basta e che avanza e che fa viaggiare incredibilmente le nostri menti, da bambini.
La crisi d’identità della nostra epoca è parecchio profonda; probabilmente da lassù, dal Polo Nord, te ne potrai chiaramente rendere conto, avendo una sguardo più prospettico e più comprensivo sulle cose; può benissimo essere. Quello che però voglio dirti, al di là di quello che tu possa realmente fare, e di presentarti nei pensieri di quei ragazzi che vivono brutalmente questa situazione, e di dispensare uno di quei tuoi famosi e barbosi sorrisi; e magari anche un abbraccio di speranza, se ti va, perché oggi, più che mai in questo natale, ne abbiamo veramente bisogno.
Forse sto parlando a nome di tutti impropriamente. Forse ancora una volta starò esagerando. Ma non penso che i ragazzi di oggi si sentano utili a far qualcosa. Non penso che siano veramente motivati nel fare quello che potrebbero fare in maniera eccellente, e magari non hanno ancora capito cosa possono fare di concreto, semplicemente perché nessuno li riconosce come umane potenzialità; perché nessuno, fondamentalmente, li riconosce, punto. Noi giovani dovremmo essere la risorsa del futuro, il motore del domani che verrà, e invece veniamo trattati continuamente come lo scarto, come un qualcosa che più passa il tempo e più si rendere invisibile; invisibile più che agli altri prima di tutto a se stessa. E allora ripieghiamo sul falso divertimento, sulle droghe, leggere e pesanti, per dimenticare. Per non pensare. Per staccare la spina da questa realtà: bruta, fredda e brutale... Senza emozione. Un realtà dominata dalle disuguaglianze più marcate. Dai ricchi che diventano sempre più ricchi e dai poveri che diventano sempre più poveri. Da una realtà egoisticamente concepita, che si fa beffa di tutto e di tutti e che acquista ogni dannata cosa al mercato dei consumi, perché solo lì e solo così gira oggi il mondo. Il liberismo economico ha sradicato il sociale che ci rendeva uniti, e tutti noi ora non abbiamo più un’identità solida con cui interfacciarci, con cui scambiare una parola di conforto. Certo, forse siamo dotati di più identità, quelle identità plurali che ci permettono di vivere in una società globalizzata dalle mille possibilità. Ma queste identità pluri-genere non hanno un filo conduttore che le riconduce alla nostra personalità: il mio carattere, la mia persona che crea nel mondo non avrà mai una dignità se non gli sarà concessa l’opportunità di averla; di poter creare qualcosa per il futuro dei miei di figli. E quindi tutti questi ragazzi spossati si ritrovano a casa, senza fare nulla, senza avere un lavoro da fare e un lavoro che ti consente di andare, via di casa: quel lavoro che possa in qualche modo redimerli dalla nullafacenza della loro misera condizione. Forse tu mi dirai: “Beh, dovrai impegnarti un pochino di più se vuoi ottenere qualcosa. Lo so che attualmente è più difficile di qualche tempo fa, ma se non muovi i primi passi non arriverai mai a nulla: nessuna possibilità piove dal cielo se non incominci davvero a fare qualcosa, tu, prima di tutto, in prima persona”...
In un certo senso, questa tua probabile affermazione in mia risposta potrebbe avere un senso, ma non quando noi giovani, risorsa preziosa per il futuro, siamo completamente lasciati a noi stessi; non quando il mondo ce l’hanno consegnato guastato e poi ci dicono “Vedetevela voi, noi non possiamo farci più nulla, e questo è...”.
La verità è che troppe politiche sbagliate sono state fatte nell’ultimo trentennio. Politiche di “sganciamento” e di riduzione dello Stato, nella convinzione che questo fosse il male in terra e che usurpasse le nostre individuali libertà. Si pensò che era meglio lasciare la società senza una direzione da seguire, senza una pianificata programmazione dall’alto, perché solo così si potevano realmente realizzare le singole libertà di ognuno: lo Stato-Nazione, la concezione di bene comune era troppo limitante in questo senso: bisognava cambiare.
In America, un gruppo di studiosi di Chicago pensò bene di riesumare delle idee “contro lo Stato”, idee e concezioni che erano state concepite, in origine, da degli intellettuali austriaci. Quest’ultimi pensarono che era meglio limitare i poteri dello Stato, perché avevano troppo vissuto male il periodo tra le due guerre mondiali, e non volevano assolutamente rivivere un ulteriore periodo in cui lo Stato si trasforma in uno Stato dispotico, in un dittatore che si arroga il diritto di “dirigere” e di dettare le sorti della vita di ognuno.
Così scrissero le loro idee di Società e, in un primo momento, non se li cacò nessuno. Poi questi giovanotti americani ritrovarono queste scritture e cominciarono a proporle alla nuova politica che avrebbe cambiato il mondo, che lo avrebbe reso più libero, più autonomo, più capace di creare ricchezza per tutti: e come non poteva sposarsi tutto questo con una cultura americana votata al progresso e che celebra il “Self-Made Man”, e cioè “L’uomo che si fa da sé”? E così abbiamo avuto la globalizzazione, che è stata, in un primo tempo, una sorta di americanizzazione e che, se da un lato ci ha permesso di confrontarci sempre più spesso con tanti altri popoli della terra (una figata!), dall’altro ci ha pian piano prosciugato delle nostre autentiche identità, quelle identità sedimentate nei nostri luoghi, quegli stessi luoghi che ospitano le nostre case.
E allora per poter sopravvivere a tutto questo dovevamo diventare egoisti, idolatrare il Dio denaro e fregarcene di tutti, tutti quanti, nessuno escluso, per andare avanti e pensare solo a noi stessi.
Ecco, io per questo natale non vorrei proprio nulla, davvero, perché se cominciassi a chiedere qualcosa poi vorrei troppo. Ma se ci penso un attimo però, su quel che voglio davvero, non penso che sia così difficile ottenerlo, da uno come te poi, che non hai mai fatto mancare nulla a nessuno.
Ecco, se proprio dovrei avanzare dei desideri vorrei...
Vorrei che le persone fossero un po’ più gentili, le une con le altre, perché è con la gentilezza che si misura il grado di civiltà in una società che si ritiene tale.
Vorrei che si cominci solo a sospettare (solo a sospettare, non a pensare seriamente) che il denaro, e tutto ciò che esso comporta, non è la vera felicità, e che porta solo alla miseria individuale, sempre e comunque: è una cosa che corrode e poi ti rende ancora più misero di prima.
Vorrei che i potenti della terra si rendessero conto di quanto siano soli e spregevoli nelle loro “gabbie” piene di lussi sfrenati, perché le loro fortune, e sono solo fortune (ereditate e guadagnate a discapito di altri), diventano davvero fortune se vanno condivise, con gli altri.
Vorrei che si facesse più beneficenza, quella vera, quella anonima, e non solo quella di facciata che si fa solo per avere un tornaconto di immagine.
Vorrei che alle forme si sostituissero di più i contenuti, e che l’apparenza ceda il passo al senso autentico che sempre c’è dietro, brutto o bello che sia.
Vorrei un mondo più uguale, con meno sperequazioni inique che fanno soffrire sempre di più la povera gente, che ha sempre lavorato e che si è sempre spaccata la schiena per poter fare qualsiasi cosa, anche per sorridere: vorrei più giustizia sociale.
Vorrei meno televisione e più libri, una biblioteca nella mia città piena di libri.
Vorrei più piazze piene e meno gente che riempie i supermercati.
Vorrei che a tutti i ragazzi fosse data la possibilità di studiare, come è stata data a me, perché lo studio è ricchezza, lo studio è saper leggere il mondo ma è, soprattutto, emancipazione dal sé.
Vorrei che fossero valorizzate le nostre distinzioni, le nostre differenze di qualsiasi tipo, di razza, di genere, differenze nei gusti sessuali, perché sono solo le differenze che creano le scenografie migliori: il piattume del gruppo dove tutti sono fotocopie degli altri mi annoia.
Vorrei che si pensasse di più agli altri e meno a se stessi egoisticamente, anche se questa cosa pare una cosa trita e ritrita e, ciononostante, non si riesce mai a fare per davvero.
Vorrei dei veri amici, e non quelli che ti girano le spalle alla prima difficoltà, o quelli ancora che ti sfruttano perché vogliono solo qualcosa per sé, tristezza.
Vorrei una ragazza che vuole viversi una relazione, seriamente e spensieratamente, e non che debba avere sistematicamente paura del dolore che potrà esserci dopo, qualora la nostra relazione abbia un termine: la vita è piena di alti e bassi e va preso tutto il pacchetto se si vuole vivere veramente, altrimenti cedi il biglietto ad un altro e rinuncia al tuo viaggio.
Vorrei che ci fosse più coscienza comune, in un popolo disorientato e ormai allo sbando.
Vorrei che si facesse più politica seria, perché la politica non è un male in sé: parla del nostro futuro. Sono quei poveri che al palazzo credono di avere le risposte che l’hanno svuotata di senso.
Vorrei un mondo più globale ma più globale in senso umano.
Vorrei che ci fosse più Stato e meno mercato. Lo Stato è la garanzia per i nostri diritti; il mercato, invece, se non ben regolamentato, è solo la giungla degli egoismi e dell’usa e getta per antonomasia.
Vorrei godermi un tramonto senza preoccuparmi di respirare delle polveri sottili e nocive, derivanti da un inquinamento selvaggio che ha ormai portato al collasso la nostra terra, che è malata e si ribellerà, fra non molto.
Vorrei più amore e meno menefreghismo.
Vorrei più considerazione per gli altri e meno quel via vai di gente che non si considera nemmeno.
Vorrei che tutto i soldi spesi per gli addestramenti militari, per le armi, e per la realizzazione di guerre fossero impiegati per rivitalizzare i paesi che non hanno davvero nulla (tante cose si potrebbero risolvere con quegli investimenti che chiamarli investimenti mi viene il vomito); perché queste pratiche, oltre a disumanizzare e togliere un cervello a chi di mestiere fa il soldato, non portano davvero a nulla, se non alla distruzione e alla morte. Questi addestramenti disumanizzanti non servirebbero neppure a fronteggiare un'improbabile invasione da parte di simpatici extraterrestri venuti da molto lontano: tanto ci farebbero il culo lo stesso.
Vorrei più luoghi e meno non-luoghi.
Vorrei stringere la mano a più persone che posso, perché so che, anche se a prima impatto possono anche non piacermi, avranno sempre qualcosa di diverso da dirmi.
Vorrei un mondo in cui i giovani contano, perché se poco poco ci viene data una possibilità, noi la sapremo di certo sfruttare, e vi renderete conto, voi, poveri padri increduli e sfiduciati e miscredenti, e che vi siete pappati davvero tutto, che noi, seppur con le nostre debolezze, siamo gli esseri al momento più innovativi sulla faccia di questo pianeta. E spacchiamo.
Vorrei, vorrei...

Lo sapevo Babbo Natale che, se ti avessi scritto, sarebbe andata a finire così: era da tanto che volevo scriverti tutte queste cose, ecco perché.

Un felice natale anche a te, dato che raramente ti viene augurato.

Anonimo

venerdì 20 dicembre 2013

Il regno della Solitudine

La solitudine è davvero una brutta bestia, è una specie di sovrastante spauracchio che quando ci intravede ci coglie alla sprovvista facendoci “buh!” e si diverte tantissimo nel vederci impauriti, surclassati, completamente impotenti davanti a quella cosa che davvero non riusciamo a gestire: facciamo di tutto a volte per rifuggirla, ad ogni dannata occasione in cui cominciamo a sentirne i primi distinguibilissimi segnali premonitori; in fondo non siamo che animali sociali, che hanno solo bisogno di un vivace fuocherello e di una sana e musicale compagnia per alimentarlo, tutto qui. Certo, ci sono anche momenti, attimi della giornata, in cui non vediamo l’ora di staccare da tutto e da tutti ("non voglio vedere nessuno!"), e di riprenderci finalmente le nostre pause personali, vagando, senza senso, nei flusso di quel nostro universo che è tremendamente e squisitamente soggettivo. Quando dico “squisitamente”, non significa che quel materiale che trova collocazione nella nostra testa abbia un sapere buono; questo può anche darsi, ma non è esattamente questo quello che voglio dire. Significa, invece, che quello che ci frulla in testa è solo nostro, personale, e che le altre “materie mentali” simili alle nostre non saranno mai identiche a quella (per fortuna) con cui, in un modo o nell’altro, siamo costretti a fare i conti tutti i giorni. E quindi spesso, quando il rumore si fa troppo forte e l’acustica interiore diventa assordante, preferiamo gestire la cosa con un semplice gesto: abbassare lo schermo della nostra attenzione interiore e mettere tutto in standby; per favore sì, ecco, va molto meglio ora... È così che funziona la vita da solitari: viviamo un falso presente ipnotizzato da un qualsivoglia intrattenimento-droga (quello che capita a giro va più che bene), invece di riflettere appassionatamente su tutto quello che ci ha portato sino al qui ed ora e su quello che vogliamo; su tutto ciò che desideriamo enormemente fare nell’immediato più immediato che sarà qui a momenti o nell’orizzonte futuro: il passato tormentoso e il futuro assillante preferiamo quasi sempre metterli da parte: sono due torri belle cariche di paura mentale da evitare senza pensarci due volte. Il presente, quello Fico, quello spensierato che vola via in un attimo, viene vissuto solitamente in buona compagnia, mentre quello da gioco-solitario viene appiattito in attività di svago, in una presa di coscienza che è lenta a venire fuori; forse perché il tempo ci sembra sempre troppo poco e il suo veloce sgocciolamento ci porta speditamente, e senza accorgercene, nelle braccia tenerose di Orfeo (ma quanto sono morbide e consolanti e paffute a fine giornata le braccia-cuscino di Orfeo? “Orfeo, sì dico a te, sei proprio un’entità simpatica e piumata e benevola; te lo dovevo proprio dire, per fortuna che ci sei, anche se non ti conosco poi così tanto bene, e forse sarà proprio per questo..."). E quindi tic e tac, le lancette dei minuti del simpatico orologio che troneggia in soggiorno sono governate dalla lancetta dispotica dei secondi: è lei, fondamentalmente, l’ape regina che fa scattare le loro arcate ripetitive e circolari. E il tempo passa e tu, nel frattempo, hai esaurito lo svago esterno, quello artificialmente indotto, fatto d’immagini, d’informazione, di shopping sfrenato sotto l’albero delle feste illuminate di rosso, di tempo sprecato davanti a pagine digitali e super e ipertestualizzate che scorrono come rulli inferociti e che ti rimbalzano da una parte all’altra come la scia invisibile di una pallina da Ping Pong, manco fosse Forrest Gump (respect) a disegnarne le traiettorie posizionato di fronte all'altra parte del tavolo verde rialzato a mo' di pannello verticale, di modo che, da solo e saggiamente, può dialogare di battuta e risposta in tutta tranquillità (che uomo lungimirante). Insomma, arrivata una certa non se ne può più e quindi stacchiamo (da notare che “staccare” è un termine, un verbo in questo caso, che fa riferimento al mondo delle cose, e noi non siamo il-mondo-delle-cose). La verità è che questo mondo sociale ci ha de-contestualizzati, de-spazializzati gli uni dagli altri, e i nostri affetti più cari sono così tremendamente lontani che non ce ne capacitiamo; il ché può comportare una gioia impagabile nel momento in cui sboccia il tanto atteso ritrovo ma che, alla lunga, il più delle volte, ci condanna a vivere miseramente la nostra assordante condizione di solitudine esistenziale. Le persone sono sole, che lo vogliano o no, e questo è proprio tangibile, davvero prorompente... Può essere una mia pippa, un qualcosa che sento ingiustificatamente dal di dentro, ma è la percezione che si avverte, perché i nostri dialoghi, i nostri incontri, sono ormai costantemente commisurati su ciò che succede su uno schermo illuminato, su una pagina che alla fine è solo virtuale, e che toglie carne alla carne, spirito a quello spirito già andato e bello immesso, tramite parole luminescenti e ultra-veloci, su una tastiera stanca e accartocciata; una tastiera che ormai riconosce a memoria le nostre impronte digitali e che risulta levigata dalle loro ripetute e costanti pressioni: queste, non sono altro che le pressioni del nostro Io desideroso di fuoriuscire, scalpitante per farsi mondo, ma che, per ora, risulta essere solo in formato digitale, e ingabbiato, in una sfera invisibile ma ciononostante così urgente socialmente, e che fino a questo momento non ne conosciamo esattamente le sorti: ci fa spaziare in un mondo che non sappiamo dove ci porterà. E quindi in questo momento voglio solo il mare, e imprimere il mio Io solo su di Lui, e da solo con Lui, con quelle sue violente ondate invernali trasportate dal vento soffiante che si scaraventano sulle coste di casa, e che vengono in fine a prelevare ogni particella del mio pensiero, quel pensiero minuto e spicciolo e così personale che con quelle onde potrà davvero raggiungere ogni dove.


Accozzaglia di pensieri tramutati in parole con i Sigur Ros trapiantati nelle orecchie.  

lunedì 18 novembre 2013

La trascendenza si cerca in basso

Giochiamo d’immaginazione. Siete a cena, una cena a cui desideravate parteciparvi da un sacco e dove magari c’è anche tanta gente che non vedete davvero da tanto tempo, tale per cui è davvero difficile stabilire con certezza l’ultima volta in cui avete avuto modo di stare tutti insieme, tutti di nuovo così appassionatamente. Quel tempo macigno, infatti, ha pensato bene di riempire tutte le falle e, per giunta, ha arricchito la vostra vita con tanto altro e altro ancora, il ché è altamente normale. Tra le vostre presenze sul quel tavolo c’è qualcosa di invisibile, una materia che ormai fa luce su tutte le cose e appartiene propriamente alle vostre vite; un qualcosa che non potrete mai e poi mai condividere pienamente, nonostante i vostri più efferati sforzi di spiegazione condivisibile. E dunque persone del passato si rifanno vive nel vostro presente, con un volto nuovo e bizzarro, e quasi tutti i dialoghi, per avere una propria e più viva legittimazione, devono rifarsi quasi necessariamente ad un passato né tanto vicino né troppo lontano, seppure ormai inesorabilmente andato. La vita, nel frattempo, ha fatto il suo corso naturale e distanziato. Ad un certo punto (presumibilmente all’inizio della presa di posto), un tipo abbastanza audace, un tipo che ci vede lungo sulle sorti di una cena cosiddetta da “rimpatriata”, si alza col bicchiere in mano e, tintinnando con decisione quel povero bicchiere utilizzando una posata qualunque, chiede, senza remore, la parola tra i rimpatriati: ha in mente una proposta inconsueta e altamente provocatoria: deporre tutti i prolungamenti tecnologici (nella fattispecie smart phone o simili) e accumularli ad un angolo lontano del tavolo, dimodoché l’atto in sé possa essere da monito per tutti: chiunque si arrischi nel cercare di sbirciare o di gironzolare in una realtà altra che non sia quella della serata in corso d’opera verrà penalizzato duramente: pagherà senza sconti l’intera cena a tutti, nessuno escluso. Tuttavia viene contemplata un’unica, quanto remota, eccezione al caso: si potrà eventualmente rispondere solo ad un’inaspettata (?) chiamata della mamma, poiché ritenuta dalle circostanze plausibilmente improrogabile – nel caso in oggetto, al termine della chiamata, la mamma in questione dovrà, per forza di cose, confermare, preferibilmente in vivavoce, l’effettiva veridicità del suo ruolo di mamma del soggetto interessato, salutando collettivamente tutti i commensali presenti alla cena; anche se non conosce tutti quanti non importa). Lo scopo del gioco è la deterrenza dalla nuova trascendenza in formato digitale: riusciranno i nostri eroi nel motivato e tanto ricercato intento? (di motivazione, per dirla tra noi, ce ne vorrebbe a palate). Tutto ciò, infatti, sembra esser diventato difficilmente attualizzabile al giorno d’oggi. Una volta capitava di osservare il cielo per trovare una qualunque ispirazione; oppure c’era chi preferiva il mare per staccare un attimo dal quotidiano e per collegarsi all’altrove (chi ha il mare a portata di mano, sa di cosa sto parlando); o ancora, tendevamo, molto innocentemente, ad essere per lo meno partecipi al cospetto di una conversazione seppur di circostanza. Tutto, in qualche modo, prendeva quelle sembianze che riuscivano a trasportarci in una dimensione in cui si poteva riconoscere un barlume di momentanea sensatezza. Anche se tutte queste belle cose continuiamo comunque a farle, sembra che il quadro della situazione non sia più lo stesso: che lo vogliamo o no le cose sono piuttosto cambiate. Con un occhio si osserva l’interlocutore per non tradire il proprio ascolto (che si presume attivo) e con l’altro si dà una sbirciatina ad uno schermo digitale: il mondo si è concentrato in una sola mano ed è peggio di una calamita scorrevole e “informativamente” imbizzarrita: anche se cerchi di sfuggirle lei prima o poi ti troverà: basta sollecitare e toccare quello schermo. E può anche essere un nuovo tipo di distrazione da dipendenza ma, effettivamente, sta modificando il nostro modo di concepire il contesto in cui siamo inseriti e i legami sociali che vogliamo o tentiamo, affannati, di costruire, rinsaldare, e sviluppare in divenire. E dunque le cene sono diventate parecchio noiose con tutta questa gente che alla prima occasione utile evade, si fa letteralmente assente, cercando non si sa cosa in quell'aggeggio così utile e "spettacolare" (tu non lo sai, lui forse sì); sempre con quel capo chinato verso il basso, simile ad una strana e obbligata deferenza che lo estranea da tutto e da tutti. E quelle sue dita sono così impegnate a scorrere e a smanettare che non ce la possono fare e, penso, che preferivano di gran lunga gesticolare caldamente con persone reali, presenti, piuttosto che stare lì, unte delle proprie impronte digitali sudaticcie, a tastare a tentoni un freddo, ma così sorprendentemente accessibile, schermo bombardato di meraviglie.

Forse volevo dire tante cose, forse non ho detto davvero proprio nulla, ricadendo magari in sterili luoghi comuni piuttosto noiosi; ma in questo caso è proprio la disarmante sensazione che la fa da padrone, non so come spiegare. Evidentemente, per tali questioni, è davvero parecchio difficile capirci qualcosa, almeno per il momento. Ma quell’ipotesi di cena, tanto inusuale quanto veramente rappresentativa di un ritorno a soli pochi anni fa, io me la vorrei proprio godere un’altra volta, giusto così, per saggiarne l’effetto che fa, di nuovo.

domenica 3 novembre 2013

La faretra dei sentimenti

Un impeto, un fragore, un tuono di festa: ecco la quintessenza della felicità. Il viaggio per raggiungere tutto questo è però solitamente percosso da sentieri bui, minacciosi, tendenti all’incubo degli incubi peggiori, ed io non faccio altro che inoltrarmi, mi ci catapulto ecco, li percorro e li attraverso, tutto tremante, tenendo per mano la chiara e intima consapevolezza del vederci sempre lontano, qualsiasi cosa accada, qualsiasi traversia possa minacciosa aspettarmi, conservando sempre con me, su quel selciato personale di cammino, quel pizzico di sentore speranzoso che mi proietterà sempre più lontano, e più lontano ancora, sempre si spera, dove qualsiasi e pregiata gemma di vita può essere toccata solo dalla più arguta e allo stesso tempo incantata sempre presente immaginazione. E dunque fagotto in spalla e si parte, con la scintilla per ogni dove. La finestra delle possibilità si fa sempre più angolare e dai suoi angoli, con caleidoscopica precisione, si dipana per estensione: li afferri e mo’ di mollette e gli allunghi a tuo piacimento attraversando la loro elasticità, allargando questa volta il tuo di angolo visuale. E dunque che fai: ti arresti. Ti sembra di vederci tutto chiaro e allora avanzi nuovamente. I soggetti del tuo desiderio sono tutti là, ansiosi della tua scelta e febbricitanti di una possibilità che solo da te verrà dettata con l’indice alzato; e allora non ti resta che scrutarli, con fare piuttosto ammaliato in procinto della tua emozionante indicazione... Quando un mio amico mi suggerì il titolo meravigliosamente inconsueto di questo post le circostanze erano imbevute di liquida tumescenza alcolica, e la fioca luce dei viottoli dove eravamo inseriti illuminava le nostre esistenze finalmente ritrovate, non permettendomi, tuttavia, di afferrare bene, di primo acchito, cosa lui, sempre quel mio amico, stesse di preciso pensando; ma colsi distrattamente, in quel suo sguardo dall’euforia spensierata del coniare smanioso ex novo, un rimando simbolico ad altri mondi, mondi tutti suoi soggettivi venuti piuttosto da lontano, e che si rifacevano (sempre quei mondi) ad una cazzutissima espressione che sguazzava nelle sue cervella da peluche sudaticcio col drink in mano incorporato. E allora decisi di re-interpretare quella sua felice espressione come un’entrata in scena memorabile e mi proposi che, da quel momento in poi, avrei dovuto rincorrere quell’obbligo che vedeva suggellare quel nostro incontro-momento, tra quei viottoli di luce giallo fioca, la tipica luce che si rintana in quella dimensione sfumata che appartiene propriamente alla cartella-catalogazione post-aperitivo. La faretra. Che diavolo gli sarà sobbalzato in testa a quel peluche sudaticcio e barbuto in quel nano di secondo spuntato: la faretra. Un astuccio pregiato che contiene lungimiranti frecce di precisione, come quelle che risalgono al tardo medioevo, di cui è rimasta visibile traccia in tante delle sue superstiti, come quella che ha ben pensato di rimanersene conficcata nella sua ombra secolare distinguendosi lassù, in alto, alla luce di un porticato in legno della Bologna dei giorni nostri (solo per inciso: esiste davvero quella freccia, e l’ha fatto intendere chiaramente che non ha nessuna intenzione di smuoversi da lì). Magari quel nesso cerebrale di quel mio amico barbuto e sudaticcio (con un pullover rosso e una valigetta vintage per l’occasione) si rifaceva a dettami ancestrali incuneatisi proprio in quel bizzarro momento in quei suoi peculiari interstizi cognitivi, chissà. Fatto sta che mi ha spinto a dovere a rovistarci in quella faretra delle meraviglie e a rimuginarci parecchio su, circa una possibile connessione con un qualcosa che solo lontanamente poteva assomigliare ad un sentimento. E allora sono arrivato alla conclusione che si tratta di un’espressione grandiosa, pensa un po’ “La faretra dei sentimenti”, quale tessuto immaginifico più azzeccato. A volte il termine “faretra” lo ritrovavo in saggi ultra-specializzati di sociologia-non-inculata-letteralmente-da-nessuno, utilizzata da ricercatori sottopagati e costretti e ricurvi tutti stipati in aule studio davvero piccolissime; e questa gente tramortita dalla vita accademica (che sempre avevano oltretutto desiderato) si ritrovava ad utilizzare quel termine, per darsi, come dire, un minimo di stacco poetico e melodioso da tutta quella caterva di ricerca che erano solititi compiere per baroni stempiati e bastardi, solo pronti a mettere la loro firma sui loro tanto ricercati e appuntati scritti (gli scritti dei ricercatori). Questa momentanea e slanciata poeticità a fronte dello snervo l’ho sempre vista come un tentativo bizzarro e malriuscito di evasione, anche perché quel termine in quei testi sociologici era accostato solitamente alle parole “soluzioni” e “possibilità”, tutti tecnicismi che, comunque, venivano asserviti ad un’unica e sola causa comune: far fare bella figura al – per incrementare la quantità delle pubblicazioni accademiche del – dispotico barone bastardo citato in precedenza (e non si tratta di baroni rampanti; quelli sono fatti di tutt’altra stoffa, almeno per come li intendo io – vedi l’opera troppo incredibilmente fantasiosa, e forse il libro più tremendamente bello, di Italo Calvino “Il barone rampante”). E dunque, diversamente, l’associazione della faretra ai sentimenti mi ha dato come un respiro nuovo, una particella di ossigeno mai respirata prima, una ragione nuova per credere che all’interno di quell’astuccio pregiato possiamo veramente fare incetta delle nostre emozioni e trovarcele in mano dove-meno-te-lo-aspetti: perché le vere emozioni sono quelle che sul serio colpiscono il nostro interlocuotore-soggetto e lo fanno piacevolmente sconquassare di quella veridicità spiazzante che sarà sempre giustificata, perché umanamente e inter-soggetivamente vera.

Ora, non so se sono riuscito realmente a cavarci un ragno dal buco, ma meta-realmente penso di sì. Ecco perché vorrei dedicare queste mie parole a quel peluche del mio amico che, spero, or ora, in questo preciso e assoluto momento, sia tutto intento a leggere fino a qui, proprio fino al ciao Bubu.

sabato 2 novembre 2013

Una storia ridotta all'osso della vita postindustriale



Quando vennero presentati, lui fece una battuta, sperando di piacere. Lei rise a crepapelle, sperando di piacere. Poi se ne tornarono a casa in macchina, ognuno per conto suo, lo sguardo fisso davanti a sé, la stessa identica smorfia sul viso. A quello che li aveva presentati nessuno dei due piaceva troppo, anche se faceva finta di sì, visto che ci teneva tanto a mantenere sempre buoni rapporti con tutti. Sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì.

David Foster Wallace

sabato 26 ottobre 2013

Il luccichio del medium non è il messaggio

Lo scrittore postmoderno, non c’è che dire, dovrebbe essere un tipo di personaggio davvero incredibile – parlo, ovviamente, di scrittori con la S maiuscola, e non di quelli che vengono ritenuti tali solo perché riescono a far breccia grazie a quel tipo di marketing selvaggio che, per aderire alle macabre logiche di mercato, riempie, com’è ormai da tradizione, le librerie di tutto il mondo proponendo insulse pile di libri che ostacolano il passaggio davvero da boccata d’ossigeno (quando ci riesci) verso quelle traiettorie di scaffali veramente degni di uno sguardo incuriosito e a dir poco appagante. Dunque i veri scrittori li riconosci solitamente in seconda battuta, te li devi andare a cercare per dirla in breve, e percepisci che sei davvero in buone mani solo quando c’è il momento fatidico dell’apertura della prima pagina e scopri che sei al cospetto di un qualcosa di spiazzante e di voglioso che ti tira con sé nel prosieguo di quelle parole che si susseguono burrascose. Infatti, come cercò di suggerirci sapientemente il nostro, per molti aspetti insuperabile, Italo Calvino, nel suo romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, il più delle volte un buon libro deve riuscire a farti spiccare il volo dell’immaginazione, della curiosità e della commistione tra simbolico e reale dal ritmo inconfondibile delle sue prime battute, dall’incipit insomma. Quel romanzo di Calvino, ricordo (e chi se lo scorda) è abbastanza bizzarro nella sua costruzione e “narra la storia di un Lettore che, nel tentativo di leggere un romanzo (intitolato appunto Se una notte d'inverno un viaggiatore), è per ragioni sempre differenti costretto a interrompere la lettura del libro che sta leggendo e intraprendere la lettura di un altro. L'opera diventa quindi una riflessione sulle molteplici possibilità offerte dalla letteratura e sulla possibilità di giungere a una conoscenza della realtà.” Il protagonista, dunque, si ritrova nel perdersi tra svariate opere che iniziano ma che finiscono per non concludersi mai, e questo testimonia l’importanza sacrale del primo atto della lettura che, nel complesso, dà un senso di significatività all’opera tutta. Certo, al cospetto di un qualsiasi libro si ha sempre a che fare con le “leggi” smisurate e capricciose dei singoli gusti, dei gusti soggettivi e individuali di ognuno di noi, e magari anche gli scrittori davvero con i contro-coglioni necessitano, il più delle volte, su proposta sempre dei loro lungimiranti editori, di copertine degne di nota che parlino già da sé, e che riescano a penetrare nell’immaginario fatto di immagini del potenziale lettore. Ma io, a prescindere dalla bellezza di un’immagine o anche dal contatto epidermico con l’oggetto-libro (il ché è anche molto importante), mi sforzerei sempre, e ripeto sempre, di aprirlo quel libro capitato a caso, e di sfogliarlo, e di leggerlo nella sua prima così distinta pagina, perché è lì, nella maggior parte dei casi fortuiti, che si nasconde la vera chiave di volta della felicità abbandonata e lettrice. Sì, perché in quest’era postmoderna, in cui il macrosistema di mercato ha praticamente colonizzato ogni enclave di vita possibile, è tutto pressoché predisposto o quasi per abbindolarci irrimediabilmente di immagini piuttosto superficiali, e che hanno la presunzione di svelare le miriadi di linguaggi che aleggiano sulle nostre vite. Ecco perché lo scrittore postmoderno serio è un tipo acuto e che ci vede abbastanza lungo, e che cerca, padroneggiando la giungla dei codici proteiformi, di dare un senso dignitoso alla realtà che vuole raccontarci. La sua, se riesce a cogliere tutto questo, è davvero un’opera enciclopedica, un’opera propriamente memorabile che vuole abbracciare tutto lo scibile, una scrittura che affascina e spiazza, proprio perché va a toccare le corde dei significanti che viviamo tutti i giorni (i più diversi e a volte irriconoscibili perché super-specializzati) e che non riusciamo ad afferrare nelle loro intenzionalità significative. Questi veri scrittori dunque, con le loro frasi a volte cerebrali, cercano di farci assaporare quei significati perduti che non vediamo più (se ancora ne è rimasto qualche barlume). Siamo letteralmente bombardati dai significanti (i mezzi per raggiungere i contenuti), ma ci ritroviamo ad essere alquanto poveri e sterili riguardo ai significati (di senso o di contenuto) che vogliamo a denti stretti raggiungere, e che, un tempo, prima di quest’epoca, davano selettivamente manforte all’autentico stato di insignificanza della vita tutta. Le cosiddette meta-narrazioni sono morte ragazzi; anche la differenza tra destra e sinistra, per farvela riduttiva e più comprensibilmente afferrabile, non necessita più di battibecchi sterili, proprio perché non hanno più un obiettivo di contenuto propriamente sensato: sono dei cani strumentali che si mordono la coda e basta, e che alla lunga si rispecchiano in un pensiero circolare e davvero balbettante: ecco perché quando sentiamo i nostri politici parlare ci viene il rigetto del loop fastidioso: non dicono praticamente più nulla. Quando il visionario Marshall McLuhan ci proiettò con le sue teorizzazioni nel cosiddetto “villaggio globale”, e si rese riconoscibile ai più con la sua famosa affermazione “il medium è il messaggio”, voleva dire proprio questo: non che lui volesse esaltare in qualche modo la supremazia dei mezzi (significanti) sui messaggi (contenuti o significati), al contrario! Stava prendendo atto che le dinamiche societarie si stavano dispiegando verso una piega maledettamente bizzarra e voleva che noi, noi tutti, ce ne rendessimo conto. E allora quando vogliamo raggiungere dei significati che ci serviranno (mettiamoli comunque nel nostro zaino di viaggio, non si sa mai le cose cambino), cerchiamo di riconoscere lo scrittore propriamente postmoderno, colui che ha un senso acuto del messaggio che vuole proporci, colui che vuole comunicarci le significatività delle più dislocate enclavi della vita di tutti i giorni, e lo fa facendosi beffa del bazar postmoderno, sfruttandolo per così dire, dato che si tratta di un vero e proprio mercato a cielo aperto in cui disparati modi di comunicare e di relazionarsi si caricano di un luccichio oltremodo superficiale che abbaglia, che si erge come verità indiscussa, nascondendo il vero contenuto arricchente e salvifico della vita simbolico-reale: perché il simbolico e il reale si avviluppano incessantemente e sono loro, sempre insieme e mai separati, a costruire la nostra biografia di vita con gli altri. Il luccichio, l’euforia del momento, la patina di disinteresse informativo che copre ogni cosa non fa che peggiorare e impoverire irrimediabilmente tutte le cose; come quando “si può essere a certe feste e non esserci davvero. Si sente che certe feste hanno il loro implicito fine incastonato nella coreografia della festa stessa. Uno dei momenti più tristi in assoluto è quell’invisibile svolta alla fine di una festa – anche di una brutta festa – quel momento di tacito accordo quando tutti cominciano a raccogliere l’accendino e la partner, la giacca o il cappotto e l’ultima bottiglia di birra con la fascetta di plastica ancora attaccata, dicono alcune cose sbrigative alla padrona di casa in quel modo sbrigativo che non le fa sembrare insincere, e se ne vanno, in genere chiudendo la porta. Quando le voci si allontanano lungo il corridoio. Quando la padrona di casa dà le spalle alla porta chiusa e guarda il campo di battaglia e la bianca V in espansione del silenzio assoluto della fine della festa”. (Infinite Jest, David Foster Wallace)

martedì 22 ottobre 2013

Sangu meu #6

(… segue da parte #5)

Se fosse ancora stato fedele, ancora una volta in questa cruciale occasione, alla filosofia economica appena brevemente descritta, allora avrebbe, come suo solito, alimentato quel suo narcisistico individualismo indiscusso, e avrebbe quanto meno richiesto alla compagna di una vita delle spiegazioni logico-razionali su ciò che, incredulo, aveva assistito là, nella sua ormai-ex-camera-da-letto, in piedi e impietrito. Oppure, nel caso più normale di tutti, avrebbe dovuto incazzarsi come una bestia inferocita e, tramite la sua dialettica da manipolatore efferato, far valere indiscutibilmente (come aveva sempre fatto, per giunta) la sua figura da uomo virile e orgoglioso e di successo, e veramente, era sempre stato il migliore di tutti, non ce n’è per nessuno, e anche di questo puoi starne certo/a. Un uomo, insomma, che mai nella sua vita era riuscito a perdere in nulla e con nessuno, nemmeno se si divertiva a farlo apposta. Doveva dunque in teoria, nella norma del suo approccio all’esistenza, tentare di salvaguardare quel suo animo calcolatore freddo e spietato, il quale, non sia mai, era stato appena oggetto di un attacco terroristico inferto alle spalle, i cui (dell’attacco) suoni gracchianti e ritmici di un letto comodissimo ma anche piuttosto cigolante gli erano, a lui, sempre rimasti estranei, mentre, d’altra parte, quegli stessi cigolii, erano da tempo entrati a far parte dell’immaginario-uditivo sociale e collettivo di quel vicinato tanto curioso quanto sempre più famelico di indiscrezioni di ogni sorta, e a questo, mi sa, si era già accennato prima. Evidentemente, in questa straordinaria occasione, le cose andarono piuttosto diversamente. Le cieche passioni (di una forse, appena nata, propria sfera sociale interiore/quindi in contrapposizione con le fredde leggi economiche) presero su di lui il sopravvento e, volendo una volta tanto coccolarsi un po’ decise, forse, perché no, di ascoltare una volta tanto quegli impulsi irrazionali che tante volte aveva tralasciato, e che cercava di accontentare solo indirettamente nella sua sfera privata. Perché indirettamente? E in che modo? Sbollendo e calmierando quei suoi istinti egoistici da manager incallito nella “donazione filantropica” di praticamente tutta la propria ricchezza – dato che ne godeva, umilmente, solo di una minima parte – alla compagna di una vita che, come si è già brevemente illustrato in una nota precedente, godeva di incondizionate e sperperanti attenzioni materiali; sempre, e tutto quanto, solo per amore, questo è ormai chiaro. E quindi la sfera sociale interiore, in quell’occasione, avrebbe avuto la meglio, non si sa come, dato che un senso civico per se stesso e per il resto del mondo lui, nei fatti, non l’aveva mai avuto. La sua purtroppo vera realtà, consisteva nel fatto di essere marcio succube della bellezza apollinea della compagnia di una vita, la cui sudditanza che ne derivava lo rendeva schiavo sul lavoro e, quindi proprio per questo, un genio indiscusso della pronta e servita impostura ai danni del prossimo in affari. Questo gli permetteva di fregare meschinamente e in continuazione le disparate persone con cui entrava in contatto, persone molto spesso transoceaniche con cui concludeva affari a dir poco suonanti. E quindi successi imprenditoriali a fiumi, e un’attività aziendale degna di nota: un modello di approccio al e di colonizzazione vergognosa del mercato che cercarono di emulare in molti, con stessi “servizi di qualità” e magari, anche, cercando di abbattere i diversi costi per tentare di alimentare un po’ la concorrenza (dato che, nel settore, il nostro lui, con il suo vero e proprio impero, aveva sempre avuto un’indiscussa priorità da monopolio, credimi, proprio impossibile sia da delegittimare che da sradicare); difatti, nulla di nuovo avvenne sotto il cielo di quei mercati: mai nessuno, come lui, con quella spietatezza di chi sa vederci lungo, riuscì in un’impresa di tali fattezze. Il succo di tutto questo è stato che, per la prima volta, quando per l’appunto diede finalmente adito al potere delle passioni, il nostro lui si era sorprendentemente accorto di essere un Essere Sociale e Umano in mezzo a molti altri simili a lui. Una cosa lontanissima e inconcepibile per le sue mappe cognitive fino a quel momento attivate. Inoltre, dispensare tutto ciò che aveva alla compagna di una vita piuttosto che a se stesso o all’intera altra umanità di cui, da sempre, è popolato il mondo intero beh, era una follia calcolatrice da puro economista amante del sesso e, in verità, diciamola tutta questa verità, dell’amore-in-funzione-del-sesso. Di fatti, le cose cambiarono piuttosto velocemente da quell’avvenimento in poi, e il fatto di assecondare, seppur per la prima volta, il potere tumultuoso delle passioni, e quindi dell’irrazionale che sbeffeggiava senza pietà il freddo calcolo razionale, gli fece scoprire un mondo degno di nota, e mai esplorato prima. Un mondo che, se lo si vede dall’esterno, può essere giudicato di perdizione assoluta, ma posso assicurarti che, ad un sguardo più attento, più oculato e sensibile per l’alterità, fu per lui una specie di ritorno alle origini: una sorta di vocazione atavica che gli consentiva di donare al mondo tutto quello che, fino a quel momento, non era mai riuscito a dare. Dato che ci siamo, vediamo di approfondire insieme cosa effettivamente successe dopo. Parto dal presupposto che ti va, quindi procedo tranquillamente se mi dai l’ok; vedo che ammicchi curioso/a, benone: vado avanti.

(Ciò che avete letto, fino alla parte sesta compresa, non è che un tentativo strampalato di un burrascoso prologo di un’opera che, nella sua piccola ambizione, vuole farsi chiamare nel complesso “Sangu meu”; ciò che ne seguirà dovrebbe essere, a breve, in corso di elaborazione. Per questo motivo, i tempi di sviluppo e di ipotetica conclusione non sono ancora del tutto stimabili con certezza qui su due piedi. L’autore, infatti, sta valutando la fattibilità concreta della cosa, cercando di architettare le ipotetiche pieghe che può eventualmente prendere il prosieguo della sua scrittura in merito alla vicenda; una vicenda che, come avete forse cercato di comprendere, ha i tratti cerebrali e realisticamente isterici del postmoderno. L’autore, pertanto, con un sopracciglio che si alza pensieroso, si scusa sentitamente per il momentaneo disagio.)

giovedì 17 ottobre 2013

Sangu meu #5

(… segue da parte #4)

Dopo questa tiepida mattina (solamente in riferimento alla temperatura atmosferica) il rapporto ufficiale della storia non dà chiare spiegazione su ciò che ne seguì nei giorni immediatamente successivi. Per fare un esempio, non si sa in che modo si dispiegò il ritorno di lui nella sua ormai ex abitazione[6]; se ci fu, in qualche modo, una specie di confronto chiarificatore tra i due, e cosa in questo famigerato incontro si dissero; o se, davvero (e se è andata veramente così, non c’è che dire, è stata proprio un’eventualità drasticamente concepita dal fato), il nostro lui non ha mai beccato la nostra lei nell’unico ritorno alla sua ex abitazione per recuperare “quel poco che gli restava”, dato che, punto primo, 1) probabilmente, sarà rincasato proprio in quelle ore in cui lei era fuori, in centro città, intenta a concludere selvaggiamente più acquisti che poteva, in una delle sue solite escursioni terapeutiche da shopping sfrenato (che, data la tragicità interiore e piuttosto incasinata del passaggio esistenziale che stava attraversando, riusciva a donarle (lo shopping terapeutico) momenti di indiscussa serenità, soddisfazione capillare dei sensi assieme ad una pace interiore del tipo distensivo-riflessiva); punto secondo, 2) rifacendoci alla seconda parte del messaggio, scritto da lui su quel famoso post-it giallo svolazzante e appiccicato in bella mostra sullo specchio ovale, seconda parte che, ricordo, recitava lapidariamente “se sei o meno in casa non mi tange”, si può facilmente dedurre che, nel caso in cui, per l’appunto, lui non l’avesse trovata in casa, non avrebbe avuto nessunissima intenzione di richiamarla precedentemente o successivamente a quell’ultima volta che decise di farsi vivo nella sua ex abitazione, nulla di nulla, vuoto assoluto, davvero spiazzante e inspiegabile per uno come lui, che sempre si era rifatto, per ogni evenienza che capitava nella sua vita, al pensiero economico neoliberale, che fonda, è risaputo, la sua primigenia ragion d’essere sul culto dell’individuo, e dove, per inciso, impera l’individualismo metodologico, “che non vuole né può contemplare altro che le azioni volutamente e coscientemente calcolate da attori isolati in vista di fini individuali ed egoistici altrettanto deliberatamente posti.”[7] Una concezione della vita che si accordava, smaccatamente, con una filosofia implicita dell’economia e del suo rapporto con la politica (la politica intesa e praticata per il “bene comune”), consistente (questo rapporto) in “una visione che conduce a stabilire una frontiera invalicabile tra l’economia, retta dai meccanismi fluidi ed efficienti del mercato, e la sfera sociale, abitata dall’arbitrio imprevedibile della tradizione, del potere e delle passioni.”[8] (continua parte #6...)


[6] Sì, proprio quella lussureggiante abitazione lasciata interamente nelle mani di lei, senza nessuna firma di trasferimento di proprietà per un eventuale pagamento di alimenti, né un lascito dichiarativo dove si sottoscriveva un’ipotetica soluzione disgiuntiva dei beni di proprietà da sempre posseduti in comune; insomma, nulla di nulla. Solo un presumibile, e parecchio strano, silenzio assenso che consegnava, di fatto e nei fatti – dato che lui non si era fatto più vivo dopo quella sola volta in cui ritornò a prendersi “quel poco che gli restava” – tutto il patrimonio racimolato con tanta fatica dopo anni di messa in pratica di “business ideas” geniali e lungimiranti da parte di lui che, non pago dei suoi reiterati successi, lavorava sempre più accanitamente per vederne realizzati di altri (di successi), salvo godersi davvero umilmente e quando capitava – e quindi si potrebbe dire che quasi quasi la denigrava – l’immensa ricchezza che, da sempre, aveva solo dispensato con amore (perché questo sì che è vero amore – come anche quando mangi, per esempio, il cornetto Algida e concedi il momento finale di goduria cioccolatosa al tuo amore che è lì, e che ti guarda con occhioni supplichevoli di sole coccole gustative che saranno unicamente ed interamente concesse dal momento finale/croccantoso di cioccolato, e non da te, sappilo) dicevo, che quasi denigrava l’enorme ricchezza racimolata negli anni, la stessa che veniva dispensata con amore alla compagna di una vita, beccata – ormai il fattaccio è ritrito – a letto con l’amante di sempre (l’amante di lei, se non fosse ancora ben chiaro).
[7] Pierre Bourdieu; Intervento al Colloquio Raison d’agir – Loccumer Kreis, Loccum (Germania) 16-17 ottobre 1999
[8] Ibidem.

martedì 8 ottobre 2013

Il futuro è sempre altrove

Vai o resti, resti o vai: dicotomia intercambiabile e indissolubile, 2 carte su un medesimo banco verdeggiante; eh già. Perché quante volte vi è capitato di pensarci, di rimuginarci, di stare lì e di non fare un emerito bip pur di trovare una soluzione plausibile a tutto ciò, ma nulla: tutta riecheggia ghignante nei meandri dei continui rimandi, che rimangono lì, nelle orbite delle speranze lontane e, guarda un po’, nella loro eterna fugacità sono fatte sempre di quella loro polvere ulteriormente polverizzata, la stessa che ritrovi nell’irrimediabilmente inafferrabile. Tante volte lo abbiamo pensato e magari lo abbiamo anche fatto quel passo, quello stesso passo che ci portava lontano dal presente, da una situazione insopportabilmente statica, tanto da pensare: sai che c’è? Io parto. Quante volte. Sì perché tutto ciò che vogliamo, tutto ciò che ci prefiguriamo è sempre e comunque realizzabile, è lì, astrattamente, nel paesaggio lussurioso e ondeggiante nella nostra mente sognante ma, non si sa perché, è sempre di rovescio insopportabilmente sbeffeggiante a eoni di km di distanza. E quindi parti, e ti conquisti il conquistabile, afferri tutto quello che puoi e cerchi di costruirti tutto quello che potevi desiderare, in termini di persone, di luoghi nuovi e desiderosi di scoperta e di cibi e di culture sempre nuove e sbalorditive e di tanto altro e altro ancora che per sempre si inscriverà nella tua autobiografia che si alimenta e si arricchisce, sempre di più, sempre di più: una spugna fradicia; e poi? Tutto torna uguale: il costante ritorno dell’insoddisfazione si radica in noi come un veleno in circolo e ci avvelena, giorno dopo giorno, ci scuote di un vigore assassino che desidera nuovi e arditi e sempre lontani desideri. Quante volte. Io, non so voi, ho perso il conto. È tutto sempre fuori portata, e non si sa come. Non siamo che, eternamente e irrimediabilmente, delle eterne ed inutili menti malsane ed insoddisfatte. Poi ci va di mezzo pure la congiuntura economica del bip, un casino di complessità che solo a spiegarla a parole ti ingarbuglia la lingua per quanto è inspiegabile; e ci perseguita, ci costringe e pensare con quelle stesse categorie di desiderio ma moltiplicandole mille volte ancora, e ancora; e allora non ne esci più, e pensi che il mondo anche se è stato guastato, perché sì, è stato schifosamente e cinicamente guastato, e ridotto all’implosione questa implosione è bella, perché ci dicono (ma lo osserviamo anche da noi) riserva l’esplosione inversa delle possibilità, delle miriadi di possibilità possibili altrimenti e in altri luoghi, e non si sa come sempre preferibilmente lontani. È questo che sostanzialmente ci frega: il sapore mai provato realmente della tanto anelata felicità. E qui si potrebbero aprire capitoloni a mo’ di mattoni reggenti scrivanie millenarie sul fatto concreto se la felicità esista o no, o di cosa realmente si tratti, se è un qualcosa “fattibilmente” fattibile (la ricorsività delle parole è doverosa per l’incazzatura), o solo un puro meccanismo mentale inventato dall’uomo per rendersi da sé (sottolineo da sé) più prodigiosa un’esistenza fatta di continui e stenti e malriusciti successi. E allora tocca restare o andare: o rimanere nel passato di un futuro tanto desiderato ma ormai catalogato o nel presente, proiettato nel prossimo futuro che ancora sarà... È un ciclo senza fine, non c’è nulla da fare e noi dobbiamo solo mantenerci in forma in un perpetuo allenamento, quel sudore di prospettive che potremmo definire ridendoci su apro e chiudo le virgolette spasmodico. Nulla di più, nulla di meno.

venerdì 4 ottobre 2013

Sangu meu #4

(… segue da parte #3)

E quindi in quell’immagine immortalata le cose stavano essenzialmente così: lei in preda allo shock inaudito e trincerata in un armadio rimbombante dei suoi movimenti al buio cerca-vestito, e lui fermo, fisso, nell’eternità immutabile del momento. Ad un tratto però il frastuono di questa stramba situazione mutò, letteralmente, per incalzare nei classici momenti immediatamente successivi, quei timidi attimi di ripresa che fanno presagire una specie di dopo, per quanto bistrattato e malconcio e all’apparenza accessoriato di un caduco futuro senza speranza. Il mutamento, dicevo, fu nitidamente riconoscibile quando lui si sfilò la sempre-presente stilo dal taschino di quella sua consueta giacca firmata per affari e, con fare distratto, recuperò uno dei tanti post-it che armavano la sua scrivania, testimone della rottura (la scrivania), ormai per sempre bandita (sempre la scrivania) dal loro regno amoroso. E dunque quasi chirurgicamente, e senza un minimo di risentimento incazzoso, attraversò quel mini-foglio giallo d’inchiostro tagliente, scrivendo semplicemente e a chiari caratteri “Passo domani a prendere quel poco che mi resta: se sei o meno in casa non mi tange”. Dopo aver riposto la stilo nel taschino-che-sempre-gli-spetta attaccò distrattamente il post-it svolazzante sullo specchio ovale del comò, dove era solito osservarsi ogni mattina per rivisitare e risistemare visibilmente la simmetria impeccabile di quella schiera di cravatte multi-colore, che cambiava, pedissequamente, in base all’ordine del giorno dettato dalla sua agenda digitale. Fatto ciò, il nostro lui, così come era arrivato in-casa così se ne andò di-casa, silenziosamente, senza lasciare traccia, con l’unica differenza di un suono di chiavi dietro la porta che durò due mandate in più rispetto all’apertura iniziale[5] della porta d’ingresso, dato che, evidentemente, per lui, aveva un peso specifico chiudere doppiamente dietro di sé la compagna di una vita, che era, per il momento, ancora imprigionata goffamente e inspiegabilmente in quel suo armadio rigonfio di indumenti senza uno stralcio di spiegazione (quindi la nostra lei era chiusa ermeticamente e simbolicamente in triplo modo – nel suo armadio, in casa sua a due mandate, e in qualche regione nascosta e tramortita della mente di lui, che ora, davvero, aveva buttato la chiave e non ne voleva più sapere niente di lei; incredibile). E quando la nostra lei ne uscì, mezza nuda e raccapezzata alla meglio di stracci firmati, non sapeva più davvero cosa pensare e come reagire al gran casino che era successo, e subito dopo corse verso il telefono tentando un disperato incontro almeno vocale con il compagno da una vita, ma nulla: allentando simbolicamente il nodo della cravatta lui aveva chiuso, interrotto e staccato letteralmente tutto: lo smartphone, la sua vita d’affari che ne conseguiva assieme ai mille pensieri che girovagavano senza una direzione nella sua mente irriconoscibile che, dopo il fattaccio e stremata da uno stress immane e complessivo del tipo “lavoro-giungla-e-compagna-di-una-vita-beccata-a-letto-con-l’amante-di-sempre”, andava disperdendosi tra le stradine del centro storico solo in cerca di un dormiente ristoro, per favore, in qualche clemente B&B che lo avrebbe accolto, perché no, anche alle prime luci del mattino. Il fattaccio era accaduto nel giro di 20 minuti scarsi. Erano ancora le 7.11 di una tiepida mattina di metà settembre. La località di mare si risvegliava da poco dal trambusto/brulichio delle vacanze-infuocate, periodo in cui, solitamente, veniva presa d’assalto da turisti provenienti da ogni dove. Solo in quel momento (quindi nel post-vacanze) la cittadina, forte della brezza marina proveniente dell’est, dava un po’ di respiro alle sue coste, lambite, per di più, da un lento mare verde cristallino e da un sole che, per dirtela tutta, sulle spiagge sgombre di settembre si sta proprio da Dio. (continua parte #5...)


[5] Apertura iniziale in cui, meglio specificarlo, non c’era stato alcun bisogno di dare alcuna mandata inversa di apertura – sembrava, per inciso, che la nostra lei avesse accolto spensieratamente il suo amante di sempre e avesse fatto scivolare la porta dietro di sé per semplicemente chiuderla, senza chiusure ulteriori di sicurezza: un evidente segno di assoluta tranquillità mentale su un’impossibile sorpresa da parte di lui, che avrebbe sicuramente avvisato lei – tramite smartphone ultratecnologico in viva voce sull’auto aziendale – prima di un suo ipotetico rincasare.

mercoledì 2 ottobre 2013

Sangu meu #3

(… segue da parte #2)

Posso confidarti con tutta sincerità, e puoi anche non credermi ma le cose sono andate effettivamente così, che il nostro lui era rimasto per tutto il tempo dov’era, senza muoversi, senza batter ciglio, nemmeno una parola, gli occhi sbarrati e vuoti, forse attraversati ogni tanto da qualche lacrima insignificante che mostrava, ancora, per fortuna, una flebile conferma della sua esistenza interiore su questo pianeta, e veramente, non ci si poteva aspettare minimamente una reazione come questa, proprio da un tipo come lui poi, sempre stato fermo nelle sue convinzioni di essere amato alla follia dalla compagna di una vita, sempre recintato nel giardino sempre verde delle sue idee lungimiranti assieme a lei, che gli permettevano di programmare sempre qualsiasi cosa e di reagire alle eventualità più stralunate della vita con una prontezza e lucidità impeccabili, da guinness dei primati per dirtela tutta; e quindi ci si aspettava, da lui, un ribollire cieco e spietato che si sarebbe tradotto in un soffocante assalto nei confronti di lei, in termini di richieste esasperate di delucidazioni causa-effetto su ciò che appena si era materializzato davanti ai suoi occhi, una sorta di impeto incazzoso e logico-razionale su quanto era appena accaduto (e che chissà da quanto accadeva); ma in questo caso, inspiegabilmente, il nostro lui non proferì alito di parola. Neppure si sa con certezza se stesse architettando qualcosa nella sua testa da manager affermato, sempre carismatico, intuitivo, subdolo manipolatore e conoscitore dei suoi polli quando le necessità glielo imponevano (e cioè quasi tutti i giorni, visto il contesto-imprenditoriale-giungla in cui lavorava da anni). Insomma, un vero e proprio shock mentale per entrambi, ma soprattutto per lei che, ancora blindata nel suo armadio in cerca di indumenti al buio, ebbe un inaudito shock nello shock, dato che si aspettava una reazione a catena del compagno da una vita fatta di discorsi votati alla finta morale più altezzosa; alla sua dignità di uomo calpestata perfidamente da una raffica dei più affilati tacchi a spillo in circolazione; insomma: discorsi filosofici senza senso, venati da una manciata di luoghi comuni per il popolino affamato che sempre tornano utili in situazioni del genere: o per intenerire gli animi o per far nascere sensi di colpa davvero fuori luogo, o, ancora, per far prevalere certe categorie di attivazione piuttosto che altre, nulla di più. Ma a chi poteva essere attribuita, dopotutto, la colpa del misfatto? All’amante che se l’è svignata sgattaiolando? Macché! Che diamine centra in tutta sta storia quell’imbusto bello, sprovveduto e stagionalmente abbronzato? Certo, non sarà stato un campione di correttezza nei confronti nel nostro lui ma, in realtà, diciamocela tutta, non si conoscevano nemmeno i due – e poi stava solo soddisfacendo quelli che, in gergo, vengono solitamente chiamati “appetiti sessuali opportunistici”, e che dopo un po’, se non sei bravo ad arginarli per quello che realmente sono, rischiano di mutare la loro stessa natura travolgendoti senza ritorno, poiché, si dà il caso, sembra che si verifichi quello che viene riconosciuto dai più come sviluppo necessario dell’”affettività coccolosa”, dell’abitudine più ostinata, del voler stare insieme per tutto il tempo che è materialmente possibile, senza freni, con quella persona che, molto probabilmente, “ti aiuta” a soddisfarli alla grande (quegli appetiti sessuali opportunistici).[3] E quindi, in ultimo, mi domando: l’accusa andrebbe rivolta alla nostra lei che, ormai già da tempo, organizzava compiacente riunioni clandestine con l’amante per estraniarsi dalla noia della routine, o al nostro lui, che preso dagli impegni lavorativi così inderogabili e massacranti e transoceanici trascurava bellamente, ma forse davvero senza accorgersene, le esigenze passionali della compagna di una vita? Senz’ombra di dubbio, da quando la nostra lei se la spassava con nonchalance con l’amante di sempre, aveva cominciato a serpeggiare un problema di comunicazione interna (ovvero interno alla nostra coppia), e lei, nonostante i primi segnali di questo scricchiolamento comunicativo, di certo non avrebbe abbandonato la sua comoda situazione da celebre donna mantenuta, di quelle classiche che si dedicano con sistematico zelo tanto al decoro domestico quanto allo shopping terapeutico[4] – a suon di passate di carte di credito d’orate e sempre belle cariche e a disposizione per ogni evenienza capricciosa. Ma c’è anche da dire che la faccenda con l’amante stava andando avanti già da un pezzo, e il fatto che lei, in un certo senso, se la facesse solo con lui (almeno questo è quello che riporta il racconto ufficiale, non possiamo sapere altrimenti), ci può far pensare che davvero ci tenesse un sacco all’amante di sempre, e che, diciamo così, aveva fatto scivolare un tantino di più le cose invece di arginarle semplicemente nelle pieghe del puro piacere. (continua parte #4...)


[3] In realtà, il nostro amante non ci stava capendo proprio nulla dei propri sentimenti (sempre se voleva provare a sentire qualcosa di minimamente avvicinabile ad un sentimento); infatti, da un lato il suo atteggiamento remissivo, che probabilmente lo portava a pensare di non essere più un semplice amante, ci porta sulla strada che, tra i due, si stesse innescando un qualcosa che, a lungo andare, avrebbe sicuramente, un giorno, vinto il silenzio e lo stato di clandestinità in cui versavano; d’altro canto, la vigliaccheria dimostrata nel suo comportamento volatilizzabile da farfalla (quando per l’appunto è avvenuto il malaugurato fattaccio) ci fa pensare, invece, che non vedeva l’ora – in quel momento – di tagliare letteralmente la corda, senza voler dimostrare, neppure lontanamente, un granello di orgoglio possessivo nei confronti di lei. Dunque, dopo queste delucidazioni abbastanza ingarbugliate, non sappiamo proprio cosa pensare in merito alla presunta presenza di eventuali sentimenti del nostro amante, nati, molto probabilmente, nell’alveolo dei sui “appetiti sessuali opportunistici” consumati.
[4] Dopo che la nostra lei aveva auto-individuato mentalmente tra sé e sé una diagnosi prettamente simbolica che la catalogava tra i soggetti affetti dal cosiddetto stress-per-mancanza-affettiva-post-traumatico. Come è noto, un’altra terapia in soccorso molto comune a questo tipo di stress è la consumazione di cioccolato in quantità industriali (in qualsiasi formato) – nella fattispecie, uno dei più famosi e rinomati e indiscussi psichiatri al mondo è la Nutella, come dichiarato dallo stesso Signor Ferrero (presumibilmente il nipote di quel Signor Ferrero inventore di Nutella) in un’intervista rilasciata, rigorosamente in inglese, ad un reporter britannico.