Sono un nomade, da anni ormai. Ho vissuto molti luoghi, e in tutti quei posti la posta in gioco era sempre molto alta: badare alla mia sopravvivenza. Ho varcato soglie imprevedibili del mio essere. Ho visto scene euforiche di un inedito me che si mescolava con le faccende del mondo. Ho avvertito il calore di lacrime che scendevano giù per colmare lo sfogo delle distanze. Ho macinato distese di chilometri, lastricate e paesaggistiche visioni di contesti del tutto diversi tra loro, completamente nuovi al mio occhio vergine e inesperto, la cui spazializzazione mnemonica si rifà, tutt'ora, a quelle persone incontrate lungo i sentieri, che continuano ad animarli irrequieti, in quelle gesta così sospese poiché impacchettate in vitali esperienze dedite ad un altro tempo, un tempo ormai andato, ma in quel modo unico e irripetibile che alberga ancora nella mia mente, cocciutamente, intenta a ricordare nostalgica... Sono una persona diversa ora. Tanto tempo è passato e il mio respiro è cambiato. La mia voce ha subito un'alterazione soddisfatta del timbro d'intonazione, e il mio sguardo, ormai, è decisamente di un maturo cenere. Ho fatto dell'imprevedibilità il mio punto di forza. Della sospensione del ricordo, e dell'arresto del desiderio volitivo, l'alternativa congeniale per concedermi all'adattamento fluttuante delle circostanze. L'incertezza è l'unica certezza che ho, ma tutto questo scontroso individualismo che si percepisce a giro mi ammazza, sì: ammazza lentamente la mia creatività, la denutrisce. La maggior parte delle persone continua a calpestare ignara queste strade pregne di lordume e, allo stesso tempo, continua a condurre la propria esistenza strozzata in questa morsa invisibile di disumanizzazione imperante... Il risultato è che ognuno è diventato tremendamente solo, costretto com'è ad essere libero di vivere la propria sonora solitudine esistenziale. Allora chiudo gli occhi, per un momento, anzi per due, e penso solamente alla mia prossima avventura esotica, alla mia prossima tappa mentale, lontano da qui.
Anonimo
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mercoledì 19 novembre 2014
martedì 23 settembre 2014
Coscienti allucinazioni
Sei troppo bagnato dalla realtà
ora fai un passo, esci…
Asciugati… Cosa vedi?
ora fai un passo, esci…
Asciugati… Cosa vedi?
Un grumo di pensieri si è formato col tempo
quel tempo che col cuore non potrai mai uccidere
Sedimenti su sedimenti incastonati
strutture su sovrastrutture accumulate e composte a casaccio
che impediscono di ascoltare, osservare, scrivere
Silenzi e attese
quel tempo che col cuore non potrai mai uccidere
Sedimenti su sedimenti incastonati
strutture su sovrastrutture accumulate e composte a casaccio
che impediscono di ascoltare, osservare, scrivere
Silenzi e attese
immobili corse sugli autobus
tra visi smarriti dietro vetrate liquide di strade asfissiate
dal traffico congestionato e bagnato di quell'inutile abbondanza grondante
Il regno del sospeso, di scene al rallentatore, di un’inerzia massacrante
che reagisce disperato ad una velocità più mobile della mobilità
che arriva al suo punto di saturazione e smette
smette di produrre senso
Quante volte hai pensato di voler smettere di pensare
e quante volte ancora hai pensato a ciò che la tua mente produce
tra visi smarriti dietro vetrate liquide di strade asfissiate
dal traffico congestionato e bagnato di quell'inutile abbondanza grondante
Il regno del sospeso, di scene al rallentatore, di un’inerzia massacrante
che reagisce disperato ad una velocità più mobile della mobilità
che arriva al suo punto di saturazione e smette
smette di produrre senso
Quante volte hai pensato di voler smettere di pensare
e quante volte ancora hai pensato a ciò che la tua mente produce
non ricavandone nulla
La tracce si cancellano non appena le impronti
le conseguenze delle tue azioni ritornano alla loro fonte
per svanire
Il processo causale ha subito un cortocircuito
È invece l’evento universale, in sé privo di cause e di conseguenze
che viaggia sull'onda insignificante di un linguaggio sconosciuto
Tocca a te riprendere in mano le redini del tuo discorso personale
fatto di sentimenti viscerali e di nervi scoperti
di parole e gesti che oltrepassano la superficialità patinata
la superficie epidermica delle cose
Ed ecco la genuinità di tramonti abbracciati e rasserenati
forieri della promessa di un arrivederci a domani
Quando meno te l’aspetti quello stato di inerzia subirà una scossa
e un andamento spontaneo segnerà quelle tue parole scritte da tempo
ma che ora si impregnano di un automatismo immediato, universale
La tracce si cancellano non appena le impronti
le conseguenze delle tue azioni ritornano alla loro fonte
per svanire
Il processo causale ha subito un cortocircuito
È invece l’evento universale, in sé privo di cause e di conseguenze
che viaggia sull'onda insignificante di un linguaggio sconosciuto
Tocca a te riprendere in mano le redini del tuo discorso personale
fatto di sentimenti viscerali e di nervi scoperti
di parole e gesti che oltrepassano la superficialità patinata
la superficie epidermica delle cose
Ed ecco la genuinità di tramonti abbracciati e rasserenati
forieri della promessa di un arrivederci a domani
Quando meno te l’aspetti quello stato di inerzia subirà una scossa
e un andamento spontaneo segnerà quelle tue parole scritte da tempo
ma che ora si impregnano di un automatismo immediato, universale
Un tacito tramestio incessante
un sano lavoro che riemerge dagli abissi del suo anonimato
Ora puoi immergerti nuovamente, fallo
vivi tranquillamente di coscienti allucinazioni, di creatività sensata
e non preoccuparti, il resto poi verrà da sé
Ora puoi immergerti nuovamente, fallo
vivi tranquillamente di coscienti allucinazioni, di creatività sensata
e non preoccuparti, il resto poi verrà da sé
mercoledì 4 giugno 2014
Rosso passione slavato
È una mattinata umida, soleggiata,
in preda alla fornace dell’estate che avanza. L’inquinamento è ormai al limite,
sta strippando, e tutto sembra racchiuso in sfere soporifere che non hanno una
loro precisa dicitura, una consona direzione da seguire. Il traffico è lento,
altalenante. C’è un andirivieni di macchine rumorose e silenziosissime: non si
capisce bene dove guardare, dove stare attenti al flusso discontinuo. Il contesto
raccolto dalle colline pare spopolato, e i pochi rimasti in giro hanno, per la
maggiore, un bastone in mano per sorreggersi, nulla di più, e il loro andamento
è lento, più lento della lentezza in dirittura di arrivo. La pensilina della fermata
dell’autobus è rossa: è tutto rosso qua attorno, ma di rosso, in realtà, si
vede ormai ben poco in giro. La passione che anima le persone è smorta, glielo
leggi nei loro visi tramortiti. È un’antropologia segnata, maltrattata, che
cerca ormai qualsiasi spiraglio nel formato digitale disperso chissà dove. L’analogico
è disturbato, emette poche frequenze significative, ma solo ogni tanto. In coda
al bancomat c’è della gente chinata su se stessa, fissa il vuoto pavimentato o,
di converso, i loro palmi luminosi e impostati sull'icona del silenzioso. Un fornaio con
berretto rosso e camice bianco preleva i suoi pochi contanti rimasti: è un uomo
alto, di colore, ben impostato, ed elargisce ai vicini un sorriso bianco di
altri tempi. Solo per un attimo si ha la sensazione di vivere una boccata d’ossigeno,
ma quel gesto, quel sorriso, quel segno di riconoscimento sociale nell’attesa
passa, e tra quelle persone si intrufola una sensazione quasi mai provata prima, esterrefatta.
Sotto la pensilina rossa l’autobus,
altrettanto di colore rosso, stenta a stagliarsi sull’orlo di qualsiasi
orizzonte: i fiumiciattoli ascensionali del caldo sopraggiunto distolgono la
vista e immergono tutte le percezioni umane in un liquido pervasivo,
onnipresente. Ad un certo punto, in un precisato lasso di tempo che si fa largo, un
ragazzo osserva attentamente un volatile che è appena planato in terra indisturbato;
lo osserva in maniera maniacale e non si capisce esattamente il perché. Probabilmente
lo ha visto sonnecchiando in uno di quei tanti documentari che non si caca
nessuno in tv, e che per l’appunto decidono, sapientemente, di fare breccia nei
telespettatori a notte fonda, tra quelle anime sconquassate che per un’imprecisata
ragione non riescono più, normalmente, ad acchiappare il loro fisiologico
sonno. Il suo atto dell’osservare persevera cocciuto, intransigente, e il
volatile si sente quasi osservato, qualora possa davvero sentire l’osservazione
maniacale di un umano in cerca di risposte dal calibro di un non so ché. E poi è
un attimo. Come se si trattasse di un pallone sistemato con cura sul dischetto
di un fragoroso rigore quel ragazzo scalcia il volatile, una botta secca di
collo pieno, e il povero volatile non si capacita, i suoi tempi di reazione
sono alquanto timidi rispetto al secondo calcio che sopraggiunge di nuovo e di
nuovo, senza pietà, con forza, e proietta le sue penne svolazzanti, assieme a
quell’esile corpo contuso, sul selciato abbrustolito dell’asfalto, rotoloni,
una chiazza schizzata di sangue animalesca. Il ragazzo corre in strada, insegue l'attentato e calpesta a più riprese il volatile come se non ci fosse un domani. Dopodiché, quando ormai il volatile non dà più
segni di reazione alcuna, il ragazzo prende la sua traiettoria e se ne va, come
nulla fosse. I pochi spettatori dell’accaduto indicano col dito ora il volatile
in terra ora il ragazzo che cammina placidamente indisturbato, e indicano
solamente senza dire una parola, senza pronunciare un monito, un alcunché, delle
dita indirizzate verso nessuno a dire il vero: sembrano invero, anche queste, un insieme sfaccendato di un rimasuglio abbandonato, una reazione solo quasi spontanea, e che finisce lì.
L’autobus rosso continua a
non passare, ma le macchine lente e solitarie e compattate nel loro
isolazionismo sicuro d’avanguardia continuano indifferenti il loro tragitto, e
qualcuna di queste, con le loro ruote altrettanto indifferenti e belle
cicciotte colpiscono a più riprese i resti di quel volatile che ormai non ha
più senso per il suo cielo, non ha più nulla da spartire con i suoi compagni
che per loro fortuna sono ancora là, in alto, in volo, e che osservano, forse,
da lontano e piangenti, lo scempio appena consumato e a spese di quel
malcapitato compagno di cielo, che aveva solo avuto la delicatezza di tastare
per un attimo la terra, per saggiare cosa si provava una volta ogni tanto, ma che
ora, invece, continua a srotolarsi tra quelli che sono ormai i suoi resti di piume e
carne e sangue per ogni dove, su quel maledetto selciato abbrustolito appena
visitato, e che assolutamente no, assolutamente, non gli è mai appartenuto propriamente.
Sempre ad un altro
imprecisato punto un signore comincia a prendersela con una radice di un
albero: prima carezze affettive, la mano quasi scorticata ad ogni passaggio. E poi
pugni, pedate, craniate a ripetizione, e anche qui, senza un apparente motivo
logico iniziale che facesse presagire un comportamento del genere. Le macchine,
alla vista di quella sequenza di atti e attimi scossi, rallentano di più, tutte piano
piano, voltandosi appena. Ed è a questo - questa volta precisato - punto che accade un maxi tamponamento a
imbuto, una fisarmonica che si accartoccia solo da una lato, che identifica, tutte
in fila, le macchine che si spiaccicano su se stesse seguendo i fanalini
posteriori delle altre. E quello che sembrava uno scenario pacato si anima ora
di un fuoco più divampante, un fuoco a immagine sua più avvenente rispetto a
quello appena pronunciato e liquido delle condizioni atmosferiche. E tutti
scendono dalle loro postazioni personalizzate formato-macchina e cominciano a
sbraitare l’uno con l’altro, e ognuno va incontro al suo personale facilmente individuabile
tamponatore, seguendo la scia opposta della fisarmonica immaginaria che, questa
volta, si accartoccia di umane presente al contrario, tutte cozzate l’una sull’altra, una montagnetta. E c’è un finimondo che imperversa e che si scuote e che prende subito in mano
lo smartphone che può salvare sempre le circostanze, che può salvare anche la
vita se è necessario, digitando numeri invisibili su una tastiera scorrevole
che rincorre tanti numeri alla rinfusa, perché col caldo e il sole non si vede
proprio nulla su quei stramaledetti aggeggi. E allora sirene, strombazzate,
delirio nel delirio. I bastoni lenti dei passanti si fermano e l’altra mano
(sempre di questi mal capitati passanti) sistema gli occhiali stanchi su quel
putiferio di accaduto, ad un ritmo quasi sincronizzato. L’autobus non passa
più, o meglio si è bloccato sull’orizzonte impaziente: il suo rosso della
passione che ti condurrà a casa è ancora distante dal compiere la sua scia
colorata, e indicata, sommariamente, sui cartelloni plastificati delle
pensiline piantate; quel suo solcante tragitto di sempre (il tragitto sempre di
quell’autobus rosso, tuo solo dai finestroni rumorosi ad ogni zolla) è ancora tanto distante dal riempire e salutare le sue
consuete tappe transitorie.
L’atmosfera animata ha
raggiunto dunque e infine un punto di equilibrio, l’equilibrio della ragione. Ma la sana passione
è rimasta per fortuna ancora in cielo, e svolazza indisturbata: completamente esente dalle
logiche umane della terra. E allora un altro volatile plana con convinzione su
quei resti ancora lì, e ancora una volta dimenticati, di quell'altro volatile senza nome, senza un perché. Si avvicina al suo
ex-compagno di voli, di stagioni, e gli porge uno sguardo, quasi una carezza visiva, e, dandogli
un ultimo e degno di questo nome saluto, raggiunge gli altri suoi compagni nelle distese di
quel cielo spazzato e va, lasciandosi dietro, quasi a malincuore noncurante, un rosso passione slavato.
martedì 28 gennaio 2014
Le lande della transizione difficile
I potenti della terra, i farabutti (e brutti), i cacciatori di capitali il cui unico intento è arricchirsi senza mai vedere la fine sono ormai sull’olimpo della grettezza, e da li su, pressoché indisturbati, comandano i loro mercenari affamati, che avanzano pilotati verso di noi, silenziosamente, sterminando le nostre vitali lande identitarie, passando per tutti i palazzi o l’erba del mondo: truffano, corrompono, cooptano, rapiscono e deridono il nostro, ultimo rimasto, spirito umano e solidale: ci stanno letteralmente prosciugando, e noi cominciamo ad avere sete, una secchezza rassegnata. Andiamo a tentoni cercando disperatamente le ultime gocce di risorse rimaste, e, a pieni palmi, stiamo cominciando a toccare letteralmente il fondo, sul serio.
Le idee sono ridondanti e non hanno più una direzione. C’è un bla bla insignificante che serve solo a spillare soldi all’audience, quei pochi quattrini che ancora sono rimasti nelle tasche sporche e rovesciate. Le nette distinzioni, i confini confortanti, non ci sono più: è tutto morto e tremendamente desolato: lo scenario vero è un’immensa distesa polverosa. Siamo entrati in un pensiero-labirinto circolare, accessibile quasi a tutti e, ciononostante, siamo incapaci di fissare dei punti fermi, familiari: si procede solo per blandi tentativi, e se quello che è stato appena compiuto non è andato a buon fine si ritorna ancora indietro, per tentare ancora una volta un’altra nuova via.
La speranza a tutto questo però vive nella condivisione dei saperi di ognuno, nelle specifiche differenze che attualizzano le esperienze passate e cementate nelle nostre menti, e che danno ogni giorno i loro frutti potenziali, le possibilità di un riscatto da lacrime. Questa condivisione è composta da mini-sistemi che nascono all’occorrenza, in base alle circostanze, e che operano in maniera innovativa per far fronte alle contingenze che saltano fuori come funghi: l’umido si ramifica e fa emergere molteplici e sofisticati bisogni sociali, chi più chi meno. La verità è che ci sono tanti bisogni inevasi e tutto questo rimane lettera morta perché si cercano le risposte in sistemi lenti e ultra-burocraticizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti, non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Occorre invece un pensiero fluido, che possieda un bagaglio ben accessoriato, in cui gli attrezzi, congeniali alle singole situazioni, siano complementari e lavorino assieme, sempre. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nelle loro singole competenze, la cultura comune del coordinamento necessario. Al contrario, essere convinti di riuscire a farcela sempre da soli fidandosi del proprio istinto e battagliando alla disperata davanti alla celebrazione del denaro è roba da incapaci: questi personaggi perderanno sempre, in partenza, oppure diverranno anche loro irrimediabilmente dei mercenari, il ché è lo stesso. Il vero senso è il saper costruire insieme, confrontarsi, dibattere, scannarsi, trovare delle comunanze longeve ma pur sempre pronte a trovare quello spirito di adattamento capace di vederci chiaro. Ormai è lampante a tutti che ci hanno fatto le scarpe: i ricchi si arricchiscono sempre di più e si auto-celebrano tirando una pista di riscatto post-frastuono sul fondoschiena della prostituta. La fetta bella massiccia e grondante della società che ne resta è invece preda dell’isterismo, associato a stress pre-immaginifico per il futuro che l’attende, vivendo una rassegnazione che mi ricorda il muschio irlandese, perché sì: il muschio in Irlanda è di un verde diverso, un verde che col tempo si è tramutato in rassegnazione. Pensare al complotto è ormai cosa passata. Il complotto è bello che passato, ma anche tutto compiuto se ci si vede attorno, e ormai, di questo immane sfacelo, non si possono che raccattare solo i frutti acerbi, quelli già spolpati dagli insetti arrivisti. La gente sta male, lo si nota, lo si percepisce, si incontra il malessere sociale ad ogni passo umano che s’incontri. E non va bene: il futuro non esiste più, non è manco più rischioso, o per essere buoni "incerto". “Una transizione difficile vuol dire attraversare una strada trafficata e pericolosa, senza semafori né passaggi pedonali. Oppure attraversare un torrente impetuoso, con tante rapide e rocce scivolose, attraversarlo in un punto senza aver potuto ben valutare se sia quello più favorevole. Abbiamo paura perché prima di tutto, per passare, dobbiamo guardare bene dove siamo, e ci accorgiamo che partiamo da e con qualcosa che non è solido e che fa pensare «bene, posso staccarmi, ma se perdo anche questo dove vado?». Se sbaglio, se nell’attraversamento ci perdiamo, dove andiamo a finire? Abbiamo paura, una paura che ci rende anche difficile anticipare i processi che ci consentono il passaggio, cioè guardare dove mettere i piedi: dove le auto passano un po’ meno velocemente? Come riesco ad intrufolarmi in maniera tale da non essere investito? E ancora la paura ci fa vedere in modo confuso quel che c’è dall’altra parte. È vero che non sappiamo bene dove si può approdare, ma questo è inevitabile: ormai la nostra vita è fatta così; per tutto non sappiamo cosa ci riserva il domani: dalla nostra salute, alla nostra abitazione, alle nostre condizioni di lavoro. Ma essere consapevoli di tutto questo non toglie la paura. Si tratta allora di attrezzarsi per la transizione difficile: questo consiste nel riuscire a co-costruire un’organizzazione temporanea, che si agganci alle istituzioni esistenti, ma che sia anche differenziata e articolata diversamente, come una sorta di appendice, un elemento a parte che interagisce con le situazioni preesistenti ma che si differenzia, perché è orientata verso una progettualità integrata che le istituzioni normalmente al loro interno non riescono a realizzare: hanno barriere, vincoli, hanno paratie e compartimento stagno, che impediscono movimenti, possibilità, aperture: mantengono attaccamenti e permanenze.” (Manoukian, 2013).
Le idee sono ridondanti e non hanno più una direzione. C’è un bla bla insignificante che serve solo a spillare soldi all’audience, quei pochi quattrini che ancora sono rimasti nelle tasche sporche e rovesciate. Le nette distinzioni, i confini confortanti, non ci sono più: è tutto morto e tremendamente desolato: lo scenario vero è un’immensa distesa polverosa. Siamo entrati in un pensiero-labirinto circolare, accessibile quasi a tutti e, ciononostante, siamo incapaci di fissare dei punti fermi, familiari: si procede solo per blandi tentativi, e se quello che è stato appena compiuto non è andato a buon fine si ritorna ancora indietro, per tentare ancora una volta un’altra nuova via.
La speranza a tutto questo però vive nella condivisione dei saperi di ognuno, nelle specifiche differenze che attualizzano le esperienze passate e cementate nelle nostre menti, e che danno ogni giorno i loro frutti potenziali, le possibilità di un riscatto da lacrime. Questa condivisione è composta da mini-sistemi che nascono all’occorrenza, in base alle circostanze, e che operano in maniera innovativa per far fronte alle contingenze che saltano fuori come funghi: l’umido si ramifica e fa emergere molteplici e sofisticati bisogni sociali, chi più chi meno. La verità è che ci sono tanti bisogni inevasi e tutto questo rimane lettera morta perché si cercano le risposte in sistemi lenti e ultra-burocraticizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti, non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Occorre invece un pensiero fluido, che possieda un bagaglio ben accessoriato, in cui gli attrezzi, congeniali alle singole situazioni, siano complementari e lavorino assieme, sempre. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nelle loro singole competenze, la cultura comune del coordinamento necessario. Al contrario, essere convinti di riuscire a farcela sempre da soli fidandosi del proprio istinto e battagliando alla disperata davanti alla celebrazione del denaro è roba da incapaci: questi personaggi perderanno sempre, in partenza, oppure diverranno anche loro irrimediabilmente dei mercenari, il ché è lo stesso. Il vero senso è il saper costruire insieme, confrontarsi, dibattere, scannarsi, trovare delle comunanze longeve ma pur sempre pronte a trovare quello spirito di adattamento capace di vederci chiaro. Ormai è lampante a tutti che ci hanno fatto le scarpe: i ricchi si arricchiscono sempre di più e si auto-celebrano tirando una pista di riscatto post-frastuono sul fondoschiena della prostituta. La fetta bella massiccia e grondante della società che ne resta è invece preda dell’isterismo, associato a stress pre-immaginifico per il futuro che l’attende, vivendo una rassegnazione che mi ricorda il muschio irlandese, perché sì: il muschio in Irlanda è di un verde diverso, un verde che col tempo si è tramutato in rassegnazione. Pensare al complotto è ormai cosa passata. Il complotto è bello che passato, ma anche tutto compiuto se ci si vede attorno, e ormai, di questo immane sfacelo, non si possono che raccattare solo i frutti acerbi, quelli già spolpati dagli insetti arrivisti. La gente sta male, lo si nota, lo si percepisce, si incontra il malessere sociale ad ogni passo umano che s’incontri. E non va bene: il futuro non esiste più, non è manco più rischioso, o per essere buoni "incerto". “Una transizione difficile vuol dire attraversare una strada trafficata e pericolosa, senza semafori né passaggi pedonali. Oppure attraversare un torrente impetuoso, con tante rapide e rocce scivolose, attraversarlo in un punto senza aver potuto ben valutare se sia quello più favorevole. Abbiamo paura perché prima di tutto, per passare, dobbiamo guardare bene dove siamo, e ci accorgiamo che partiamo da e con qualcosa che non è solido e che fa pensare «bene, posso staccarmi, ma se perdo anche questo dove vado?». Se sbaglio, se nell’attraversamento ci perdiamo, dove andiamo a finire? Abbiamo paura, una paura che ci rende anche difficile anticipare i processi che ci consentono il passaggio, cioè guardare dove mettere i piedi: dove le auto passano un po’ meno velocemente? Come riesco ad intrufolarmi in maniera tale da non essere investito? E ancora la paura ci fa vedere in modo confuso quel che c’è dall’altra parte. È vero che non sappiamo bene dove si può approdare, ma questo è inevitabile: ormai la nostra vita è fatta così; per tutto non sappiamo cosa ci riserva il domani: dalla nostra salute, alla nostra abitazione, alle nostre condizioni di lavoro. Ma essere consapevoli di tutto questo non toglie la paura. Si tratta allora di attrezzarsi per la transizione difficile: questo consiste nel riuscire a co-costruire un’organizzazione temporanea, che si agganci alle istituzioni esistenti, ma che sia anche differenziata e articolata diversamente, come una sorta di appendice, un elemento a parte che interagisce con le situazioni preesistenti ma che si differenzia, perché è orientata verso una progettualità integrata che le istituzioni normalmente al loro interno non riescono a realizzare: hanno barriere, vincoli, hanno paratie e compartimento stagno, che impediscono movimenti, possibilità, aperture: mantengono attaccamenti e permanenze.” (Manoukian, 2013).
martedì 21 gennaio 2014
Il Salmone sopra il letto di limone
Anime
abbandonate, anime sprovvedute: che fine ha fatto la felicità?
Pare
di danzare attraverso il vento, e volteggi nel suo tempo la tua melanconica
rinuncia
Apri
gli occhi e ti osservi in vetta; li riapri subito dopo e non ti capaciti più
per quanto rocambolesco e fuorviante può apparire quel misero e illusorio
ristoro
E quindi...
Bar,
luci e ombre: il tintinnare di bicchieri lucenti serviti in piroetta, da
ragazze formose e sorridenti che ti mostrano il conto, lo stesso conto di tutti
quei sorrisi che adesso vengono solo animati dall’amarezza dell’ingollo
Destra
o sinistra, avanti o indietro: l’eterno ritorno è conforme agli stati d’animo,
li riflette e li adegua, li rappresenta e li mette in scena: dà loro una voce
teatrale
Febbre,
temperatura, rossore... Animazione: spasmi a tradimento
Il
dialogo si fa interiore e non smette di parlare. Discute, crea neologismi,
cerca con tutte le forze di cavarci qualcosa: le parole si illuminano prima e
indietreggiano poi, sparendo nel buio nulla
La
materia grigia è confusa: acquerelli di fresca gittata imbevono il
riconoscibile, appannandolo
La
tv è sempre spenta, le sue antenne invisibili cercano un contatto con il mondo
digitale, ma non lo trovano
La
strada fuori dalla finestra è illuminata dall’illuminazione pubblica: c’è
scritto a chiare lettere sui tombini sparsi tra i ciottoli; sono le strade
maestre, quelle civiche e collettive, che non sono più illuminate dalla stessa
luce
C’è
una luce diversa, verde, come la luce del mio corridoio, un trip di menti sane
ritrovatesi nella convivialità del privato assoluto: intangibile, pazzo,
lunatico, per forza di cose diverso da te
Le
relazioni sono come le spie dei comandi che popolano l’abitacolo di una
macchina: sono talmente complicate e nascoste che neanche le istruzioni o le
illustrazioni adiacenti riescono a render giustizia alla tua frustrata
rassegnazione
E la
cucina è colore salmone: ti pare di stare dentro alla sua paffuta pancia
colorata, e attendi: no, non nella balena, attendi nella pancia del salmone; ed
è buono il salmone, come la pazienza del suo grasso per essere digerito (meglio
arrostito sopra un letto di limone: l’acido lo aromatizza di più)
Ma
tanto, perché dispiacersi? Non è tutta una finzione? Non è stato detto che la realtà
non esiste? Sì, penso di sì. Per quello che risulta dall’obiettivo della mia
percezione è solo un calderone di sensazioni soggettive, sparute, sparse per
ogni dove e alla rinfusa, senza alcuna precisa direzione: un orgiastico fuoco d’artificio
che si spegne nell’immenso mare della realtà, su quella immensa superficie che
ricopre i suoi abissi imperscrutabili
Quale
direzione allora prendere? “Sii spontaneo” “Dai alito ai tuoi istinti”... Si
ma... Se me lo dici con l’imperativo non risulta più spontanea la cosa; come
dire: non mi viene più di seguire quelle rare alitate dell’istinto che
copiosamente riscontravo in fanciullezza
Anime
gioiose, anime in festa: godetevi non l’attimo, per carità, ma le sensazioni
che quell’attimo vi produce dentro, e mandatele a ripetizione sui vostri
schermi, quelli stessi schermi dove vengono proiettati i vostri occhi interiori, perché quando
saranno inondanti dalle lacrime lo scoglio dello zigomo sarà dolce, non rude, ma sensazionale:
una filtro di rigenerazione che si lancia a strapiombo, e via (è solo una metafora, fermi lì)
venerdì 20 dicembre 2013
Il regno della Solitudine
La solitudine è davvero una
brutta bestia, è una specie di sovrastante spauracchio che quando ci intravede
ci coglie alla sprovvista facendoci “buh!” e si diverte tantissimo nel vederci
impauriti, surclassati, completamente impotenti davanti a quella cosa che
davvero non riusciamo a gestire: facciamo di tutto a volte per rifuggirla, ad
ogni dannata occasione in cui cominciamo a sentirne i primi distinguibilissimi
segnali premonitori; in fondo non siamo che animali sociali, che hanno solo
bisogno di un vivace fuocherello e di una sana e musicale compagnia per
alimentarlo, tutto qui. Certo, ci sono anche momenti, attimi della giornata, in
cui non vediamo l’ora di staccare da tutto e da tutti ("non voglio vedere
nessuno!"), e di riprenderci finalmente le nostre pause personali, vagando, senza
senso, nei flusso di quel nostro universo che è tremendamente e squisitamente
soggettivo. Quando dico “squisitamente”, non significa che quel materiale che
trova collocazione nella nostra testa abbia un sapere buono; questo può anche darsi,
ma non è esattamente questo quello che voglio dire. Significa,
invece, che quello che ci frulla in testa è solo nostro, personale, e che le
altre “materie mentali” simili alle nostre non saranno mai identiche a quella
(per fortuna) con cui, in un modo o nell’altro, siamo costretti a fare i conti
tutti i giorni. E quindi spesso, quando il rumore si fa troppo forte e l’acustica
interiore diventa assordante, preferiamo gestire la cosa con un semplice gesto:
abbassare lo schermo della nostra attenzione interiore e mettere tutto in
standby; per favore sì, ecco, va molto meglio ora... È così
che funziona la vita da solitari: viviamo un falso presente ipnotizzato da un
qualsivoglia intrattenimento-droga (quello che capita a giro va più che bene),
invece di riflettere appassionatamente su tutto quello che ci ha portato sino
al qui ed ora e su quello che vogliamo; su tutto ciò che desideriamo enormemente fare nell’immediato
più immediato che sarà qui a momenti o nell’orizzonte futuro: il passato tormentoso e il
futuro assillante preferiamo quasi sempre metterli da parte: sono due torri
belle cariche di paura mentale da evitare senza pensarci due volte. Il
presente, quello Fico, quello spensierato che vola via in un attimo, viene vissuto
solitamente in buona compagnia, mentre quello da gioco-solitario viene appiattito
in attività di svago, in una presa di coscienza che è lenta a venire fuori;
forse perché il tempo ci sembra sempre troppo poco e il suo veloce
sgocciolamento ci porta speditamente, e senza accorgercene, nelle braccia
tenerose di Orfeo (ma quanto sono morbide e consolanti e paffute a fine
giornata le braccia-cuscino di Orfeo? “Orfeo, sì dico a te, sei proprio un’entità
simpatica e piumata e benevola; te lo dovevo proprio dire, per fortuna che ci
sei, anche se non ti conosco poi così tanto bene, e forse sarà proprio per questo..."). E quindi tic e tac, le
lancette dei minuti del simpatico orologio che troneggia in soggiorno sono
governate dalla lancetta dispotica dei secondi: è lei, fondamentalmente, l’ape
regina che fa scattare le loro arcate ripetitive e circolari. E il tempo passa
e tu, nel frattempo, hai esaurito lo svago esterno, quello artificialmente
indotto, fatto d’immagini, d’informazione, di shopping sfrenato sotto l’albero
delle feste illuminate di rosso, di tempo sprecato davanti a pagine digitali e
super e ipertestualizzate che scorrono come rulli inferociti e che ti
rimbalzano da una parte all’altra come la scia invisibile di una pallina da Ping
Pong, manco fosse Forrest Gump (respect) a disegnarne le traiettorie
posizionato di fronte all'altra parte del tavolo verde rialzato a mo' di pannello verticale, di modo che, da solo e saggiamente, può dialogare di battuta e risposta in tutta tranquillità (che uomo lungimirante). Insomma, arrivata una certa non se ne può più e quindi stacchiamo (da
notare che “staccare” è un termine, un verbo in questo caso, che fa riferimento
al mondo delle cose, e noi non siamo il-mondo-delle-cose). La verità è che
questo mondo sociale ci ha de-contestualizzati, de-spazializzati gli uni dagli
altri, e i nostri affetti più cari sono così tremendamente lontani che non ce
ne capacitiamo; il ché può comportare una gioia impagabile nel momento in cui sboccia
il tanto atteso ritrovo ma che, alla lunga, il più delle volte, ci condanna a
vivere miseramente la nostra assordante condizione di solitudine esistenziale. Le
persone sono sole, che lo vogliano o no, e questo è proprio tangibile, davvero prorompente... Può
essere una mia pippa, un qualcosa che sento ingiustificatamente dal di dentro,
ma è la percezione che si avverte, perché i nostri dialoghi, i nostri incontri,
sono ormai costantemente commisurati su ciò che succede su uno schermo
illuminato, su una pagina che alla fine è solo virtuale, e che toglie carne
alla carne, spirito a quello spirito già andato e bello immesso, tramite parole luminescenti e ultra-veloci, su una
tastiera stanca e accartocciata; una tastiera che ormai riconosce a memoria le nostre impronte
digitali e che risulta levigata dalle loro ripetute e costanti pressioni: queste, non sono altro che le pressioni del nostro Io desideroso di fuoriuscire, scalpitante per farsi mondo, ma che, per ora, risulta essere solo in formato digitale, e ingabbiato, in una sfera invisibile ma ciononostante così urgente socialmente, e che
fino a questo momento non ne conosciamo esattamente le sorti: ci fa spaziare in
un mondo che non sappiamo dove ci porterà. E quindi in questo momento voglio
solo il mare, e imprimere il mio Io solo su di Lui, e da solo con Lui, con quelle sue violente ondate invernali trasportate dal vento soffiante che si
scaraventano sulle coste di casa, e che vengono in fine a prelevare ogni particella del mio pensiero,
quel pensiero minuto e spicciolo e così personale che con quelle onde potrà davvero raggiungere ogni dove.
Accozzaglia di pensieri
tramutati in parole con i Sigur Ros trapiantati nelle orecchie.
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