Visualizzazione post con etichetta Solitudine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Solitudine. Mostra tutti i post

mercoledì 19 novembre 2014

Vita da nomade

Sono un nomade, da anni ormai. Ho vissuto molti luoghi, e in tutti quei posti la posta in gioco era sempre molto alta: badare alla mia sopravvivenza. Ho varcato soglie imprevedibili del mio essere. Ho visto scene euforiche di un inedito me che si mescolava con le faccende del mondo. Ho avvertito il calore di lacrime che scendevano giù per colmare lo sfogo delle distanze. Ho macinato distese di chilometri, lastricate e paesaggistiche visioni di contesti del tutto diversi tra loro, completamente nuovi al mio occhio vergine e inesperto, la cui spazializzazione mnemonica si rifà, tutt'ora, a quelle persone incontrate lungo i sentieri, che continuano ad animarli irrequieti, in quelle gesta così sospese poiché impacchettate in vitali esperienze dedite ad un altro tempo, un tempo ormai andato, ma in quel modo unico e irripetibile che alberga ancora nella mia mente, cocciutamente, intenta a ricordare nostalgica... Sono una persona diversa ora. Tanto tempo è passato e il mio respiro è cambiato. La mia voce ha subito un'alterazione soddisfatta del timbro d'intonazione, e il mio sguardo, ormai, è decisamente di un maturo cenere. Ho fatto dell'imprevedibilità il mio punto di forza. Della sospensione del ricordo, e dell'arresto del desiderio volitivo, l'alternativa congeniale per concedermi all'adattamento fluttuante delle circostanze. L'incertezza è l'unica certezza che ho, ma tutto questo scontroso individualismo che si percepisce a giro mi ammazza, sì: ammazza lentamente la mia creatività, la denutrisce. La maggior parte delle persone continua a calpestare ignara queste strade pregne di lordume e, allo stesso tempo, continua a condurre la propria esistenza strozzata in questa morsa invisibile di disumanizzazione imperante... Il risultato è che ognuno è diventato tremendamente solo, costretto com'è ad essere libero di vivere la propria sonora solitudine esistenziale. Allora chiudo gli occhi, per un momento, anzi per due, e penso solamente alla mia prossima avventura esotica, alla mia prossima tappa mentale, lontano da qui.
Anonimo

martedì 23 settembre 2014

Coscienti allucinazioni

Sei troppo bagnato dalla realtà
ora fai un passo, esci…
Asciugati… Cosa vedi?


Un grumo di pensieri si è formato col tempo
quel tempo che col cuore non potrai mai uccidere
Sedimenti su sedimenti incastonati
strutture su sovrastrutture accumulate e composte a casaccio
che impediscono di ascoltare, osservare, scrivere
Silenzi e attese
immobili corse sugli autobus
tra visi smarriti dietro vetrate liquide di strade asfissiate
dal traffico congestionato e bagnato di quell'inutile abbondanza grondante
Il regno del sospeso, di scene al rallentatore, di un’inerzia massacrante
che reagisce disperato ad una velocità più mobile della mobilità
che arriva al suo punto di saturazione e smette
smette di produrre senso
Quante volte hai pensato di voler smettere di pensare
e quante volte ancora hai pensato a ciò che la tua mente produce
non ricavandone nulla
La tracce si cancellano non appena le impronti
le conseguenze delle tue azioni ritornano alla loro fonte
per svanire
Il processo causale ha subito un cortocircuito
È invece l’evento universale, in sé privo di cause e di conseguenze
che viaggia sull'onda insignificante di un linguaggio sconosciuto
Tocca a te riprendere in mano le redini del tuo discorso personale
fatto di sentimenti viscerali e di nervi scoperti
di parole e gesti che oltrepassano la superficialità patinata
la superficie epidermica delle cose
Ed ecco la genuinità di tramonti abbracciati e rasserenati
forieri della promessa di un arrivederci a domani
Quando meno te l’aspetti quello stato di inerzia subirà una scossa
e un andamento spontaneo segnerà quelle tue parole scritte da tempo
ma che ora si impregnano di un automatismo immediato, universale
Un tacito tramestio incessante
un sano lavoro che riemerge dagli abissi del suo anonimato
Ora puoi immergerti nuovamente, fallo
vivi tranquillamente di coscienti allucinazioni, di creatività sensata
e non preoccuparti, il resto poi verrà da sé

mercoledì 4 giugno 2014

Rosso passione slavato

È una mattinata umida, soleggiata, in preda alla fornace dell’estate che avanza. L’inquinamento è ormai al limite, sta strippando, e tutto sembra racchiuso in sfere soporifere che non hanno una loro precisa dicitura, una consona direzione da seguire. Il traffico è lento, altalenante. C’è un andirivieni di macchine rumorose e silenziosissime: non si capisce bene dove guardare, dove stare attenti al flusso discontinuo. Il contesto raccolto dalle colline pare spopolato, e i pochi rimasti in giro hanno, per la maggiore, un bastone in mano per sorreggersi, nulla di più, e il loro andamento è lento, più lento della lentezza in dirittura di arrivo. La pensilina della fermata dell’autobus è rossa: è tutto rosso qua attorno, ma di rosso, in realtà, si vede ormai ben poco in giro. La passione che anima le persone è smorta, glielo leggi nei loro visi tramortiti. È un’antropologia segnata, maltrattata, che cerca ormai qualsiasi spiraglio nel formato digitale disperso chissà dove. L’analogico è disturbato, emette poche frequenze significative, ma solo ogni tanto. In coda al bancomat c’è della gente chinata su se stessa, fissa il vuoto pavimentato o, di converso, i loro palmi luminosi e impostati sull'icona del silenzioso. Un fornaio con berretto rosso e camice bianco preleva i suoi pochi contanti rimasti: è un uomo alto, di colore, ben impostato, ed elargisce ai vicini un sorriso bianco di altri tempi. Solo per un attimo si ha la sensazione di vivere una boccata d’ossigeno, ma quel gesto, quel sorriso, quel segno di riconoscimento sociale nell’attesa passa, e tra quelle persone si intrufola una sensazione quasi mai provata prima, esterrefatta.
Sotto la pensilina rossa l’autobus, altrettanto di colore rosso, stenta a stagliarsi sull’orlo di qualsiasi orizzonte: i fiumiciattoli ascensionali del caldo sopraggiunto distolgono la vista e immergono tutte le percezioni umane in un liquido pervasivo, onnipresente. Ad un certo punto, in un precisato lasso di tempo che si fa largo, un ragazzo osserva attentamente un volatile che è appena planato in terra indisturbato; lo osserva in maniera maniacale e non si capisce esattamente il perché. Probabilmente lo ha visto sonnecchiando in uno di quei tanti documentari che non si caca nessuno in tv, e che per l’appunto decidono, sapientemente, di fare breccia nei telespettatori a notte fonda, tra quelle anime sconquassate che per un’imprecisata ragione non riescono più, normalmente, ad acchiappare il loro fisiologico sonno. Il suo atto dell’osservare persevera cocciuto, intransigente, e il volatile si sente quasi osservato, qualora possa davvero sentire l’osservazione maniacale di un umano in cerca di risposte dal calibro di un non so ché. E poi è un attimo. Come se si trattasse di un pallone sistemato con cura sul dischetto di un fragoroso rigore quel ragazzo scalcia il volatile, una botta secca di collo pieno, e il povero volatile non si capacita, i suoi tempi di reazione sono alquanto timidi rispetto al secondo calcio che sopraggiunge di nuovo e di nuovo, senza pietà, con forza, e proietta le sue penne svolazzanti, assieme a quell’esile corpo contuso, sul selciato abbrustolito dell’asfalto, rotoloni, una chiazza schizzata di sangue animalesca. Il ragazzo corre in strada, insegue l'attentato e calpesta a più riprese il volatile come se non ci fosse un domani. Dopodiché, quando ormai il volatile non dà più segni di reazione alcuna, il ragazzo prende la sua traiettoria e se ne va, come nulla fosse. I pochi spettatori dell’accaduto indicano col dito ora il volatile in terra ora il ragazzo che cammina placidamente indisturbato, e indicano solamente senza dire una parola, senza pronunciare un monito, un alcunché, delle dita indirizzate verso nessuno a dire il vero: sembrano invero, anche queste, un insieme sfaccendato di un rimasuglio abbandonato, una reazione solo quasi spontanea, e che finisce lì.
L’autobus rosso continua a non passare, ma le macchine lente e solitarie e compattate nel loro isolazionismo sicuro d’avanguardia continuano indifferenti il loro tragitto, e qualcuna di queste, con le loro ruote altrettanto indifferenti e belle cicciotte colpiscono a più riprese i resti di quel volatile che ormai non ha più senso per il suo cielo, non ha più nulla da spartire con i suoi compagni che per loro fortuna sono ancora là, in alto, in volo, e che osservano, forse, da lontano e piangenti, lo scempio appena consumato e a spese di quel malcapitato compagno di cielo, che aveva solo avuto la delicatezza di tastare per un attimo la terra, per saggiare cosa si provava una volta ogni tanto, ma che ora, invece, continua a srotolarsi tra quelli che sono ormai i suoi resti di piume e carne e sangue per ogni dove, su quel maledetto selciato abbrustolito appena visitato, e che assolutamente no, assolutamente, non gli è mai appartenuto propriamente.
Sempre ad un altro imprecisato punto un signore comincia a prendersela con una radice di un albero: prima carezze affettive, la mano quasi scorticata ad ogni passaggio. E poi pugni, pedate, craniate a ripetizione, e anche qui, senza un apparente motivo logico iniziale che facesse presagire un comportamento del genere. Le macchine, alla vista di quella sequenza di atti e attimi scossi, rallentano di più, tutte piano piano, voltandosi appena. Ed è a questo - questa volta precisato - punto che accade un maxi tamponamento a imbuto, una fisarmonica che si accartoccia solo da una lato, che identifica, tutte in fila, le macchine che si spiaccicano su se stesse seguendo i fanalini posteriori delle altre. E quello che sembrava uno scenario pacato si anima ora di un fuoco più divampante, un fuoco a immagine sua più avvenente rispetto a quello appena pronunciato e liquido delle condizioni atmosferiche. E tutti scendono dalle loro postazioni personalizzate formato-macchina e cominciano a sbraitare l’uno con l’altro, e ognuno va incontro al suo personale facilmente individuabile tamponatore, seguendo la scia opposta della fisarmonica immaginaria che, questa volta, si accartoccia di umane presente al contrario, tutte cozzate l’una sull’altra, una montagnetta. E c’è un finimondo che imperversa e che si scuote e che prende subito in mano lo smartphone che può salvare sempre le circostanze, che può salvare anche la vita se è necessario, digitando numeri invisibili su una tastiera scorrevole che rincorre tanti numeri alla rinfusa, perché col caldo e il sole non si vede proprio nulla su quei stramaledetti aggeggi. E allora sirene, strombazzate, delirio nel delirio. I bastoni lenti dei passanti si fermano e l’altra mano (sempre di questi mal capitati passanti) sistema gli occhiali stanchi su quel putiferio di accaduto, ad un ritmo quasi sincronizzato. L’autobus non passa più, o meglio si è bloccato sull’orizzonte impaziente: il suo rosso della passione che ti condurrà a casa è ancora distante dal compiere la sua scia colorata, e indicata, sommariamente, sui cartelloni plastificati delle pensiline piantate; quel suo solcante tragitto di sempre (il tragitto sempre di quell’autobus rosso, tuo solo dai finestroni rumorosi ad ogni zolla) è ancora tanto distante dal riempire e salutare le sue consuete tappe transitorie.
L’atmosfera animata ha raggiunto dunque e infine un punto di equilibrio, l’equilibrio della ragione. Ma la sana passione è rimasta per fortuna ancora in cielo, e svolazza indisturbata: completamente esente dalle logiche umane della terra. E allora un altro volatile plana con convinzione su quei resti ancora lì, e ancora una volta dimenticati, di quell'altro volatile senza nome, senza un perché. Si avvicina al suo ex-compagno di voli, di stagioni, e gli porge uno sguardo, quasi una carezza visiva, e, dandogli un ultimo e degno di questo nome saluto, raggiunge gli altri suoi compagni nelle distese di quel cielo spazzato e va, lasciandosi dietro, quasi a malincuore noncurante, un rosso passione slavato. 

martedì 28 gennaio 2014

Le lande della transizione difficile

I potenti della terra, i farabutti (e brutti), i cacciatori di capitali il cui unico intento è arricchirsi senza mai vedere la fine sono ormai sull’olimpo della grettezza, e da li su, pressoché indisturbati, comandano i loro mercenari affamati, che avanzano pilotati verso di noi, silenziosamente, sterminando le nostre vitali lande identitarie, passando per tutti i palazzi o l’erba del mondo: truffano, corrompono, cooptano, rapiscono e deridono il nostro, ultimo rimasto, spirito umano e solidale: ci stanno letteralmente prosciugando, e noi cominciamo ad avere sete, una secchezza rassegnata. Andiamo a tentoni cercando disperatamente le ultime gocce di risorse rimaste, e, a pieni palmi, stiamo cominciando a toccare letteralmente il fondo, sul serio.
Le idee sono ridondanti e non hanno più una direzione. C’è un bla bla insignificante che serve solo a spillare soldi all’audience, quei pochi quattrini che ancora sono rimasti nelle tasche sporche e rovesciate. Le nette distinzioni, i confini confortanti, non ci sono più: è tutto morto e tremendamente desolato: lo scenario vero è un’immensa distesa polverosa. Siamo entrati in un pensiero-labirinto circolare, accessibile quasi a tutti e, ciononostante, siamo incapaci di fissare dei punti fermi, familiari: si procede solo per blandi tentativi, e se quello che è stato appena compiuto non è andato a buon fine si ritorna ancora indietro, per tentare ancora una volta un’altra nuova via.
La speranza a tutto questo però vive nella condivisione dei saperi di ognuno, nelle specifiche differenze che attualizzano le esperienze passate e cementate nelle nostre menti, e che danno ogni giorno i loro frutti potenziali, le possibilità di un riscatto da lacrime. Questa condivisione è composta da mini-sistemi che nascono all’occorrenza, in base alle circostanze, e che operano in maniera innovativa per far fronte alle contingenze che saltano fuori come funghi: l’umido si ramifica e fa emergere molteplici e sofisticati bisogni sociali, chi più chi meno. La verità è che ci sono tanti bisogni inevasi e tutto questo rimane lettera morta perché si cercano le risposte in sistemi lenti e ultra-burocraticizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti, non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Occorre invece un pensiero fluido, che possieda un bagaglio ben accessoriato, in cui gli attrezzi, congeniali alle singole situazioni, siano complementari e lavorino assieme, sempre. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nelle loro singole competenze, la cultura comune del coordinamento necessario. Al contrario, essere convinti di riuscire a farcela sempre da soli fidandosi del proprio istinto e battagliando alla disperata davanti alla celebrazione del denaro è roba da incapaci: questi personaggi perderanno sempre, in partenza, oppure diverranno anche loro irrimediabilmente dei mercenari, il ché è lo stesso. Il vero senso è il saper costruire insieme, confrontarsi, dibattere, scannarsi, trovare delle comunanze longeve ma pur sempre pronte a trovare quello spirito di adattamento capace di vederci chiaro. Ormai è lampante a tutti che ci hanno fatto le scarpe: i ricchi si arricchiscono sempre di più e si auto-celebrano tirando una pista di riscatto post-frastuono sul fondoschiena della prostituta. La fetta bella massiccia e grondante della società che ne resta è invece preda dell’isterismo, associato a stress pre-immaginifico per il futuro che l’attende, vivendo una rassegnazione che mi ricorda il muschio irlandese, perché sì: il muschio in Irlanda è di un verde diverso, un verde che col tempo si è tramutato in rassegnazione. Pensare al complotto è ormai cosa passata. Il complotto è bello che passato, ma anche tutto compiuto se ci si vede attorno, e ormai, di questo immane sfacelo, non si possono che raccattare solo i frutti acerbi, quelli già spolpati dagli insetti arrivisti. La gente sta male, lo si nota, lo si percepisce, si incontra il malessere sociale ad ogni passo umano che s’incontri. E non va bene: il futuro non esiste più, non è manco più rischioso, o per essere buoni "incerto". “Una transizione difficile vuol dire attraversare una strada trafficata e pericolosa, senza semafori né passaggi pedonali. Oppure attraversare un torrente impetuoso, con tante rapide e rocce scivolose, attraversarlo in un punto senza aver potuto ben valutare se sia quello più favorevole. Abbiamo paura perché prima di tutto, per passare, dobbiamo guardare bene dove siamo, e ci accorgiamo che partiamo da e con qualcosa che non è solido e che fa pensare «bene, posso staccarmi, ma se perdo anche questo dove vado?». Se sbaglio, se nell’attraversamento ci perdiamo, dove andiamo a finire? Abbiamo paura, una paura che ci rende anche difficile anticipare i processi che ci consentono il passaggio, cioè guardare dove mettere i piedi: dove le auto passano un po’ meno velocemente? Come riesco ad intrufolarmi in maniera tale da non essere investito? E ancora la paura ci fa vedere in modo confuso quel che c’è dall’altra parte. È vero che non sappiamo bene dove si può approdare, ma questo è inevitabile: ormai la nostra vita è fatta così; per tutto non sappiamo cosa ci riserva il domani: dalla nostra salute, alla nostra abitazione, alle nostre condizioni di lavoro. Ma essere consapevoli di tutto questo non toglie la paura. Si tratta allora di attrezzarsi per la transizione difficile: questo consiste nel riuscire a co-costruire un’organizzazione temporanea, che si agganci alle istituzioni esistenti, ma che sia anche differenziata e articolata diversamente, come una sorta di appendice, un elemento a parte che interagisce con le situazioni preesistenti ma che si differenzia, perché è orientata verso una progettualità integrata che le istituzioni normalmente al loro interno non riescono a realizzare: hanno barriere, vincoli, hanno paratie e compartimento stagno, che impediscono movimenti, possibilità, aperture: mantengono attaccamenti e permanenze.” (Manoukian, 2013).

martedì 21 gennaio 2014

Il Salmone sopra il letto di limone


Anime abbandonate, anime sprovvedute: che fine ha fatto la felicità?

Pare di danzare attraverso il vento, e volteggi nel suo tempo la tua melanconica rinuncia

Apri gli occhi e ti osservi in vetta; li riapri subito dopo e non ti capaciti più per quanto rocambolesco e fuorviante può apparire quel misero e illusorio ristoro

E quindi...

Bar, luci e ombre: il tintinnare di bicchieri lucenti serviti in piroetta, da ragazze formose e sorridenti che ti mostrano il conto, lo stesso conto di tutti quei sorrisi che adesso vengono solo animati dall’amarezza dell’ingollo

Destra o sinistra, avanti o indietro: l’eterno ritorno è conforme agli stati d’animo, li riflette e li adegua, li rappresenta e li mette in scena: dà loro una voce teatrale

Febbre, temperatura, rossore... Animazione: spasmi a tradimento

Il dialogo si fa interiore e non smette di parlare. Discute, crea neologismi, cerca con tutte le forze di cavarci qualcosa: le parole si illuminano prima e indietreggiano poi, sparendo nel buio nulla

La materia grigia è confusa: acquerelli di fresca gittata imbevono il riconoscibile, appannandolo

La tv è sempre spenta, le sue antenne invisibili cercano un contatto con il mondo digitale, ma non lo trovano

La strada fuori dalla finestra è illuminata dall’illuminazione pubblica: c’è scritto a chiare lettere sui tombini sparsi tra i ciottoli; sono le strade maestre, quelle civiche e collettive, che non sono più illuminate dalla stessa luce

C’è una luce diversa, verde, come la luce del mio corridoio, un trip di menti sane ritrovatesi nella convivialità del privato assoluto: intangibile, pazzo, lunatico, per forza di cose diverso da te

Le relazioni sono come le spie dei comandi che popolano l’abitacolo di una macchina: sono talmente complicate e nascoste che neanche le istruzioni o le illustrazioni adiacenti riescono a render giustizia alla tua frustrata rassegnazione

E la cucina è colore salmone: ti pare di stare dentro alla sua paffuta pancia colorata, e attendi: no, non nella balena, attendi nella pancia del salmone; ed è buono il salmone, come la pazienza del suo grasso per essere digerito (meglio arrostito sopra un letto di limone: l’acido lo aromatizza di più)

Ma tanto, perché dispiacersi? Non è tutta una finzione? Non è stato detto che la realtà non esiste? Sì, penso di sì. Per quello che risulta dall’obiettivo della mia percezione è solo un calderone di sensazioni soggettive, sparute, sparse per ogni dove e alla rinfusa, senza alcuna precisa direzione: un orgiastico fuoco d’artificio che si spegne nell’immenso mare della realtà, su quella immensa superficie che ricopre i suoi abissi imperscrutabili

Quale direzione allora prendere? “Sii spontaneo” “Dai alito ai tuoi istinti”... Si ma... Se me lo dici con l’imperativo non risulta più spontanea la cosa; come dire: non mi viene più di seguire quelle rare alitate dell’istinto che copiosamente riscontravo in fanciullezza

Anime gioiose, anime in festa: godetevi non l’attimo, per carità, ma le sensazioni che quell’attimo vi produce dentro, e mandatele a ripetizione sui vostri schermi, quelli stessi schermi dove vengono proiettati i vostri occhi interiori, perché quando saranno inondanti dalle lacrime lo scoglio dello zigomo sarà dolce, non rude, ma sensazionale: una filtro di rigenerazione che si lancia a strapiombo, e via (è solo una metafora, fermi lì)  

venerdì 20 dicembre 2013

Il regno della Solitudine

La solitudine è davvero una brutta bestia, è una specie di sovrastante spauracchio che quando ci intravede ci coglie alla sprovvista facendoci “buh!” e si diverte tantissimo nel vederci impauriti, surclassati, completamente impotenti davanti a quella cosa che davvero non riusciamo a gestire: facciamo di tutto a volte per rifuggirla, ad ogni dannata occasione in cui cominciamo a sentirne i primi distinguibilissimi segnali premonitori; in fondo non siamo che animali sociali, che hanno solo bisogno di un vivace fuocherello e di una sana e musicale compagnia per alimentarlo, tutto qui. Certo, ci sono anche momenti, attimi della giornata, in cui non vediamo l’ora di staccare da tutto e da tutti ("non voglio vedere nessuno!"), e di riprenderci finalmente le nostre pause personali, vagando, senza senso, nei flusso di quel nostro universo che è tremendamente e squisitamente soggettivo. Quando dico “squisitamente”, non significa che quel materiale che trova collocazione nella nostra testa abbia un sapere buono; questo può anche darsi, ma non è esattamente questo quello che voglio dire. Significa, invece, che quello che ci frulla in testa è solo nostro, personale, e che le altre “materie mentali” simili alle nostre non saranno mai identiche a quella (per fortuna) con cui, in un modo o nell’altro, siamo costretti a fare i conti tutti i giorni. E quindi spesso, quando il rumore si fa troppo forte e l’acustica interiore diventa assordante, preferiamo gestire la cosa con un semplice gesto: abbassare lo schermo della nostra attenzione interiore e mettere tutto in standby; per favore sì, ecco, va molto meglio ora... È così che funziona la vita da solitari: viviamo un falso presente ipnotizzato da un qualsivoglia intrattenimento-droga (quello che capita a giro va più che bene), invece di riflettere appassionatamente su tutto quello che ci ha portato sino al qui ed ora e su quello che vogliamo; su tutto ciò che desideriamo enormemente fare nell’immediato più immediato che sarà qui a momenti o nell’orizzonte futuro: il passato tormentoso e il futuro assillante preferiamo quasi sempre metterli da parte: sono due torri belle cariche di paura mentale da evitare senza pensarci due volte. Il presente, quello Fico, quello spensierato che vola via in un attimo, viene vissuto solitamente in buona compagnia, mentre quello da gioco-solitario viene appiattito in attività di svago, in una presa di coscienza che è lenta a venire fuori; forse perché il tempo ci sembra sempre troppo poco e il suo veloce sgocciolamento ci porta speditamente, e senza accorgercene, nelle braccia tenerose di Orfeo (ma quanto sono morbide e consolanti e paffute a fine giornata le braccia-cuscino di Orfeo? “Orfeo, sì dico a te, sei proprio un’entità simpatica e piumata e benevola; te lo dovevo proprio dire, per fortuna che ci sei, anche se non ti conosco poi così tanto bene, e forse sarà proprio per questo..."). E quindi tic e tac, le lancette dei minuti del simpatico orologio che troneggia in soggiorno sono governate dalla lancetta dispotica dei secondi: è lei, fondamentalmente, l’ape regina che fa scattare le loro arcate ripetitive e circolari. E il tempo passa e tu, nel frattempo, hai esaurito lo svago esterno, quello artificialmente indotto, fatto d’immagini, d’informazione, di shopping sfrenato sotto l’albero delle feste illuminate di rosso, di tempo sprecato davanti a pagine digitali e super e ipertestualizzate che scorrono come rulli inferociti e che ti rimbalzano da una parte all’altra come la scia invisibile di una pallina da Ping Pong, manco fosse Forrest Gump (respect) a disegnarne le traiettorie posizionato di fronte all'altra parte del tavolo verde rialzato a mo' di pannello verticale, di modo che, da solo e saggiamente, può dialogare di battuta e risposta in tutta tranquillità (che uomo lungimirante). Insomma, arrivata una certa non se ne può più e quindi stacchiamo (da notare che “staccare” è un termine, un verbo in questo caso, che fa riferimento al mondo delle cose, e noi non siamo il-mondo-delle-cose). La verità è che questo mondo sociale ci ha de-contestualizzati, de-spazializzati gli uni dagli altri, e i nostri affetti più cari sono così tremendamente lontani che non ce ne capacitiamo; il ché può comportare una gioia impagabile nel momento in cui sboccia il tanto atteso ritrovo ma che, alla lunga, il più delle volte, ci condanna a vivere miseramente la nostra assordante condizione di solitudine esistenziale. Le persone sono sole, che lo vogliano o no, e questo è proprio tangibile, davvero prorompente... Può essere una mia pippa, un qualcosa che sento ingiustificatamente dal di dentro, ma è la percezione che si avverte, perché i nostri dialoghi, i nostri incontri, sono ormai costantemente commisurati su ciò che succede su uno schermo illuminato, su una pagina che alla fine è solo virtuale, e che toglie carne alla carne, spirito a quello spirito già andato e bello immesso, tramite parole luminescenti e ultra-veloci, su una tastiera stanca e accartocciata; una tastiera che ormai riconosce a memoria le nostre impronte digitali e che risulta levigata dalle loro ripetute e costanti pressioni: queste, non sono altro che le pressioni del nostro Io desideroso di fuoriuscire, scalpitante per farsi mondo, ma che, per ora, risulta essere solo in formato digitale, e ingabbiato, in una sfera invisibile ma ciononostante così urgente socialmente, e che fino a questo momento non ne conosciamo esattamente le sorti: ci fa spaziare in un mondo che non sappiamo dove ci porterà. E quindi in questo momento voglio solo il mare, e imprimere il mio Io solo su di Lui, e da solo con Lui, con quelle sue violente ondate invernali trasportate dal vento soffiante che si scaraventano sulle coste di casa, e che vengono in fine a prelevare ogni particella del mio pensiero, quel pensiero minuto e spicciolo e così personale che con quelle onde potrà davvero raggiungere ogni dove.


Accozzaglia di pensieri tramutati in parole con i Sigur Ros trapiantati nelle orecchie.