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giovedì 16 ottobre 2014

Mi chiamo Frandom, e sono una rana che saltella nel buio.

Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.

Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al ed esenti dal pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano, e vista la sua caparbia cocciutaggine, verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso. “Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.

È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che lì fuori sia tutta una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore: il nemico non sono gli altri, siamo semplicemente noi stessi. Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).

Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani. Certo è che aveva un indiscusso potenziale.

E quindi che altro dirvi: sono Frandom, una rana che, come avete letto, accumula e associa pensieri a random, e che ora, con tutto rispetto, immergerà i suoi occhi gonfi di vivere nel buio salvifico di una nuotata saltellante, per salutarvi con affetto… Ciao.

martedì 23 settembre 2014

Coscienti allucinazioni

Sei troppo bagnato dalla realtà
ora fai un passo, esci…
Asciugati… Cosa vedi?


Un grumo di pensieri si è formato col tempo
quel tempo che col cuore non potrai mai uccidere
Sedimenti su sedimenti incastonati
strutture su sovrastrutture accumulate e composte a casaccio
che impediscono di ascoltare, osservare, scrivere
Silenzi e attese
immobili corse sugli autobus
tra visi smarriti dietro vetrate liquide di strade asfissiate
dal traffico congestionato e bagnato di quell'inutile abbondanza grondante
Il regno del sospeso, di scene al rallentatore, di un’inerzia massacrante
che reagisce disperato ad una velocità più mobile della mobilità
che arriva al suo punto di saturazione e smette
smette di produrre senso
Quante volte hai pensato di voler smettere di pensare
e quante volte ancora hai pensato a ciò che la tua mente produce
non ricavandone nulla
La tracce si cancellano non appena le impronti
le conseguenze delle tue azioni ritornano alla loro fonte
per svanire
Il processo causale ha subito un cortocircuito
È invece l’evento universale, in sé privo di cause e di conseguenze
che viaggia sull'onda insignificante di un linguaggio sconosciuto
Tocca a te riprendere in mano le redini del tuo discorso personale
fatto di sentimenti viscerali e di nervi scoperti
di parole e gesti che oltrepassano la superficialità patinata
la superficie epidermica delle cose
Ed ecco la genuinità di tramonti abbracciati e rasserenati
forieri della promessa di un arrivederci a domani
Quando meno te l’aspetti quello stato di inerzia subirà una scossa
e un andamento spontaneo segnerà quelle tue parole scritte da tempo
ma che ora si impregnano di un automatismo immediato, universale
Un tacito tramestio incessante
un sano lavoro che riemerge dagli abissi del suo anonimato
Ora puoi immergerti nuovamente, fallo
vivi tranquillamente di coscienti allucinazioni, di creatività sensata
e non preoccuparti, il resto poi verrà da sé

domenica 8 giugno 2014

Oceano d'aria

Quando versi dell’acqua in un bicchiere accade che nel frastuono del liquido capovolto nascano isolate goccioline d’aria, goccioline nate dal nulla. Nella caduta, si ritrovano imprigionate in una cella invisibile, densa, senza pareti, e seguono smarrite un moto tutto loro, come se fossero state stordite e avvolte da morbidi mantelli. Poi, senza preavviso, una melodia di guanti in festa entra in azione e le sorregge, comincia a coccolarle, come se fossero tutte raggruppate su di un’amaca che sculetta spensierata, noncurante delle prime luci disvelanti del tramonto. In quel moto inaspettato di luci e molecole, in quel risucchio voraginoso di pochi e fermi istanti, prendono poi forma, una forma di convinzione, un coraggio tutto loro, e ritornano così pian piano in superficie, come se fossero sospese verso una direzione ben precisa, la direzione di un’altra luce attraente. Ed è allora, in quello scatto fotografico quasi perfetto, in quella sequenza quasi rallentata appositamente per loro che sprigionano delle proprietà guizzanti, muovendosi senza regole ondeggiando, sì ondeggiando, finalmente sicure di sé, serene di quello che stanno per compiere, come se fossero telecomandate verso un cielo meritato di libertà. In questo modo, raggiungono quella che riconoscono come una loro fonte, una distesa oceanica d’aria che le sovrasta e che le attende per risucchiarle infine nel mondo appagante.

Allo stesso modo noi siamo stati immersi e ora stiamo risalendo, pian piano. Non sappiamo di preciso qual è la nostra direzione, non sappiamo dove stiamo andando, ma il suo richiamo lo sentiamo vicino, e prima di questo momento tutto ciò non ci è mai sembrato così familiare. Come tante voci che ci sussurrano all’orecchio a migliaia di chilometri di distanza: sappiamo in fondo chi ci sta chiamando, chi sono quelle voci, anche se a malapena riusciamo a scorgerne i volti. Nel nostro intimo però sappiamo di essere interconnessi, gli uni agli altri, in quell’oceano d’aria che ci attende e che pazienta, sempre, per noi, per noi tutti. Come nella scrittura, in quel processo laborioso e di scatto, di continui aggiustamenti e rifiniture, di guizzi pindarici e di logiche misteriose, che continueranno ad assecondare sempre, nella loro essenza, i dettami ancestrali di menti a malapena connesse e in affanno di parole, ma che vogliono ugualmente comunicarsi di essere ancora vicine, perché questo è il segreto, semplicemente: l’essere sempre vicini, nonostante le discrasie, nonostante le incomprensioni sopraggiunte, malgrado gli scarti che ci distanziano e ci occluderanno nel frastuono. Verrà un giorno in cui ci raggrupperemo tutti assieme, alla stessa maniera di quelle goccioline, e sarà allora che conquisteremo con convinzione la nostra traiettoria con gli altri, nella fusione dei corpi, delle menti, in quella distesa emozionale piena d’aria che è fatta di libertà, di cui il mondo è il primo e indiscusso sovrano. 

domenica 25 maggio 2014

Per D___

Un piccione, un piccione stava entrando dalla finestra. Strano, a volte questa città ne sembra sprovvista. Quando dormono, la notte, si posizionano sulle aste di ferro che trafiggono in alto i portici, e sembrano non muoversi mai: statue, simulacri ripiegati su se stessi: un accumulo muto di sporcizia sembrano lassù. Ma questa mattina c’è il sole, cosparso, e il sole con la sua onnipotenza spazza via ogni cosa: le nuvole veleggiano in un oceano blu e l’atmosfera sembra tutta leggermente accarezzata da anime riposate. Sarebbe bello ogni tanto spegnere il cervello e non curarsi del frastuono interiore: l’atto di spegnerlo significherebbe solo attivarlo su altri canali meno disturbati, solo questo. E va bene così.
Le persone possono essere compresenti anche senza esserlo: è una misteriosa fascinazione che ci fa ancora sperare, una connessioni di menti che dialogano da lontano, per dirsi semplicemente ciao, eccomi qui. Ma oggi quelle persone stanno quasi tutte male, un male interiore e generalizzato, senza prospettiva, e non fanno altro che riversare disperatamente il loro male su altre persone: a volte, davvero, non possono fare altrimenti. E allora si distanziano per non farsene ancora, bruscamente, e questo non è altro che un segno di indiscussa, anche se incontrovertibilmente contrastante, debolezza. “L'ingiustizia è una maestra rigida ma impareggiabile.” Probabile, caro Dave, probabile; come ogni cosa che sempre con l’occhiolino divertito e strizzato mi hai suggerito.
In questo giorni accorri spesso tra i miei pensieri, lo sai? Forse perché ho solo bisogno di ridere, e tu, a me, mi hai fatto sempre ridere un sacco. Quando ti leggevo, col tempo, hai fatto nascere in me una risata nuova, inedita, una risata che era un misto di stupore, di catartiche invenzioni, ma anche di cruda e spietata consapevolezza di ciò che ci gira attorno sbeffeggiandoci. Mi hai insegnato l’umiltà, quell’umiltà che ho incorporato sin da bambino, ma che ora si riflette lucida nei miei tentativi di riscoprirla. Quanto mi hai insegnato, forse da lassù non puoi capirlo, ma io cerco di spiegartelo lo stesso. Quando parlo di te agli altri vivi in ogni mia parola, e questo non può che essere un autentico miracolo. Come quei miracoli che dispensavi sulle pagine quasi senza accorgertene, quasi senza volerlo, e che s’imprimevano nella mia mente con una tale forza da invadermi dolcemente l’essenza; esattamente come una delle tante melodie dei Sigur Ros: melodie tutte e sempre solo mie, così diverse ad ogni rivisitazione acustica, in base ai miei stati d’animo. Un potere comunicativo che hanno in pochi, un modo di sapersi connettere con un’altra mente che mi lascia sempre felice nel pensare a quel giorno, in cui, incuriosito come non mai, cercavo chi tu fossi, tra quei libri dai titoli così bizzarri che erano associati al tuo nome di saggista, professore, scrittore intimamente americano.
Le tue note, le tue mille e infinite note, sono mondi difficili e buffi da affrontare, da padroneggiare, per una mente inesperta come la mia, mannaggia a te. Sono oltremodo arzigogolati, e pregni di quella premura che sa tenderti però sempre la mano, ad ogni occasioni bislacca di interpretazione, per non abbandonarti mai. Grazie. Quanto volte ho sentito che parlavi solo a me; quante volte ho sentito di poter essere seduto su di una comoda poltrona per ascoltare le tue sterminate peripezie pirotecniche.  
Avevi ragione, hai avuto ragione, tante volte. Ora che i miei occhi possono osservare quello che avevi prognosticato, questa società è come tu l’avevi immaginata tanto tempo fa. Come diavolo facevi? Ma si può sapere chi è che ti suggeriva le risposte? I manuali di sociologia che studiavo all’università, in comparazione a ciò che mi dicevi e mi raccontavi, erano una burla inutile e ripetitiva.
Forse ora starai ridendo di me, però io queste cose dovevo dirtele prima o poi. La gente è triste, come quando dicevi di aver scritto quel romanzo infinito pensando esattamente a loro: “non so come sia per voi e i vostri amici, ma so che la maggior parte degli amici miei è molto infelice”... “Succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili.”
E quando per la prima volta mi hai fatto conoscere Lenore tutto da quel momento è cambiato; da quel momento in poi tutte le cose non erano più come le avevo lasciate prima. Hai inventato una donna che non si poteva non amare, coccolare nelle sue contraddittorie manifestazioni, e poi l’hai fatta scomparire, nel risucchio di quel tuo burrascoso cilindro magico di romanzo, affinché vivesse per sempre dentro di me, e mi portasse ad immaginare un mondo di felicità che manco t’immagini. All’inizio ho pensato che volessi semplicemente prendermi per il culo, poi ho capito che mi stavi solo facendo uno dei tuoi tanti doni: sei terribile. “Tocca le cose con considerazione e quelle saranno tue; le possederai; si muoveranno o resteranno ferme o si muoveranno per te; si distenderanno e apriranno le gambe e ti cederanno le loro più intime giunture. Ti insegneranno tutti i loro trucchi.” Sai quante volte ci penso? L’ho sempre fatto, per quanto mi è parso possibile, e continuerò a farlo, anche se quelle cose possono e si animano bruscamente contro di me saprò di aver fatto sempre la cosa giusta.
Ti scriverò ancora, sappilo, perché un contatto diretto con te ormai ce l’ho da tempo: ha contraddistinto questi miei ultimi quattro anni di vita, ed è stata una delle sensazioni più piacevoli, divertite, intellettualmente impegnate che io abbia mai provato. Ma soprattutto, come scrisse quel traduttore “pazzo” che si innamorò a ragione di te, e cocciutamente per un anno intero fu intento nel tradurti per la prima volta al resto del mondo intero, per la prima volta in un’altra lingua diversa dalla tua, e cioè la mia, sfidando ogni scetticismo su quello che potevi trasmettere a tutti quanti perché non gli credevano, e lui battagliando di sudore riuscì nell’intento di regalarci per quanto possibile l'animo, la ricchezza dei tuoi pensieri, beh ecco, vorrei salutarti riprendendo le sue magnifiche parole, perché lui, quel traduttore italiano, anche lui ricordandoti ha toccato inesorabilmente le corde nel mio animo frustrato, rifocillandolo però, e riempiendolo di un’aria nuova; un’aria sicura di speranza in quel tuo atto tragico, in quel tuo strascico grido d’aiuto:

“Non starò a raccontarvi la vera e propria disperazione che quel 12 settembre del 2008 colpì me e molti altri dei suoi lettori e ci tenne per lunghi mesi in una morsa di dolore. Ognuno di noi ha un rapporto molto personale con la letteratura di David Foster Wallace. Come gli oracoli, sembra voler dire cose diverse a persone diverse. Ma oggi posso dire che non una delle sue parole ha cambiato significato, per me, dopo il suicidio. Mentre lo rileggo continuo a notare, anzi, quanto fosse frequente e potente il Comico, nella sua opera, e ci sono mattinate terse spazzate dal vento in cui sono sicuro di ritrovarmi a vivere dentro uno dei suoi giochi, d’essere un suo personaggio preso nella morsa d’una certezza ridicola e mordace, quella d’aver imparato a vivere da un suicida.”

"Per sempre lassù", e per sempre dentro di me. Ciao Dave, a presto (strizzatina mia, questa volta)       


lunedì 21 aprile 2014

La dolce realtà invisibile

– Sì, è misterioso.
– A cosa ti riferisci? Che cosa stai dicendo?
– L’unico problema, forse, è il punto di vista.
– Sì, certo, il punto di vista, la prospettiva, la bizzarra diagonale, ma di cosa? Di cosa stai parlando?
– Sai, quando ti capita non te ne rendi nemmeno conto, effettivamente. Poi arriva d’improvviso e si intromette, piacevolmente... Vive di vita propria e tu l’assecondi; è così che devi fare, senti che è l’unico modo di poterlo fare, tutto qui.
– Ok sei partito.
– Sì, direi di si, e ne sono contento.
– E quale sarebbe questa, diciamo, tra virgolette, direzione della tua contentezza? Secondo sempre il tuo punto di vista, è chiaro.
– Ma quante domande che fai! Spero tanto per te che tu le riduca, ma per te stesso, non per altro... Ad ogni modo, penso che in queste situazioni le domande, agli inizi, nei primi timidi attimi disvelanti, non servano. Le risposte, quelle che cerchi intimamente, le raccogli spensieratamente, come se dovessi raccogliere tante preziose monete sul fondo di una sorgente cristallina.
– E allora cos’è che ti guida, cos’è che prima fra tutti ti scuote e ti dice che sì, il sentimento, l’emozione e tutto ciò che ne consegue va assecondato?
– I suoi occhi. Semplicemente la maestosità dei suoi occhi. Parlano, mi sorridono: mi dicono tutto ciò che ho bisogno di sentire, di vedere. Vedo riflesso nei loro incroci l’unione inaspettata della mia immagine... E quell’immagine di me è bella, mi piace tanto.
– Così ti fai i flash sull’immagine di te che vedi nelle sue iridi di occhi che si incrociano. Sei sicuro di stare bene?
– Mai stato meglio.
– E allora, a proposito  dell’unico problema che dicevi, il punto di vista, a cosa alludevi esattamente?
– Il punto di vista è necessaria, impattante diversità. La diversità è un concetto, una pratica, molto complessa, ostica, per certi versi; ma al tempo stesso tremendamente semplice, non so come dire. È una materia cangiante; si adegua in base al vissuto esperienziale, in base alle relazione che si instaura tra le persone e che si sviluppa, in un modo come in un altro: non le saprai mai le sue infinità e possibili modalità, dovrai solo scoprirlo strada facendo. Mi viene in mente, a questo proposito, sempre la metafora della luce per spiegare questa cosa qui. Sai, la luce ci permette di vedere, di osservare. Ma luce è invisibile di per sé, non la vedi. Ecco che allora la relazione è fatta esattamente della stessa invisibile materia. Sta tutto lì, nella relazione. In questo suo scenario – in questa sua dimensione che, in questo caso, avvolge due persone – nasce qualcosa di unico, di speciale, un qualcosa che appartiene solo a quelle due persone, e che per quante volte ti ostinerai nel tentativo di riprodurlo non riuscirai mai completamente a farlo: i tentativi sono a dir poco inutili, anche se ti ci metti d’impegno sul serio. E quindi il problema è il punto di vista: se i punti di vista non combaciano la realtà non si crea, o meglio, se ne creeranno due diverse che in qualche punto cominceranno ad incrinarsi, a non corrispondere come veramente vorrebbero... È lì che nascono i primi problemi. Dato che questo è inevitabile, bisogna scorgerli, prontamente, comunicarseli se è necessario, e prendere spunto da loro e cementare quelle due realtà in quella che si vorrebbe idealmente costruire, insieme: questo è quello che si dovrebbe fare. Quando c’è sentimento, quando c’è incondizionato amore, tutto è reso più semplice: la realtà per il duo si attiva, è quella, e comincia ad esistere, a crescere, a prendere corpo. Se quella realtà non si attiva in due, allora non ci sarà mai una realtà, perché ricorda: la realtà esiste sì, ma è difficile da toccare, da osservare: ci saranno sempre i tuoi filtri soggettivi che in qualche modo si intrometteranno tra te e lei per offuscarti la vista. E allora, se quella persona decide di compiere un percorso con te e hai questa smisurata fortuna, e tutto questo amplesso arricchito e merlettato di semplicità ti permette di vedere allora tu guarda, e se puoi guardare allora osserva: lì le tue domande non avranno più modo di sorgere, di sussistere: le risposte prendono loro le manine e le porteranno a passeggio.
– Vedo che hai tutto chiaro.
– Non è sempre così, ma a volte è bene che ci siano questi momenti, che tu te li sia cercati o meno: serve sempre una boccata di ossigeno pulito, per tutti i sensi.
– Io ora ho solo bisogno di una birra, invece.Vieni con me?
– Solo se è c’è lei però.
– Sì, lei c’è sempre.
– Ok, allora andiamo.

lunedì 24 marzo 2014

Lenteur/Slowness/Lentezza

En français

Si le matin tu ne t'arrêtes pas chez le boulanger ou le charcutier ou le maraicher pour échanger deux mots sur la dimension concrète de la vie, il n'y a rien d'autre à dire: t'es un gros naze.

Si tu penses être en retard au travaille et que ces bavardages, ces échanges qui sentent le vécu sont du temps perdu tu seras à nouveau, ne te fâche pas, je ne peux pas te le dire autrement, oui, t’as deviné: un super gros naze.

Si tu n’as pas bien compris que pour survivre à cette vitesse et à ce tas confus d’incitations qui te harcèle il te faut la lenteur, l’échange symbolique du don, un souri, une tranche de mortadelle qui surclasse de bonheur toutes les autres odeurs, un maraicher qui t’offre du persil vert de champ ruisselant car c’est normal pour lui de te le donner, un simple geste sans arrière pensée, bin, si tu rate tout ça et tu n’ambrasse pas la vrai mesure du temps, tu seras un gros naze qui dit de ne jamais avoir du temps.

Et c’est justement les personnes comme toi qui disent de n’avoir jamais le temps, qui en ont le plus; et alors arrête-toi sur ces dernières enclaves de vie humaine qui restent et prend ton temps, donne leur de l’espace et comble-les de lent réconfort, d’une tranche de pain frais et dégoulinant de chocolat coupée en deux.


In english

If you don’t stop in the morning with the baker, the butcher or the greengrocer for a chat on the concrete dimension of life, there is nothing else to say: you're a loser.

If you think about being late for work and think that those talks, those exchanges of experiences are a waste of time, you will be again, and don’t take this personally, I cannot tell you more, yes you guessed it: an emeritus loser.

If you have not understood that to survive at this speed and confused mass of stimuli that bombards you, you need to take the slowness, the slowness of symbolic exchange of the present, of a smile, of a slice of mortadella that surpasses the happiness of all other smells, like the greengrocer who gives you the green parsley dripping because it’s just normal for him to give it to you, a simple gesture without a double purpose, well, if you lose all of this and you don’t embrace the true measure of time you will be a loser who says ‘I never have time’.

And it’s people like you, who say that doesn’t have time, that have more time than all of us; so now focus on those last remaining enclaves of human life and give yourself time, space and fill them by their slow comparison, with a slice of fresh bread with chocolate divided in half.


Originale

Se alla mattina non ti fermi dal panettiere o dal salumiere o dal fruttivendolo per fare due chiacchiere sulla dimensione concreta della vita, non c'è altro da dire: sei uno sfigato.

Se pensi di essere in ritardo a lavoro e pensi che quelle chiacchiere, quegli scambi di vissuti siano tempo perso sarai di nuovo, non te la prendere, non posso dirti altro, sì, hai indovinato: un emerito sfigato.

Se non hai ben compreso che per sopravvivere a questa velocità e ammasso confuso di stimoli che ti bombarda ci vuole la lentezza, la lentezza dello scambio simbolico del dono, del sorriso, di una fetta di mortadella che surclassa di felicità tutti gli altri odori, del fruttivendolo che ti regala il prezzemolo verde di campo sgocciolante perché è solo normale per lui dartelo, un semplice gesto senza doppi fini, beh, se ti perdi tutto questo e non abbracci la vera misura del tempo sarai uno sfigato che dice di non avere mai tempo.

Ed è proprio gente come te, che dice di non avere tempo, ad averne più di tutti; e allora soffermati su quelle ultime enclavi di vita umana rimasta e datti tempo, dai loro spazio e riempile di lento confronto, di una fetta di pane fresco e cioccolatoso diviso a metà.


Traduzione francese di Dario Cazzorla
Traduzione inglese di Edna Arauz

Un ringraziamento speciale ad entrambi.

sabato 8 marzo 2014

Spaccato

Vediamo se ci riesco. Tu che fai? Fluttui? Dai, fluttuo anch’io. Vado bene così? Ok, ciao.

Ci sono esplosioni nelle mie cuffie, le loro sonorità avvengono in cielo però. Le vedo sì, ma solo in acustica. E allora il cuore comincia a pompare e ad accelerare e a inviare e ricevere il flusso sanguigno per tutte le estremità, cammino. Osservo dappertutto. Così mi lascio trasportare dagli eventi. Cos’è un evento se non la dimostrazione orchestrata di sprazzi di vita? Accade che sfreccia il blu emergenza dell’ambulanza e a seguire un puma di macchina poliziesca che urla al largo, mi defilo. Tre tipi loschi vengono braccati da altrettanti tipi ancora più loschi di loro che gli chiedono documenti e roba, qualsiasi roba, chimica e non: dispute di giustizia clandestina. Un altro tipo ha una busta sporca in mano, è claudicante, si piega nella sua sporcizia e raccoglie un mozzicone di sigaretta abbandonato, fumato a metà. Pensa bene di infilarlo distrattamente in quella sua busta e di continuare il suo percorso errante. Un bambino di colore piange, ha un cappellino blu notte e il viso rivolto al cielo, dove supplica un altro viso, quello di suo padre, che è lì e fa finta di ascoltarlo, e intanto le sue lacrime disinfettano la sporcizia accumulata sul marciapiede: un pianto inascoltato. Una ragazza attraente si ritrova appoggiata ad un palo, quello del semaforo, aspetta il verde, e intanto però, è anche al telefono, e le sue labbra si muovono e si contorcono di un piacere immaginato, un desiderio futuro la cui fonte, probabilmente, deriva dal tono di voce di quella chiamata che le trasmette, sempre probabilmente, allusioni serali in dolce compagnia. Ieri l’ho chiamata ma non mi ha risposto, e pensare che per me c’era sempre. Due sacchi di persone sono avvolti in coperte, quelle persone lì sotto non si vedono, sono invisibili. La loro casa è quel freddo e duro pavimento di strada: è vero che forse i barboni preferiscono Roma, ma qui ci sono i portici e in culo alla pioggia. Il rosso Bologna ha sempre ben pensato di trasmette una calorosità di benvenuto, così come il detto dice che dopo i tortellini venivano anche elargiti anche tutt’altri orali servigi, ma questa era una socialità concepita per altri tempi, per i rari e preziosi forestieri: ora ce ne sono troppi: lo siamo ormai tutti: forestieri del mondo globalizzato. Un tempo questa città vantava i servizi sociali più accoglienti al mondo, i più predisposti, i più pronti a recepire il malaugurato bisogno. Ora invece le risorse scarseggiano e tutto si riduce a fuffa elettorale.
Attraverso la strada: ero bello un tempo passeggiare con te mano nella mano, ora, invece, le mie mani sono in tasca, e si accontentano solo del calore di una piuma che viene da chissà dove. Un capannello di persone è radunato in un piccolo parco pieno di piccioni: anche questi sono radunati, ma attorno al pane duro e sparso e sedimentato come pietre, pietre di un castello di fame distrutto e rifiutato, scartato perché tanto ce n’è ed è stato pagato. Quelle persone, invece, incontrano calorosamente i richiami di un’identità lontana: stranieri non integrati, messi da parte; l’intercultura si fa beffa del multiculturalismo, e il multiculturalismo delle belle parole è sempre stato compreso solo sulla carta, almeno ad una prima lettura. Anziani, anziani ovunque: questa è ormai diventata la città più vecchia d’Europa, questo è un bene? Vivere a lungo potrebbe essere una grandiosa prospettiva: già, la vita è bella: ma dove è finita quella bellezza? Ah sì, è vero: ha vinto l’oscar, e in questo momento, probabilmente, è con la sua statuetta scintillante a sorseggiare un mojito in spiaggia, una spiaggia piuttosto lontana, penso. Biciclette, tante biciclette, speranza, aria verde e pulita: circolate e soffiate quella nuvola di smog, per favore: pedalate!
Comincia a fare caldo, strano per la stagione corrente, ah, vero: le stagioni non esistono più: fanno bene gli studenti francesi a non conoscerle, ecco perché, a ripensarci, non hanno mai imparato quante e quali sono: l’ignoranza è lungimirante, a tratti. Un ragazzo manda una colazione e dei fuori ad un altro ragazzo, nella bottega dove lavora quotidianamente: l’amore non conosce identità, genere letterario, distinzione di orientamento. Peccato che sia così complicato, anche se Tizianone nazionale canta e si sgola sul fatto che si tratti di una cosa semplice: lo stimo per questo: soffre e soffre, e non se ne vergogna. Tutti noi non dovremmo mai vergognarci di esternare un sentimento, un amore appena sbocciato, un tumulto di bene che ci ha sedotto: la paura del destinatario a cotanta bellezza deve essere messa da parte, bisogna solo aspettare le sue ragioni e comprenderle e raccontarle appieno, e dopo lo stare insieme farà il suo corso. Come quel fiume burrascoso a volte scende lento, e accarezza le sue sponde martoriate di brutti vissuti.
Uno stormo di uccelli spicca il volo, sembra ammaestrato, come i balletti sincronizzati di quelle ragazze che con cuffie e sorrisi disegnano cerchi nell’acqua alle olimpiadi. Dovrei saltellare sulle pozzanghere, Hoppipolla, dovrei farlo più spesso. Dove sei tu, ora, che tanto ti divertivi nel bagnarti d'acqua di pozzanghera? Mi chiedo ancora dove sei. Sfilano gonne, tante gonne, desideri espressi e accolti dai passanti che girano lo sguardo e seguono le formosità sinuose che nascondono. Linguaggi corporei, linguaggi visibili e muti, un linguaggio universale che si destreggia dalla parola consunta.
Boll fa parlale il clown, John osserva il pantofolare della mamma che va in cucina e che sfodera pietanze italiane in terra straniera. Dave parla di dipendenze, e la dipendenza dalle persone è la nostra droga più presente, l’antidoto contro la solitudine. Cormac racconta lo scenario apocalittico di un figlio e un padre in preda al cannibalismo del mondo: per fortuna c’è sempre una Coca-cola in un distributore scassato: lei e la sua scritta sinuosa ci sarà sempre, anche alla fine del mondo. Alda ci restituisce il miracolo in manicomio e Italo fa parlare un punto, QFWFQ, che si diverte a prenderci per il culo dallo spazio. Sì, come loro, io scrivo: o vivi o scrivi: ho vissuto e ora ho bisogno di scriverlo. Dove sei tu, poetessa, con le tue gonne fantasiose e con le tue parole di ritorno dalla salsedine di mare? Sì, dove sei? Sì, è vero: hai un’altra vita, lontano. Ricordo quando appena le prime volte incominciavi a chiamarmi amore: ti rannicchiavi sotto il mio viso, circumnavigando la pelle del mio collo, per non farti vedere, per non far vedere quel dolce imbarazzo malcelato che il tuo volto non ce la faceva proprio a trattenere. In quei momenti cominciavo a capire quanto di te si sarebbe poi riversato su di me: una barca spaccata a metà che sarebbe sicuramente affondata nel frastuono insostenibile della vita vissuta. Amore come concetto, come idea? Oppure amore come semplice sostantivo interpellato? Non l’ho mai saputo.
Attraverso nuovamente la strada ora sgombra, le macchine ferme al rosso sono frementi, e le loro code di nuvolette scodinzolano impazientite. Un’altra sirena blu impazzita, arresta tutti i timpani e anche in questo caso chiede il largo, il fermi tutti. E poi penso all’altra metà della medaglia, all’altra parte dell’umanità che si dispiega a conforto: la vera amicizia. Saremmo fottuti se non ci fossero quelle due o tre persone che ascoltano, che hanno piacere nel conoscere il tuo vissuto, coloro che nonostante le distanze che ci separano sono sempre presenti e si fanno in quattro per te, non conoscendo barriere: riconoscono in te anche la loro di salvezza e, per questo, vanno ringraziate tutti i giorni. A te che lotti per la vita, a te che non so dove ora tu sia, a te con la borsetta sempre verde riposta su quel tuo esile e delicato avambraccio, a te la cui forza col sorriso non l’ho mai incontrata in nessun'altro: i miei pensieri sono tutti per te ora, perché io, ne sono sicuro, ascolterò di nuovo la tua voce, da qualche parte.             

giovedì 13 febbraio 2014

L'abbraccio

L’abbraccio è un incontro di mondi, è la pace in terra di persone di sconfinata generosità; è l’assioma incontrovertibile che dona profusamente ristoro alle menti frustrate, che si proteggono a vicenda, nella gioia e nel dolore, e nel rifugio momentaneo scampato all’agitato frastuono posano gli occhi, e cantano.


Tale intreccio di braccia fusti e menti consiste semplicemente in una sospensione sconfinata, parcheggiata al centro di un momento religioso, che si accorda perfettamente all’eterea melodia di quelle anime innocenti e pure, che, con immane fatica, consentono al bene profondo di emergere, e di far sì che quell’instancabile palla blu, che taluni appellano come mappamondo veleggiante, possa ancora girare. 

venerdì 27 dicembre 2013

Nuvole di cornice sui residui di tutto

È il mattino seguente di una serata un po’ particolare, una serata in cui è successo davvero di tutto o forse – e questo non si potrà mai sapere – e cioè che proprio alle strette è successo solo nel mainstream di quei personaggi presenti e tutti collegati coralmente ad un’altra realtà (una realtà ovviamente sconosciuta); in un posto che, da giorni, aveva preso proprio le sembianze di un’ autentica casa-porto-di-mare. La serata in questione, dicevo, incoronava il compleanno di uno di loro, ma solamente di sfuggita. Tuttavia, i ricordi dei nostri a dir poco pittoreschi protagonisti, si miscelano abbracciandosi solo in sfumature: esilaranti e preziose, risate e cin cin. E dunque quel mattino si mostra in tutta la sua lucentezza sferzante, e la la luce del sole è davvero fastidiosa e spigolosa e fredda come l’acciaio più sonoro che può davvero battere spigolosamente da tutte le angolazioni: il mondo fuori si muove a rilento, proprio a scatti salivari, e ha un sapore dolciastro-misto-amarognolo, con un tocco di acidulo in fondo giusto per gradire: da mappazza post – sbronza, detta in breve. E dunque con un mal di testa solcante le meningi, accompagnate da altre traiettorie di dolore craniale che si propagano e che fanno festa per i lobi cerebrali, un osservatore esterno (ma anche lui, molto probabilmente, presente e reduce della festa), descrive ad un altro protagonista di quella serata le sue alcolizzate impressioni in quel famigerato mattino, alludendo ad una composizione di parole che più o meno, a detta dei presenti, potrebbe aver fatto così:

"Ma quella bottiglia, là, sul bordo piscina, tutta tumida e gonfia e piegata su se stessa ad ogni stretta di sorsata di mano.... È lì per il nostro tanto atteso intervallo? Mi chiedo. E lo Zio giace accanto a lei (a quella bottiglia nera piena zeppa di rum e cola) completamente disteso, con i suoi occhiali da sole giganteschi e della luna, e il nostro Peluche (uno fra i nostri personaggi troppo spugnoso per essere vero) sopra di lui la sua testa brontola rilassata sulla pancia depilata sempre dello Zio, che a momenti vede, sempre attraverso quei suoi occhiali della luna, la figura satellitare di Rosse Riot, che orbita intorno a quei reietti dell'alcol raggiungendoli (quella troupe di scoppiati sbavanti di sonno) con la sua traiettoria partecipante, e afferra, sempre Riot, quella bottiglia nera con la grazia di quei suoi movimenti e l'avvenenza di quei suoi straripanti indumenti succinti (i vestisti sono una gabbia, meglio che si ripieghino su se stessi, sempre)... E c’è anche il Ciociaro sette bellezze, dall’alto, che guarda tutti dall'altra gabbia, cioè quella della rampa di scale del palazzo che si erge a ridosso, e chiama tutti a raccolta, come un tarzan incravattato, e chiama tutti a squarciagola quei clochard maledetti, "ma tu 'nvedi oh con che pezzenti devo avere a che fà!", e lo urla come se non ci fosse un domani: si sa: Il Ciociaro è la nostra finestra sul mondo... E poi c'è anche Miss-sempre-pantalone-dai-fatti-sotto, anche lei, seppur tutta ubriaca e sbronza e borbottante pure lei è sempre una macchina che macina, e legge incessantemente il suo giornale quotidiano (rendiamo grazie) sulla pancia questa volta del nostro Peluche nazionale (che è sempre il nostro orsacchiotto peluche di prima), con le gambe, sempre la Miss-dai-fatti-sotto, che disegnano ripetute X che sembrano dire a ritmo cadenzato "Per me è NO!”, e lo sfoglia quel suo quotidiano giornale, riparandosi, tramite le sue urgenti e cogenti sfogliate, dalle alitate sulfuree e pestilenziali e da topi morti che provengono da quei due soggetti stesi per terra con le braccia a Cristo (ricordiamo la situazione: lo Zio con gli occhiali che sta sotto il peluche dei peluche che sta a sua volta con la sua pancia all'aria a mo' di reggi-leggio sotto a Miss-sempre-pantalone-la-gonna-te-la-puoi-anche-sognare)... E poi arriva anche un uomo vissuto in sud America che, con smaccate origini baresi, filtra la sua presenza agli altri con uno dei suoi  "E allora?” Quest'uomo vissuto è proprio il nostro Social Fucker, con i suoi, anche lui, occhiali da sole ma con i lacci penzoloni incorporati, fresco come una rosa (sempre fresco e pimpante come una Rosa nel deserto) che si materializza dopo aver concluso un intervista cazzuttissima con un tipo che si trova in Perù, e che, nel fresco impeto del mattino, cerca di intervistare anche tutto quell'esercito di rietti e scapestrati in terra, con le braccia a cristo raffiguranti abbandonate geometrie umane sul fondo piscina ...E tu?? Beh, tu invece sei sopra seduto sulla panchina che sovrasta tutti quanti compreso il bordo piscina, e hai quel compito suggellante di incorniciare tutto questo quadro incantevole ("E questo sei", ti ripete gracchiante lo Zio steso attraverso i suoi occhiali, "quello che incornicia!") con delle simpatiche nuvolette di fumo che vengono prodotte a stantuffo da quella tua bocca azionata dall'occhio aquilino che ti ritrovi, e osservi “perlustrativo”, sempre attentamente scandagliando (da questo punto di vista sei una specie di TAC infallibile), sappiamo tutti cosa dall’alto della panchina che sovrasta quel bordo piscina attraversato da papere di allevamento: vivisezioni ocularmente quelle movenze all'apparenza liquide, ma non proprio liquide: sono solide e belle morbide al punto giusto (“Una scamorza col latte che esce?” Ti chiede il nostro Peluche che ha già fame), ma queste movenze hanno anche il ritmo dei fluidi avvolgenti: un po' di quà e un po' di là, un movimento a sorriso sbeffeggiante (nel senso di: "Prova a prendermi”) che porta con sé le sembianze della frutta bella matura ... E Il Ciociaro, ahimé, quelle movenze sinuose, se le perde tutte: lui, lo sappiamo da tempo oramai, la cacciagione la vuole solo di classe ("Che coglione" aliti al vento, frustandoti sonoramente con la grossa mano destra la tua elastica coscia sempre destra)... Ciao."

domenica 15 dicembre 2013

Dipinto d'attesa

Ti cerco in stazione, e il formicaio di gente annebbia il mio campo visivo

Sagome inferocite impazzano in tutte le direzioni come se non ci fosse un domani, ma con un loro preciso perché

Spaesato, inchiodo sul binario di attesa e divarico la mia propensione verso di te, in uno stato di speranza perpetua, un sogno che già non è più sogno ma è ancora sogno consapevole

La frenesia del visibile si fa sempre più impattante e la mia intelligenza deglutisce, diminuendo

Accorrono alla mente le nozioni di psicologia delle folle, in cui si spiega accuratamente l’inspiegabile smarrimento dell’intelligenza, una sorta di sopravvivenza infantile che segue automaticamente una corrente invisibile, un miasma non troppo confortante

L’interferenza della pubblicità mi assale, e il suo rumore è associato a distruzione, disordine, sporcizia e inquinamento: nulla di più lontano da quello che sto cercando in questo momento

Le luminescenze giallastre e scorrevoli si irradiano da schermi altolocati che dettano il ritmo degli arrivi e delle partenze, e nulla ti è mai sembrato così distante, espansivo in senso lontanamente prospettico

Questa distanza la percepisco ansimando, e più carico i polmoni di agitazione e più nitidamente si intrufola dentro di me la distanza che ancora ci separa

Ancora fermo ricevo calci a rotelle di valigie, spinte fortuite di sgomitate che sventolano un biglietto in mano per una partenza imminente verso un luogo sconosciuto, ai più

Il fascino illimitato dell’attimo si dilata, e quell’attimo diventa una somma di attimi arrestati e bistrattati, da tutta quella confusione che mi gravita attorno e mi scuote di un turbamento fastidioso e concitato

E poi senza mediazioni finalmente una luce, il tuo sorriso che mi intravede, fende il riconoscibile e si fa largo, tra braccia rotelle pellicciotti leopardati cani al guinzaglio borse a tracolla pacchi su pacchi cellulari attaccati alle orecchie volti liquidi: tutto si dilegua nel rigurgito di destinazioni proteiformi

La tua andatura segue un ritmo etereo e, improvvisamente, in un dolce batter ciglio, detiene la premura di disperdere il caos che fino al momento immediatamente prima mi avevo reso bloccato

E allora mi sblocco, scateno i miei arti dalle catene dell’invisibile circostanza dispotica e m’incammino nel raggiungerti, in un passo più sicuro del sole che albeggia

Le nostre traiettorie si congiungono in una sola linea, in quella linea che si trasformerà in un abbraccio

E allora il tuo contatto giustifica quell’attimo prolungato d’attesa, l’unico tra infinitesimi di contatti evanescenti e trascurabili e senza sosta, l’unico che si materializza e non scompare

Ti bacio, e quel bacio è l’eternità che si scrive da sé suoi nostri diari di bordo, un'eternità che deborda d’inchiostro sbavato; i confini non ci appartengono

Il suono della tua voce mi porta a casa, e l’inforchettata delle nostre dita intrecciate accompagna il ricongiungimento alla fine solo nostro, l’unico che ha il potere prolungato di scandire le melodie armoniche che suggelleranno il nostro nuovo percorso che verrà, assieme

giovedì 14 novembre 2013

Il tramonto è Biancosarti

Lui è già lì, tutto già profumato e candido, appena uscito dalla sua sciacquata ascellare post-giornata intensa da master, e ti aspetta, per un tempo che ti sembra essere sempre indeterminato. Non si sa perché, ma quando arrivi e metti piede nella sua immensa abitazione non lo trovi mai: sembra nascondersi sempre in luoghi tutti appollaiati, luoghi di ristoro sparsi per tutta la casa e che tu non troverai mai. Poi, dopo il decimo e guardingo passo che ti conduce nel suo soggiorno accogliente e ampiamente orizzontale, lo trovi che ti spunta, proprio dove disorientato ci sei anche a tu, e si presenta come un folletto che ti dice in un ruggito addolcito al miele “Zioooo, alloraaa?? Com’è com’è ahhh. (Pausa bella piena; dopodiché) Tutt’apposto?” in un idioma che è un mix di musica, mare ed effervescenza catartica. La cosa più sorprendente però è che lui è praticamente quasi mezzo nudo quando te lo dice. Fa caldo, è vero, e siamo nel maggio di un’inquinatissima città nord industriale, e lui è già spoglio di tutto, della giornata, di ogni minimo pensiero che infastidisce la serenità conquistata anzitempo dalla mente (tutto questo solo apparentemente però, perché quella sua simpatica testa pelata lavora ad una velocità supersonica, e le connessioni che riesce a fare in un decibel di secondo non saranno mai alla tua portata; questo è tassativo: lo devi sapere). Dunque, è praticamente già tutto mezzo nudo, pronto per un qualcosa che sembra altamente cerimonioso, ma tu non lo sai: davanti a lui il tuo approccio mentale deve presentarsi come una lavagna sgombra di bagnato pulito, pronta ad accogliere qualsiasi estrosità, altrimenti risulta difficoltoso capirci qualcosa, dopo. I suoi slip ultra firmati, oltre che incredibilmente attillati e pronti per una sfilata di moda super sexy, a momenti cedono; ed è tutto un pittoresco personaggio agghindato di se stesso che te la fa prendere proprio bene, e tu lo vedi e non riesci a capire... Perché? Perché fondamentalmente non capisci esattamente se ha dimenticato di togliersi gli occhiali da sole in casa o ancora li indossi per un motivo tutto suo. Le possibilità sono due: o è un essere da occhiale da sole dipendente, e forse ci sta; o vuole godersi qualcos’altro di inaspettato, e tu, per la miseria, vai a tentoni incuriosendoti sempre di più. Allora, la prima ipotesi, secondo il mio umile parere, potrebbe essere plausibilissima, dato che, quegli occhiali da sole, così fighi e da urlo, sono anche piuttosto graduati, e quindi senza la loro gradevole inforchettata alle orecchie il nostro personaggio ci vedrebbe ben poco, e proprio per gentile concessione a tal motivo non ci pensa minimamente a staccarsene, per nessunissimo motivo; perfino quando in aula pone domande interminabili e cervellotiche, ma soprattutto labirintiche, a professori piuttosto imbarazzati, professori che, sempre con la faccia incrinata e a punto interrogativo, cercano disperatamente l’aiuto del pubblico. La seconda ipotesi si svela da sé, gradualmente, un vero e proprio tappeto rosso che si srotola, che ti fa accomodare con il benvenuto riservato solo ai re, e ti permette di calpestare, morbidamente, un soggiorno trascendentale che si protende nella sua apertura alare verso il tramonto. E quindi ti ritrovi in una stanza, oltre che spalancata, imbevuta a sorsate, tutta inondata di quella tipica luce arancione infuocata che racconta il cedere di un cielo felice che si abbandona; e tu cerchi te stesso sentendoti esattamente così: appagato nell’abbandono. Poi che fa: facendoti prendere posto su panche da osteria ti volge le spalle per trafficare in un frigo esplosivo, tutto intento a sfoderare, in fine, una bottiglia che ai suoi occhi vedi preziosissima ma che tu continui a non riconoscere. Sì, perché si tratta di una bottiglia prodotta, in vero, solo di recente, ma che ha il sapore della veggenza antica. All’apparenza sembra una di quelle bottiglie sorseggiate nelle versioni aperitive di decine di anni fa, conosciute solo da buoni vecchi intenditori e da lui, il nostro personaggio. E allora comincia a versare una quantità ben considerevole di questo aperitivo Biancosarti, introducendolo nel tuo appena sciacquato bicchiere unto da lavandino, e te lo pone, quel bicchiere, con l’intrinseca tesa di braccio propria della grazia divina. Tutto ciò permette un andirivieni di discorsi del tutto originali, neppure lontanamente stereotipati, che ti fanno sentire come in un tutto con la quintessenza del piacere: dialogica e corporale assieme. E allora affronti discorsi caserecci (con sue celebri citazioni del tipo: “Zio? "Mi sono sempre chiesto come si faccia a scappare a gambe levate"), ma anche conversazioni battuta-e-risposta sulle sorti di questo nostro mondo che cade a pezzi, pescando, ad intermittenza, rimasugli di ricordi che vedono come protagoniste quelle ragazze che ti hanno fottuto anima e corpo, ma che poi risultano essere sempre, paradossalmente, le uniche vere regine di discorsi compiaciuti. La modalità tipica del suo parlare, oltre a quel marcato accento che lo distinguerà sempre e comunque, si estrinseca, nello specifico, con paroloni ricercati e inusitati, intervallati, qua e là, da risate auto-riflesse che necessitano di una bombola d’ossigeno esterna, invisibile ai tuoi occhi. Tu, di primo acchito, non capisci la natura di quelle risate, ma in seguito, dopo aver percorso un tragitto bello lungo e accompagnato da abbondanti e dolci sorsate di Biancosarti, riesci a coglierne la vera essenza, l’essenza di un sorriso che ha il carattere inglobante, esattamente come quello dispensato dallo Zio Gandhi alla frustrata umanità. Ecco perché io a questa persona, lungi dall’essere un personaggio frutto della mia immaginazione (sarebbe tutto più semplice se fosse andata in questo modo, e se fosse stato un mio amico immaginario; e invece no, neanche a dirlo), gli voglio un mondo di bene, e come giustamente sottolineammo tutti insieme una volta, in preda alla nostalgia collettiva che si sarebbe presentata in quel breve periodo imminente, ribadisco “Il tempo è nostro amico e tu ce lo riempi dell'interminabile voglia di vivere.”

domenica 3 novembre 2013

La faretra dei sentimenti

Un impeto, un fragore, un tuono di festa: ecco la quintessenza della felicità. Il viaggio per raggiungere tutto questo è però solitamente percosso da sentieri bui, minacciosi, tendenti all’incubo degli incubi peggiori, ed io non faccio altro che inoltrarmi, mi ci catapulto ecco, li percorro e li attraverso, tutto tremante, tenendo per mano la chiara e intima consapevolezza del vederci sempre lontano, qualsiasi cosa accada, qualsiasi traversia possa minacciosa aspettarmi, conservando sempre con me, su quel selciato personale di cammino, quel pizzico di sentore speranzoso che mi proietterà sempre più lontano, e più lontano ancora, sempre si spera, dove qualsiasi e pregiata gemma di vita può essere toccata solo dalla più arguta e allo stesso tempo incantata sempre presente immaginazione. E dunque fagotto in spalla e si parte, con la scintilla per ogni dove. La finestra delle possibilità si fa sempre più angolare e dai suoi angoli, con caleidoscopica precisione, si dipana per estensione: li afferri e mo’ di mollette e gli allunghi a tuo piacimento attraversando la loro elasticità, allargando questa volta il tuo di angolo visuale. E dunque che fai: ti arresti. Ti sembra di vederci tutto chiaro e allora avanzi nuovamente. I soggetti del tuo desiderio sono tutti là, ansiosi della tua scelta e febbricitanti di una possibilità che solo da te verrà dettata con l’indice alzato; e allora non ti resta che scrutarli, con fare piuttosto ammaliato in procinto della tua emozionante indicazione... Quando un mio amico mi suggerì il titolo meravigliosamente inconsueto di questo post le circostanze erano imbevute di liquida tumescenza alcolica, e la fioca luce dei viottoli dove eravamo inseriti illuminava le nostre esistenze finalmente ritrovate, non permettendomi, tuttavia, di afferrare bene, di primo acchito, cosa lui, sempre quel mio amico, stesse di preciso pensando; ma colsi distrattamente, in quel suo sguardo dall’euforia spensierata del coniare smanioso ex novo, un rimando simbolico ad altri mondi, mondi tutti suoi soggettivi venuti piuttosto da lontano, e che si rifacevano (sempre quei mondi) ad una cazzutissima espressione che sguazzava nelle sue cervella da peluche sudaticcio col drink in mano incorporato. E allora decisi di re-interpretare quella sua felice espressione come un’entrata in scena memorabile e mi proposi che, da quel momento in poi, avrei dovuto rincorrere quell’obbligo che vedeva suggellare quel nostro incontro-momento, tra quei viottoli di luce giallo fioca, la tipica luce che si rintana in quella dimensione sfumata che appartiene propriamente alla cartella-catalogazione post-aperitivo. La faretra. Che diavolo gli sarà sobbalzato in testa a quel peluche sudaticcio e barbuto in quel nano di secondo spuntato: la faretra. Un astuccio pregiato che contiene lungimiranti frecce di precisione, come quelle che risalgono al tardo medioevo, di cui è rimasta visibile traccia in tante delle sue superstiti, come quella che ha ben pensato di rimanersene conficcata nella sua ombra secolare distinguendosi lassù, in alto, alla luce di un porticato in legno della Bologna dei giorni nostri (solo per inciso: esiste davvero quella freccia, e l’ha fatto intendere chiaramente che non ha nessuna intenzione di smuoversi da lì). Magari quel nesso cerebrale di quel mio amico barbuto e sudaticcio (con un pullover rosso e una valigetta vintage per l’occasione) si rifaceva a dettami ancestrali incuneatisi proprio in quel bizzarro momento in quei suoi peculiari interstizi cognitivi, chissà. Fatto sta che mi ha spinto a dovere a rovistarci in quella faretra delle meraviglie e a rimuginarci parecchio su, circa una possibile connessione con un qualcosa che solo lontanamente poteva assomigliare ad un sentimento. E allora sono arrivato alla conclusione che si tratta di un’espressione grandiosa, pensa un po’ “La faretra dei sentimenti”, quale tessuto immaginifico più azzeccato. A volte il termine “faretra” lo ritrovavo in saggi ultra-specializzati di sociologia-non-inculata-letteralmente-da-nessuno, utilizzata da ricercatori sottopagati e costretti e ricurvi tutti stipati in aule studio davvero piccolissime; e questa gente tramortita dalla vita accademica (che sempre avevano oltretutto desiderato) si ritrovava ad utilizzare quel termine, per darsi, come dire, un minimo di stacco poetico e melodioso da tutta quella caterva di ricerca che erano solititi compiere per baroni stempiati e bastardi, solo pronti a mettere la loro firma sui loro tanto ricercati e appuntati scritti (gli scritti dei ricercatori). Questa momentanea e slanciata poeticità a fronte dello snervo l’ho sempre vista come un tentativo bizzarro e malriuscito di evasione, anche perché quel termine in quei testi sociologici era accostato solitamente alle parole “soluzioni” e “possibilità”, tutti tecnicismi che, comunque, venivano asserviti ad un’unica e sola causa comune: far fare bella figura al – per incrementare la quantità delle pubblicazioni accademiche del – dispotico barone bastardo citato in precedenza (e non si tratta di baroni rampanti; quelli sono fatti di tutt’altra stoffa, almeno per come li intendo io – vedi l’opera troppo incredibilmente fantasiosa, e forse il libro più tremendamente bello, di Italo Calvino “Il barone rampante”). E dunque, diversamente, l’associazione della faretra ai sentimenti mi ha dato come un respiro nuovo, una particella di ossigeno mai respirata prima, una ragione nuova per credere che all’interno di quell’astuccio pregiato possiamo veramente fare incetta delle nostre emozioni e trovarcele in mano dove-meno-te-lo-aspetti: perché le vere emozioni sono quelle che sul serio colpiscono il nostro interlocuotore-soggetto e lo fanno piacevolmente sconquassare di quella veridicità spiazzante che sarà sempre giustificata, perché umanamente e inter-soggetivamente vera.

Ora, non so se sono riuscito realmente a cavarci un ragno dal buco, ma meta-realmente penso di sì. Ecco perché vorrei dedicare queste mie parole a quel peluche del mio amico che, spero, or ora, in questo preciso e assoluto momento, sia tutto intento a leggere fino a qui, proprio fino al ciao Bubu.

sabato 14 settembre 2013

Per C__

Quando la vedo si ferma ogni cosa. È come se tutto dovesse prendere forma attorno a lei. Sbalorditivo. Più immagino di calarmi in quegli attimi e più li percepisco davanti a me, e più sento di non volerne più uscire. Stregato. Mi sento come se fossi stato stregato. Il resto delle contingenze si rinvigoriscono, attimo dopo attimo, come una sequenza ad alta velocità di piante che col sole sbocciano sovrane. E l’ammiro, sì, come se non esistesse nulla a parte lei sulla faccia del pianeta. Lei. Una donna schizoide, umanamente e sinceramente postmoderna. Una tipa che parla per ossimori, così maledettamente sorprendenti che hanno la prontezza di destabilizzare i tuoi più tenaci riflessi di incredulità e di scetticismo per quanto sono spiazzanti. “Sospensione provvisoria dell’incredulità”, la chiamano. Carezza, abbraccio, bacio. Svelato l’arcano è pronta delicatamente a condurti in un mondo dove l’effetto sorpresa è di casa, ed è in grado di intrigare, accattivare, sedurre. Un tergicristallo. Mi occorre immediatamente un tergicristallo: il parabrezza delle mie sensibilità è inondato da una cascata emozionale. Ecco, fermo... Ora intravedo. Scorgo le sue Converse modello nero appese ad un chiodo. Oh quelle Converse: le immagino saltellanti, trafficanti, combattive, cariche di impeti compulsivi che sgomitano faconde facendosi strada tra i prati della comunità partecipata, convincendo tutti e tutte delle loro idee. Uau. È questo che mi piace di lei: la sua inconfondibile audacia. In pubblico è un mare in tempesta, ma un mare di quelli buoni, perché sorprendentemente e dopo la burrasca portano solo beni. In privato invece... Sì, quel privato: quello che riesce a creare l’intimità che non ti aspetti... Beh, lì è tutt’altra cosa. Un timido virtuosismo abbassa le sue barriere, lentamente, di modo che io possa apprezzare meticolosamente i suoi lati nascosti, esattamente quelli che poco prima, per suo volere, non ero riuscito minimamente a cogliere. Sì, fa proprio così. È come un pavone multicolore, giallo e a pallini blu, e lentamente, in base alle mie diverse percezioni, discopre a ventaglio gli strati caleidoscopici della sua bellezza peculiare. E quando lo fa non c’è secondo che tenga, no, assolutamente, perché queste briciole di tempo vanno ad immettersi nell’eternità tramite un suo dipinto fuori di testa, che è calamitante, e che sulla tela affresca la nostra duellante raffigurazione insieme, complice. Desidero tanto vederla dipingere, un giorno. Sguardo attendo, che viviseziona la tela prima del suo cataclisma impattante con essa, e poi va. Ondulazioni sferiche incorniciano i suoi pensieri, e colora; con pennellate delicate segue circolarmente le istruzioni non illustrate di un flusso interiore. Joyce. James Joyce. Il flusso di coscienza andò ad inventarsi quel fuori di testa irlandese. Fece esplodere sulla carta ciò che la sua mente dettava in continuazione, senza freni, senza apparenti connessioni logiche; solo associazioni dispersive che si incrociavano casualmente, per poi separarsi perdutamente ancora, e ancora, senza alcuna pausa reale, oggettiva. La nascita di un mondo dunque, quello squisitamente soggettivo. Ed è esattamente ciò che lei intrappola con eleganza, creando così dei suoi mondi associativi... Come mi piacerebbe sedermi su una sdraio a dondolo, accovacciarmi contemplante e scoprire ondeggiando... Indietro e avanti, avanti e ancora indietro... Proprio così, muovendomi in maniera talmente impercettibile da ammirare meticolosamente la sua opera meravigliosamente malsana, autentica. Colore dopo colore, pennellata su pennellata, tela su tela... Starei delle ore a studiare i suoi movimenti, le sue agili architetture stilistiche che si dispiegano con naturalezza espressiva... Starei delle ore così, ad osservarla.