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giovedì 16 ottobre 2014

Mi chiamo Frandom, e sono una rana che saltella nel buio.

Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.

Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al ed esenti dal pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano, e vista la sua caparbia cocciutaggine, verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso. “Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.

È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che lì fuori sia tutta una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore: il nemico non sono gli altri, siamo semplicemente noi stessi. Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).

Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani. Certo è che aveva un indiscusso potenziale.

E quindi che altro dirvi: sono Frandom, una rana che, come avete letto, accumula e associa pensieri a random, e che ora, con tutto rispetto, immergerà i suoi occhi gonfi di vivere nel buio salvifico di una nuotata saltellante, per salutarvi con affetto… Ciao.

lunedì 13 ottobre 2014

Espatrio

Voce del verbo espatriare: ovunque ci sia spazio metti-i-libri (è passato un solo giorno, e il fighissimo utile Kindle è stato restituito al rivenditore), vicino alle salviette portatili, utili alle lacrime tra amici-abbracci-e-baci, e alle manine sventolanti che sposano gli ultimi bagliori di sguardi che si intrufolano in quei tonificanti labirinti di idee - c'è sempre di mezzo Borges -, che ti fanno prendere le due velocità del viaggio - una vicina, l'altra lontana: ogni cosa viene mangiata da un'altra cosa, e il più grande di tutti, il cielo, si porta via i miei ulivi, che spariscono, via via, a soffiate verdi, ma in questo vortice risucchiante non dimenticare: il tuo paese è il più bello di tutti, sempre, non denigrarlo mai quando sei fuori, fallo dentro se proprio devi, perché fuori fa freddo e hai sempre bisogno del vestito giusto, del tono perspicace, perché solo l'apparenza, il segreto e la scena salveranno il mondo, invece la troppa trasparenza per la troppa specializzazione porterà solo alla paralisi dell'osceno, all'istantaneità esasperata che arresta tutto quanto, e poi? Quanto mi costa? Il prezzo tacito della diversità è troppo basso per il suo valore effettivo, quindi direi che mi va ottimamente.

Sul vetro di viaggio un dito ha scritto frettolosamente "TI AMO", si legge controluce, probabilmente si riferirà a quell'incantevole paesaggio scorrevole che si intromette, infestato dal sole, tra onde collinari e mare in dirupo. Ciao.

venerdì 13 dicembre 2013

Il manifesto dell’amore postmoderno

L’amore si sa: è l’amaro dolce conduttore che fa muovere le nostre anime, in un verso o nell’altro, pur non riuscendo mai e poi mai a identificarne il significato, il senso che si cela dietro questa misteriosa fascinazione che ci fa volare di stupore, di incantamento al principio, ma che poi, quasi all’improvviso, ci schianta senza mezzi termini sul tappeto del rimpianto. “L’amore opera in segreto i suoi incanti, le nostre decisioni sono irrilevanti”; questo aforisma cerco di tenerlo sempre a mente, non si sa mai. Ma non è propriamente sull’amore che vogliono discorrere, come fatto in sé, perché oltre ad una questione piuttosto difficile da spiegare, penso che ognuno di noi avrà sicuramente da dire la sua, e le diverse e “incazzose” versioni a riguardo saranno tanto diverse quanto diverse saranno le situazioni e le esperienze peculiarmente capitate a casaccio e senza un perché (che divertimento). E il bello di tutto questo sarà sempre e comunque il fatto che, come concetto, come miscela di sensazioni e di vissuto personale, questa “cosa” non potrà mai essere né catalogata né mai pienamente interpretata: è solo passibile di visioni puramente soggettive, e questo è, in un certo senso, il suo attraente e lontano mistero, la sua carica che ci invade fino al midollo per poi finire nel distruggerci. Vorrei, invece, fare delle considerazioni sull’amore come esperienza sociale, e quindi cercare, nelle mie possibilità, di concentrarmi su come l’immaginario collettivo tenti di identificare un generico rapporto di coppia in un’ottica un po’ diversa, un po’ più ampia, nell’amplesso societario che ne riconosce la nascita e gli eventuali e controversi sviluppi. Ovvia, partiamo!

L’età postmoderna, per come viene attualmente vissuta, può essere vista come un collage di esperienze, di tasselli che abbiamo l’opportunità di incollare sul nostro mosaico personale grazie alle miriadi di possibilità e/o potenzialità che ci vengono offerte o che abbiamo a nostra disposizione, chi più chi meno (“a ciascuno il suo”). Questo vissuto, non può che emergere in maniera impeccabile da un ambito che indaga, come nessun altro a mio parere, il mistero e il senso dell’essere umano: la letteratura. I romanzi, è risaputo, racchiudono il sentire umano dell’epoca a cui fanno riferimento; cercano di estrarne, per quanto possono, l’essenza. Per questo motivo, per avvicinarci di più alla società in cui viviamo, e per cercare di capirci qualcosa una dannata volta, dobbiamo in un certo senso affacciarci a quei particolari romanzi che, dalla critica o comunque da un lettore qualunque, vengono letti come “innovativi”, e dove si può chiaramente evincere lo scardinamento del romanzo tradizionale. Per definizione, il romanzo propriamente postmoderno, quello che, nello specifico, ha il potere di ammaliarci per la sua “diversità inconsueta”, è un romanzo enciclopedico; ciò vuol dire che, al suo interno, si può trovare di tutto: accanto alla quantità smisurata di linguaggi e di invenzioni narrative dettate da una schizofrenia data per scontata, l’autore sviluppa la storia che vuole proporci, che non è altro che un insieme ingarbugliato di tante e infinitesime storie, tutte diverse le une dalle altre. A prima impatto ci si può ritrovare spiazzati, e non si riesce bene a cogliere dove l’autore voglia andare a parare. Tutto questo però permette di affermare che Il meta-romanzo, o il romanzo vecchio stampo (come volete), seppur nella sua indiscussa utilità nel rilevare le origini del pensiero e degli sviluppi umani, non attecchisce poi più di tanto l’immaginario che vuole, per sue necessità interne, concentrarsi consapevolmente nella perlustrazione del tempo presente. Certo, poi c’è da prendere in considerazione la categoria dei “classici” che, non è un caso, vengono etichettati così proprio perché la loro potenza espressiva ha qualcosa che ha a che fare con la loro intramontabile attualità, ma questo è un altro discorso. Il romanzo postmoderno, diversamente, mette in luce quelli che sono gli “sperimentalismi” di questo mondo sociale, e non c’è nulla di più azzeccato di questo per leggere la riconfigurazione dell’epoca attuale. Viviamo, infatti, nell’epoca dei racconti diversissimi ma che, per necessità, devono legarsi l’uno l’altro in una narrazione collettiva se vogliono solo pensare di sopravvivere. Un po’ come succede nei romanzi di nuova generazione: l’autore cerca sempre, velatamente, di tessere un filo rosso generale che permetta di afferrare le redini della complessiva (e a volte davvero complicatissima) situazione narrativa. Declinato alle nostre vite, il no sense che ne deriva può essere attribuito proprio a questo: all’incapacità generalizzata di dare un senso logico-narrativo alle nostre diverse esperienze che facciamo, ai nostri racconti personali, di modo che possa avere anche solo una minima parvenza di un filo che riconosciamo come “conduttore”. E allora, le relazioni sociali diventano fiacche, evanescenti, legate solo alla provvisorietà del momento, all’esperienza specifica vissuta in quella circostanza. E ci ritroviamo ogni volta a ricominciare tutto da capo senza sapere il perché, senza comprendere pienamente perché ci barcameniamo così tanto (“ma io dico: chi me lo fa fare?”). Ed ecco che arriviamo alle relazioni di coppia, tanto odiate quanto osannate. Non molti anni fa, una relazione di coppia era vissuta all’interno di un quadro narrativo solido, stabile, in cui si sapeva benissimo quali erano le tracce della trama da seguire: era solo necessario riempire quelle tracce, quei consigli prescrittivi dettati dalla società e compierli, metterli in atto nella propria vita, mettendoci del proprio come coppia, come un progetto costruito solo e sempre insieme; quindi il proprio progetto biografico era un duo, e questo comportava, in molti casi, il “sacrificio dell’individualità”. Di questi esempi, di “narrazione di coppia”, ne esistono ancora; certamente: il cambiamento e la rimodulazione di un’epoca non può buttare via l’acqua sporca assieme al bambino, e quindi lavarsi le mani di tutto quello che l’ha creata e quindi preceduta: non può spazzare con noncuranza il “tradizionale”; anzi. Quest’ultimo è vitale al cambiamento, all’innovazione che nasce e si costruisce per differenza (quanti amici che stanno per o sono già sposati avete?). Fondamentalmente, le relazioni di coppia odierne si sfasciano dopo due secondi perché non vi è un progetto comune alla base. Sono due progetti individuali che viaggiano sì parallelamente ma che pensano solo a sé: in pratica sono votati al mero soddisfacimento dei bisogni personali che, per attualizzarsi, decidono di “fare coppia”. Di conseguenza, più andremo avanti e più il “vecchio” progetto pensato in comune non avrà più ragione di sussistere: la nostra condizione esistenziale individuale naviga troppo nell’incertezza già per noi come singoli, figuriamoci che cosa può succedere se due “incertezze di vita” decidono di mettersi insieme: esplodono nel no sense immediatamente, e si distanziano (dopo che, alla fine della fiera, si è fatto praticamente tutto insieme dopo i primi 3 mesi di indiscusso romanticismo; e voglio azzardare: ma la soglia di “sopportazione” di quel romanticismo, che appassisce come una rosa senz’acqua, potrebbe essere decisamente più bassa). E quindi che si fa? Bella domanda.
Penso che l’individualismo, con tutte le pecche di egocentrismo che si porta con sé, riservi anche delle conquiste e delle possibilità formidabili. Non possiamo più tornare indietro, assolutamente. Dobbiamo invece sempre guardare avanti con una sbirciatina arricchente che volge lo sguardo al passato, che ha sempre qualcosa da insegnarci (non si sbaglia per imparare? O si sbaglia e basta?). Dobbiamo cercare di re-inventarci, prendendo spunto dal passato ma senza troppi formalismi, e cioè dando respiro al formidabile potenziale che è in noi. La coppia, quindi, deve vivere delle sue risorse di individualità e cercare, al contempo, di costruire quel filo rosso che la distinguerà da tutte le altre (dalle altre coppie e dal mondo in generale); il ché non significa un vincolo insormontabile che trascura e annienta pian piano le risorse-soggetto. Una coppia vera, al passo con i tempi, deve infatti sempre conquistarsi l’evasione dalla sua auto-referenzialità; si deve, in altre parole, fare discorso nel mondo, esattamente come avviene nei romanzi postmoderni. Per sopravvivere in questa società nell'ambito di un rapporto duale, dobbiamo scrivere il nostro romanzo postmoderno di coppia, insieme, cooperando col nostro partner. Questo ci consentirà di vivere bene la nostra storia con l’aiuto di quel “materiale” grezzo che le singole individualità attingono dalle proprie esperienze e che, quindi, scelgono consapevolmente di condividere all’interno del loro nucleo amoroso. Racconti diversi, dunque, diversissimi l’uno dall’altro, ma che poi cercano di fare un lavoro di auto-riflessione, prima con il suo protagonista e poi assieme all’altro protagonista parallelo: il nostro partner. Certo, i romanzi postmoderni sono anche celebri per confondere con queste strampalate comparse che incontriamo durante il loro percorso narrativo: alle volte ci sono sacchettate di personaggi che non si capisce più nulla. Vogliono solo metterci in guardia però: nel mondo, le comparsate ci devono essere e ci saranno sempre. Ma i personaggi principali, quelli che veramente hanno una cognizione di tutta la storia e sono collegati in qualche modo con tutti gli altri personaggi, si riducono a due o tre. Ecco, poiché la coppia, lo dice il nome stesso, prevede solo due personaggi - che sono, a livello societario, fondamentalmente il suo fulcro, il suo punto di partenza - dobbiamo diffidare dalle comparse che ci distolgono dal nostro percorso e che molte volte (birbantelli!) "utilizziamo" istintivamente in senso egoistico: queste devono solamente arricchire la coppia di nuovi spunti, di nuovi vissuti, e non traumatizzarle e dunque estinguerle. Nel rispetto del nostro partner, infatti, dobbiamo evitare di ricadere nella concezione dell’amore perseguito come “quantità”, come concetto consumistico di usa e getta. Se si sceglie di stare con una persona, di amarla, bisogna inventare insieme e scrivere la propria storia fugando l’indefinito, il caos che ci sovrasta e che incombe su di noi rendendoci sempre e comunque spaesati. Dobbiamo evitare le tipiche situazioni di coppia dei nostri tempi e dove si narra, sistematicamente e in ogni occasione, che “Cominciarono soltanto a frequentarsi, in quel territorio crepuscolare che sta tra l’essere solo amici e quello che, qualunque cosa sia, non è amicizia” (DFW); situazioni in cui finisce poi tutto quanto, e bisogna ricominciare tutto da capo. Del resto, in certi casi sbagliati, potrebbe essere solo una salvezza. Ma non sempre: il nostro istinto "sano" saprà sempre ben consigliarci che, probabilmente, quella è la persona giusta per noi.
Un sano Amore a tutti.

domenica 24 novembre 2013

Il dolce far nulla serve un sacco

Lavorando come osservatore e ricercatore sociale nei nidi d’infanzia ho imparato una cosa che mi è sempre sfuggita o che, a dire il vero, ho disimparato da tempo: il dolce far nulla serve un sacco. Tale prescrizione è sempre stata avanzata, con un vigore altamente sfacciato, da qualunque modello pedagogico che si rispetti. Sì, proprio così. Perché i bambini, sin dalla più tenera età, in vista di un loro virtuoso sviluppo affettivo, cognitivo e creativo, devono imparare ad occupare il loro prezioso tempo anche cominciando ad identificare quelli che sono i loro momenti di solitudine, quegli spazi così ricercati che riconoscono il vuoto come governatore delle loro prime e minute azioni; attimi e momenti di vuoto che prevedono la ripetitività, la lentezza, e i primi bagliori di quello stato d’umore che riconosciamo tutti con l’annoiarci. Dobbiamo dunque imparare dai bambini: dobbiamo re-inventarci partendo dalla noia più falsamente frustrante, quello condizione che così, in maniera errata, cerchiamo di rigettare da noi stessi alla prima occasione. Solitamente, i genitori postmoderni di questi pargoli alle loro prime zampettate sono piuttosto ansiosi. Chiedono spasmodicamente alle educatrici/agli educatori se i loro bimbi oggi hanno fatto questo e quello, cosa hanno imparato di così importante per rasserenare le loro menti così tormentare per un così prematuro distacco. Dovete sapere, infatti, che i genitori in oggetto (nella maggior parte dei casi), impossibilitati dai loro carichi lavorativi, ricorrono al nido per i tempi di cura e, quotidianamente, sono costretti a vivere un senso di colpa imperdonabile: l’”abbandono” a degli estranei dei primi anni di vita dei loro figli. E quindi cercando di compensare preoccupandosene a più non posso, esigono sempre di riscontrare quel passo qualitativo che possa far pensare “comunque sta facendo e imparando tante cose e quindi, per lo meno, non va tutto perso: qualcosa di buono, in fondo, la sto facendo”. Quello che non sanno però è che anche quando i loro bimbi non fanno assolutamente niente è molto più che bene per loro, e su questo non si dovrebbe discutere. La verità è che questa società supersonica e sempre più frenetica e votata all’esaltazione della prestazione efficiente a tutti costi ha scombussolato realmente le nostre coordinate di riferimento. Il tempo e lo spazio vanno a braccetto, sì, ma si dissolvono reciprocamente nell’insensatezza di ciò che ci rimane dopo, dopo aver compiuto tutto quello che dovevamo per forza di cose fare per non annoiarci; tutte quelle attività di intrattenimento che sempre di più ci stanno allontanando inesorabilmente dal rumore sordo della nostra mente in solitudine. Certo, forse viviamo, più che in altre epoche, il regno della solitudine esistenziale, ma lo facciamo sempre interfacciandoci a qualcosa che potrebbe distrarci, a qualcosa che ci distanzia dalla vera auto-riflessione rigenerante. Dobbiamo ricominciare ad elogiare per noi stessi la lentezza, l’attendere che qualcosa prima o poi verrà, sicuramente. E non stare lì, impazienti di voler produrre tutto e subito, anche a costo di non capirci nulla e di bere tutte le bevute disponibili su quel banco al bar che chiama a suon di euro la quantità. Diversamente, la qualità è tutto, e va assaporata incessantemente, attimo dopo attimo, come falso grigio di quel vuoto che ci invade nei momenti di panico, un panico che si riscopre un lusso non appena cominciamo a dialogare veramente al cospetto di noi stessi, risultando ripetitivi certo, ma per nulla scontati, poiché quello che viene da dentro di noi è sempre unico e va gelosamente custodito e coccolato e fatto crescere. Dobbiamo educarci alla lentezza di una passeggiata che non porta a nulla, quel sentiero che tocca solo noi stessi e il mondo, che sempre e comunque è lì e ci dona inaspettatamente qualcosa. Dobbiamo rigettare la cultura del fare per forza e riprenderci le nostre pause interiori di silenzio, che non significano più rimorso di un tempo che ci hanno fatto credere come sprecato: nulla è davvero così sprecato se lo si valorizza come nostro e come peculiarmente singolare da poter condividere gratuitamente assieme. Dobbiamo cominciare a vedere di nuovo e, con questo, riguardo alla cecità di questa performatività che ci assale e ci sgomenta annientandoci nell’oblio dell’esistenza, vorrei concludere con l'aiuto di uno fra i maestri indiscussi della letteratura, un colosso che mi ha insegnato tanto e che porto sempre con me: “Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.” (Cecità, José Saramago)

mercoledì 13 novembre 2013

La condizione postmoderna

Rapporto sul sapere

Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni. Si tratta indubbiamente di un effetto del progresso scientifico; il quale tuttavia presuppone a sua volta l’incredulità. Al disuso del dispositivo metanarrativo di legittimazione corrisponde in particolare la crisi della filosofia metafisica, e quella dell’istituzione universitaria che da essa dipende. La funzione narrativa perde i suoi funtori, i grandi eroi, i grandi pericoli, i grandi peripli ed i grandi fini. Essa si disperde in una nebulosa di elementi linguistici narrativi, ma anche denotativi, prescrittivi, descrittivi, ecc., ognuno dei quali veicola delle valenze pragmatiche sui generis. Ognuno di noi vive al crocevia di molti di tali elementi. Noi non formiamo delle combinazioni linguistiche necessariamente stabili, né le loro proprietà sono necessariamente comunicabili. Pertanto la società che ne deriva dipende meno da una antropologia newtoniana (come lo strutturalismo e la teoria dei sistemi) e più da una pragmatica delle particelle linguistiche. Esistono molti gioghi linguistici differenti, che costituiscono l’eterogeneità degli elementi, ed i giochi possono generare istituzioni solo attraverso un reticolo di piastrine, che costituiscono il determinismo locale. Tuttavia il sistema decisionale si sforza di gestire queste nebulose di socialità attraverso matrici di input/output, secondo una logica che implica la commensurabilità degli elementi e la determinabilità del tutto. La nostra vita è così votata all’accrescimento della potenza. La sua legittimazione in materia di giustizia sociale e di verità scientifica consisterebbe nella ottimizzazione delle prestazioni del sistema, nell’efficacia. L’applicazione di questo criterio a tutti i nostri giochi non è disgiunta da certi effetti terroristici, velati o espliciti: siate operativi, cioè commensurabili, o sparite. Questa logica della miglior prestazione è indubbiamente inconsistente da molti punti di vista, in particolare da quello della contraddizione in campo socioeconomico: esso esige ad un tempo meno lavoro (per abbassare i costi di produzione) e più lavoro (per alleggerire il peso sociale della popolazione inattiva). Ma l’incredulità è ormai tale che, contrariamente a Marx, nessuno si aspetta oggi che tale inconsistenza possa costituire una via di scampo. La condizione postmoderna è tuttavia estranea al disincanto, così come alla cieca positività della delegittimazione. Dove può risiedere la legittimità, dopo la fine delle metanarrazioni? Il criterio di operatività è tecnologico, non è pertinente per giudicare del vero e del giusto. Forse nel consenso ottenuto attraverso la discussione come ritiene Habermas? È una soluzione che violenta l’eterogeneità dei giochi linguistici. E l’invenzione si produce sempre attraverso il dissenso. Il sapere postmoderno non è esclusivamente uno strumento del potere. Raffina la nostra sensibilità per le differenze e rafforza la nostra capacità di tollerare l'incommensurabile. La sua stessa ragione d'essere non risiede nell'omologia degli esperti, ma nella parologia degli inventori (“parologia” qui intesa come "mosse" grammaticali del gioco linguistico).

Tratto da La condizione postmoderna, Jean-Francois Lyotard, Feltrinelli, 1981.

lunedì 9 settembre 2013

Anime delocalizzate

Pare sia vero. Siamo costretti ad essere liberi (che Sartre sia lodato e maledetto allo stesso tempo). Giorno dopo giorno ora dopo ora attimo dopo attimo dobbiamo reinventarci, costruire i nostri piccoli mondi e, contemporaneamente, mantenere un lucida consapevolezza verso il mondo che ci circonda. E come si fa? Abbiamo forse una cassetta di attrezzi appropriata per adempiere a tutto ciò? Siamo stati coscientemente educati alla complessità in una società votata all’entropia e, dunque, ad un’implosione che è lì lì se non già bella e avvenuta? Siamo in grado, in definitiva, di costruire una seppur minima nostra identità ed essere flessibili ai bombardamenti informativi del nostro tempo?... Un’eccessiva informazione, sembra, è uno dei migliori stimoli a dimenticare... A lavoro ci chiedono perennemente adattabilità e spirito d’iniziativa, flessibilità nelle contingenze e autonomia creativa “sull’orlo di un meraviglioso cambiamento”... Dobbiamo necessariamente venire a patti, dicono, con la prospettiva di un’istantanea obsolescenza, l’obsolescenza che riguarda tutto ciò che viene creato. Si tratta di schizofrenia? Pare di sì. E allora siamo davvero dei replicanti come Roy di Blade Runner? “La fiamma che splende con il doppio della forza dura la metà del tempo”, il prototipo dell’uomo postmoderno, impeccabile e forte e resistente agli stress, ma che dura poco... Quel film, dopotutto, non aveva poi tutti i torti nel preconizzare gli ipotetici scenari futuri, gli scenari che, per l’appunto, volevano essere propriamente postmoderni... Una pellicola che ritrae un mondo che cade a pezzi, tumefatto da una pioggia insistente e torrenziale, un mondo completamente de-industrializzato e de-localizzato; uno sciame di lingue incomprensibili (forse un globish o un “chinatown everywhere”), che fa da sfondo alle anime perse e tenebrose dei personaggi, che cercano a stento di dare senso alle loro identità, riconoscendosi, solo, in alcune immagini sbiadite di famiglia che ricordano un passato che ora non conta assolutamente più nulla. E allora ci ritroviamo davanti ad un pc, ad esplorare e vivere mille ed innumerevoli vite lontano da noi, identificarci in esse e con esse, cercare un bagliore di appiglio per capire dove dobbiamo andare e cosa vogliamo fare... “I’m totally very americanized”, afferma Naomi, una giovane indiana che si schiarisce la pelle e decolora i capelli per assomigliare a Marilyn Monroe. Naomi, una dei tanti giovani indiani che barattano la proprio identità con un’altra, quella americana. E perché dovrebbero farlo? Perché lavorando nei promiscui e angusti luoghi dei call center devono per forza di cose incorporare una cultura che non è la loro, per vendere prodotti e merci e mettere a proprio agio commerciale i loro clienti contattati all’altro capo del mondo. Questi giovani non attraversano le frontiere dello spazio per assaporare quella nuova e lontana cultura, no, assolutamente; sono loro stessi che vengono attraversati dalle frontiere del fuso orario senza lasciare il proprio paese. “Che cosa significa trasportarsi in un paese remoto che non si è mai visto? Cosa comporta vivere così lontano dal proprio corpo?”… E allora sapete cosa vi dico? Bisogna sempre, e dico sempre, disegnare in noi stessi, in quel poco che ancora ci rimane, un mito romantico talmente potente, talmente da paesaggio interiore lussureggiante, che possa per la miseria redimerci dall’universo informe della contingenza.