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lunedì 13 ottobre 2014

Espatrio

Voce del verbo espatriare: ovunque ci sia spazio metti-i-libri (è passato un solo giorno, e il fighissimo utile Kindle è stato restituito al rivenditore), vicino alle salviette portatili, utili alle lacrime tra amici-abbracci-e-baci, e alle manine sventolanti che sposano gli ultimi bagliori di sguardi che si intrufolano in quei tonificanti labirinti di idee - c'è sempre di mezzo Borges -, che ti fanno prendere le due velocità del viaggio - una vicina, l'altra lontana: ogni cosa viene mangiata da un'altra cosa, e il più grande di tutti, il cielo, si porta via i miei ulivi, che spariscono, via via, a soffiate verdi, ma in questo vortice risucchiante non dimenticare: il tuo paese è il più bello di tutti, sempre, non denigrarlo mai quando sei fuori, fallo dentro se proprio devi, perché fuori fa freddo e hai sempre bisogno del vestito giusto, del tono perspicace, perché solo l'apparenza, il segreto e la scena salveranno il mondo, invece la troppa trasparenza per la troppa specializzazione porterà solo alla paralisi dell'osceno, all'istantaneità esasperata che arresta tutto quanto, e poi? Quanto mi costa? Il prezzo tacito della diversità è troppo basso per il suo valore effettivo, quindi direi che mi va ottimamente.

Sul vetro di viaggio un dito ha scritto frettolosamente "TI AMO", si legge controluce, probabilmente si riferirà a quell'incantevole paesaggio scorrevole che si intromette, infestato dal sole, tra onde collinari e mare in dirupo. Ciao.

sabato 5 aprile 2014

Come quando di notte

Non vedi dove sono? È tutto chiaro e limpido, come una mattina cosparsa d’estate. Il mare è già lì, e si è preparato durante tutta la notte, per attenderci. Ma io non lo raggiungerò, non oggi. Me ne starò qui, invece, all’ombra: è una sensazione di riposo che mi si addice di più, non biasimarmi: è l’organo più esteso del mio organismo che me lo richiede.
È sofisticato quando intravedo dalla finestra appannata della cucina il figlio del pakistano nell’alimentari sotto casa. Mi ricorda tanto me, quando ero più piccolino. Lo vedo lì, seduto e impaziente, che aspetta il prossimo cliente, e che prepara il suo rinnovato sorriso per la prossima offerta che verrà, richiesta. Questa gente è umile, coraggiosa, sconquassata dalla vita, eppure rimane lì, col sorriso sempre stampato in viso, e attende. Attende. Ogni tanto dà un occhio all’ora, a quell’orologio millenario velato appena da una ragnatela filata a metà, da un ragno altrettanto millenario, e che vive di solitudine vera. Di tanto in tanto il loro sguardo segue la gente che passa per strada. In questo modo la cura e la meticolosità dei loro attimi si dilata, e diventa infinito. Segue le traiettorie della mente che si tramutano in probabilità improbabili, e diventa senso.
Sì, il mare, meta di sconosciuti: la grande piscina collettiva che si insudicia in agosto, e che si incupisce per il grande afflusso di gente inferocita di finto relax che si riversa in spiagge colme e ripiegate. Ma qui non c’è il mare, e gli sconosciuti hanno altre infinite mete: i semafori lampeggiano i loro ritmi. Non so cosa penserai di me, ma il concetto di diversità non credo mi appartenga. Per lo meno quello che viene costantemente millantato da tutti coloro che ti capita di incontrare a giro, gente impomatata e lustra di sé che si presenta con il biglietto da visita stampato in viso, e che rivendica costantemente la sua di diversità, e che pretende di splendere al cospetto degli altri. Ma che cos’è la diversità? Abbiamo davvero avuto modo di assaggiarne l’essenza? Io ancora no, forse tu sì, ma io ancora no. Come si fa a vivere nell’era dell’individualismo se non c’è stato il minimo e benché sorprendente reciproco confronto? Come si fa, privi di quella salubre chiacchierata in quel pub ricolmo e inneggiante, e che si materializza al chiarore di una luce gialla appassita e avvolta dai fiati dell’alcol? Io dico, come si fa.
È bello quando ti ritrovi in un contesto in cui non ti puoi esprimere in quello che credi essere il meglio per te, e dove ti senti quasi a disagio a sentirti bambino nell’impossibilità comunicativa; è davvero bello nella sua impossibilità. Impari a rivalutare i dettagli, a scoprirne di nuovi. Piccoli particolari che si richiamano ai gesti, allo scossone dei visi, agli occhi smarriti e trepidanti di risposte: è bello sentirsi tutti smarriti nella comune ignoranza. Capitava in un contesto di lingua straniero, quando tutti, intenti ad imparare un’altra sconosciuta lingua, si dimenavano in diversificati atteggiamenti corporei pur di farsi comprendere, perché le parole nuove da imparare erano appena sfuggite alla mente, che si ritrovava lì, nuovamente rossa e imbarazzata.
Come quando di notte ti sveglia il richiamo del sesso. Non il tuo, quello che per naturale necessità spesso ti si agita dentro, ma quello esteriore, quello che ha il carattere dell’invadenza inopportuna, e che trapassa noncurante le mura del tuo appartamento per dirti che, nell’ambiente appena accanto al tuo, vi è una copulazione in corso, animata. Quei mugugni, quei sospiri vitali si dipanano, e si fanno significato: attraversano le mura. E allora pensi a quella volta in cui avresti voluto vederla risvegliarsi, dopo una notte passata con te, il tuo volto appena destato dal caldo cuscino e che la cerca, tra i suoi capelli meravigliosamente disordinati, i suoi atteggiamenti accoccolati per l’altrove. E allora avresti voluto pian piano accoglierla nel suo nuovo giorno con te, e riscoprire la magnificenza del suo sguardo, la bellezza di quei suoi occhi unici al mondo, e dirle buongiorno, con la tua voce timida e ricoperta ancora dal sonno, e contemplarla, per fissarne l’eternità irripetibile.
Le parole non servono, in certi momenti davvero non servono: sono solo il surrogato di quello che vorremmo essere per noi stessi. E quindi una lacrima scende giù, e anche se fa una brutta figura tra i tuoi occhi così cisposi che riportano il ricordo dei sogni, quella lacrima è bella: testimonia la tua autentica e sempre rincuorante veridicità. Ma lei non c’è, per lo meno non ora, non più. Pensi di addormentarti, ma più ci pensi e più non lo fai. E colleghi tutti i dettagli traendone un quadro: il clown, che termina le sue tre giornate di ricordi melanconici cantando per strada, chiedendo qualche soldo sul ciglio di una stazione, con un cappello di fianco rovesciato, contenente una sigaretta gettata fintamente dall’alto, giusto così, per richiamarne caritatevolmente della altre; gli occhi verdi, sempre presenti, di un passato che si rifà sorprendentemente vivo e che bussa alle porte delle tue risvegliate sensibilità: è bello ritrovarsi lungo il cammino, soprattutto quando sai che qualcosa di te hai saputo lasciare, grazie; un tempo severo, un tempo rannicchiato dietro il banco ortofrutticolo intento a sfogliare il tuo primo libro della vita: codici di un mondo che sta per nascere; quel mare che sempre attende, ma solo quando avrai abbastanza zavorra da rilasciarne a lui tutto il suo peso: sì, lui può farlo, lui è il più grande di tutti: saprà lui il modo più giusto per smaltire tutto il tuo vissuto di scarto e che ti porti dentro. Sì, verrò, ti dico che ora verrò, sento il tuo richiamo: ora sono pronto.                  

venerdì 20 dicembre 2013

Il regno della Solitudine

La solitudine è davvero una brutta bestia, è una specie di sovrastante spauracchio che quando ci intravede ci coglie alla sprovvista facendoci “buh!” e si diverte tantissimo nel vederci impauriti, surclassati, completamente impotenti davanti a quella cosa che davvero non riusciamo a gestire: facciamo di tutto a volte per rifuggirla, ad ogni dannata occasione in cui cominciamo a sentirne i primi distinguibilissimi segnali premonitori; in fondo non siamo che animali sociali, che hanno solo bisogno di un vivace fuocherello e di una sana e musicale compagnia per alimentarlo, tutto qui. Certo, ci sono anche momenti, attimi della giornata, in cui non vediamo l’ora di staccare da tutto e da tutti ("non voglio vedere nessuno!"), e di riprenderci finalmente le nostre pause personali, vagando, senza senso, nei flusso di quel nostro universo che è tremendamente e squisitamente soggettivo. Quando dico “squisitamente”, non significa che quel materiale che trova collocazione nella nostra testa abbia un sapere buono; questo può anche darsi, ma non è esattamente questo quello che voglio dire. Significa, invece, che quello che ci frulla in testa è solo nostro, personale, e che le altre “materie mentali” simili alle nostre non saranno mai identiche a quella (per fortuna) con cui, in un modo o nell’altro, siamo costretti a fare i conti tutti i giorni. E quindi spesso, quando il rumore si fa troppo forte e l’acustica interiore diventa assordante, preferiamo gestire la cosa con un semplice gesto: abbassare lo schermo della nostra attenzione interiore e mettere tutto in standby; per favore sì, ecco, va molto meglio ora... È così che funziona la vita da solitari: viviamo un falso presente ipnotizzato da un qualsivoglia intrattenimento-droga (quello che capita a giro va più che bene), invece di riflettere appassionatamente su tutto quello che ci ha portato sino al qui ed ora e su quello che vogliamo; su tutto ciò che desideriamo enormemente fare nell’immediato più immediato che sarà qui a momenti o nell’orizzonte futuro: il passato tormentoso e il futuro assillante preferiamo quasi sempre metterli da parte: sono due torri belle cariche di paura mentale da evitare senza pensarci due volte. Il presente, quello Fico, quello spensierato che vola via in un attimo, viene vissuto solitamente in buona compagnia, mentre quello da gioco-solitario viene appiattito in attività di svago, in una presa di coscienza che è lenta a venire fuori; forse perché il tempo ci sembra sempre troppo poco e il suo veloce sgocciolamento ci porta speditamente, e senza accorgercene, nelle braccia tenerose di Orfeo (ma quanto sono morbide e consolanti e paffute a fine giornata le braccia-cuscino di Orfeo? “Orfeo, sì dico a te, sei proprio un’entità simpatica e piumata e benevola; te lo dovevo proprio dire, per fortuna che ci sei, anche se non ti conosco poi così tanto bene, e forse sarà proprio per questo..."). E quindi tic e tac, le lancette dei minuti del simpatico orologio che troneggia in soggiorno sono governate dalla lancetta dispotica dei secondi: è lei, fondamentalmente, l’ape regina che fa scattare le loro arcate ripetitive e circolari. E il tempo passa e tu, nel frattempo, hai esaurito lo svago esterno, quello artificialmente indotto, fatto d’immagini, d’informazione, di shopping sfrenato sotto l’albero delle feste illuminate di rosso, di tempo sprecato davanti a pagine digitali e super e ipertestualizzate che scorrono come rulli inferociti e che ti rimbalzano da una parte all’altra come la scia invisibile di una pallina da Ping Pong, manco fosse Forrest Gump (respect) a disegnarne le traiettorie posizionato di fronte all'altra parte del tavolo verde rialzato a mo' di pannello verticale, di modo che, da solo e saggiamente, può dialogare di battuta e risposta in tutta tranquillità (che uomo lungimirante). Insomma, arrivata una certa non se ne può più e quindi stacchiamo (da notare che “staccare” è un termine, un verbo in questo caso, che fa riferimento al mondo delle cose, e noi non siamo il-mondo-delle-cose). La verità è che questo mondo sociale ci ha de-contestualizzati, de-spazializzati gli uni dagli altri, e i nostri affetti più cari sono così tremendamente lontani che non ce ne capacitiamo; il ché può comportare una gioia impagabile nel momento in cui sboccia il tanto atteso ritrovo ma che, alla lunga, il più delle volte, ci condanna a vivere miseramente la nostra assordante condizione di solitudine esistenziale. Le persone sono sole, che lo vogliano o no, e questo è proprio tangibile, davvero prorompente... Può essere una mia pippa, un qualcosa che sento ingiustificatamente dal di dentro, ma è la percezione che si avverte, perché i nostri dialoghi, i nostri incontri, sono ormai costantemente commisurati su ciò che succede su uno schermo illuminato, su una pagina che alla fine è solo virtuale, e che toglie carne alla carne, spirito a quello spirito già andato e bello immesso, tramite parole luminescenti e ultra-veloci, su una tastiera stanca e accartocciata; una tastiera che ormai riconosce a memoria le nostre impronte digitali e che risulta levigata dalle loro ripetute e costanti pressioni: queste, non sono altro che le pressioni del nostro Io desideroso di fuoriuscire, scalpitante per farsi mondo, ma che, per ora, risulta essere solo in formato digitale, e ingabbiato, in una sfera invisibile ma ciononostante così urgente socialmente, e che fino a questo momento non ne conosciamo esattamente le sorti: ci fa spaziare in un mondo che non sappiamo dove ci porterà. E quindi in questo momento voglio solo il mare, e imprimere il mio Io solo su di Lui, e da solo con Lui, con quelle sue violente ondate invernali trasportate dal vento soffiante che si scaraventano sulle coste di casa, e che vengono in fine a prelevare ogni particella del mio pensiero, quel pensiero minuto e spicciolo e così personale che con quelle onde potrà davvero raggiungere ogni dove.


Accozzaglia di pensieri tramutati in parole con i Sigur Ros trapiantati nelle orecchie.  

domenica 8 settembre 2013

Dirockato Monopoli

La politica giovanile ri-generante

L’effervescenza di questo progetto che pensa in grande – con tutti gli auspici e la carica emotiva dei suoi protagonisti – è una chiara manifestazione di una Società Civile (in questo caso una “nicchia preziosa” contraddistinta da un’inedita creatività musicale) che si adopera in-proprio, per preservare e, al contempo, motivare e promuovere un proprio status identitario, sociale. Questo status si riconosce nella sua peculiarità ri-generante, per dare un’impronta innovativa tale da incentivare un nuovo modo di fare società e di stare nella società che, in questo caso, convoglia le energie e gli entusiasmi musicali di una realtà cittadina che si distingue (anche) per i sui talenti innati. L’innovazione sociale che ne emerge tenta, a suo modo, di differire dalle logiche predatorie e coloniali del mercato, e dai corridoi, sempre più inaccessibili, di quelle “strette” burocratiche e pedanti caratteristiche del potere Statale – declinato in questo caso nell’Amministrazione Comunale – che ormai, è evidente, scarseggia di legittimità propria. Un raffronto a tale binomio Stato-mercato è un’esigenza strutturale, di una società che sta cambiando e che vuole rendersi protagonista nelle sue dinamiche “sane”; che vuole generare nuove relazioni capaci di evadere – per proporsi come alternativa – dalle relazioni pre-confezionate e disabilitanti “calate dall’alto”, provenienti da un lato da un’amministrazione troppo “anziana” e, dall’altro, da relazioni che riguardano unicamente quei circuiti individualizzanti (e ultra competitivi abbestia), che si rifanno alle logiche disumanizzanti del mercato, un mercato che ha decretato la nascita di un misero e sempre scontento ”homo consumens”. Fare società in questo modo, fare musica e creare sinergie-protagoniste in tal maniera, è indice di una autonomia che produce i propri contesti di significato, i propri frames di intervento, e di azione, ma, allo stesso tempo, alimenta quell’assunzione di responsabilità che si concretizza in una presa di coscienza comune-e-giovanile. L’auspicio più grande è che questa esperienza, nel suo divenire, possa permettere un raccordo generazionale, ma soprattutto un protagonismo non-indifferente ma attivo di una realtà giovanile che possa vedere lontano, che non sia considerata apatica e fannullona (vedi giovani concepiti come “problematica sociale”), ma alla quale possano essere concesse – non una tantum ma sempre più – quelle condizioni appropriate che fungano da terreno fertile per motivazioni giuste, che rendano la “socialità musicale” un evento non solo episodico ma anche – e soprattutto – un elemento vitale che possa inscriversi compiutamente nelle biografie individuali di ognuno di noi, giovani dirockati.