Sul vetro di viaggio un dito ha scritto frettolosamente "TI AMO", si legge controluce, probabilmente si riferirà a quell'incantevole paesaggio scorrevole che si intromette, infestato dal sole, tra onde collinari e mare in dirupo. Ciao.
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lunedì 13 ottobre 2014
Espatrio
Voce del verbo espatriare: ovunque ci sia spazio metti-i-libri (è passato un solo giorno, e il fighissimo utile Kindle è stato restituito al rivenditore), vicino alle salviette portatili, utili alle lacrime tra amici-abbracci-e-baci, e alle manine sventolanti che sposano gli ultimi bagliori di sguardi che si intrufolano in quei tonificanti labirinti di idee - c'è sempre di mezzo Borges -, che ti fanno prendere le due velocità del viaggio - una vicina, l'altra lontana: ogni cosa viene mangiata da un'altra cosa, e il più grande di tutti, il cielo, si porta via i miei ulivi, che spariscono, via via, a soffiate verdi, ma in questo vortice risucchiante non dimenticare: il tuo paese è il più bello di tutti, sempre, non denigrarlo mai quando sei fuori, fallo dentro se proprio devi, perché fuori fa freddo e hai sempre bisogno del vestito giusto, del tono perspicace, perché solo l'apparenza, il segreto e la scena salveranno il mondo, invece la troppa trasparenza per la troppa specializzazione porterà solo alla paralisi dell'osceno, all'istantaneità esasperata che arresta tutto quanto, e poi? Quanto mi costa? Il prezzo tacito della diversità è troppo basso per il suo valore effettivo, quindi direi che mi va ottimamente.
mercoledì 8 ottobre 2014
Chiacchierata con Jean Baudrillard
"Garanzia Giovani": un altro slogan vuoto, inetto, così ripetitivo nella sua deleteria insignificanza: altra presa per il culo. Angelino, un emerito idiota. Anna Maria (Forza quel bel Paese che è l'Italia), scomparsa del corpo: manifestazione dell'osceno...
La scena girevole del transpolitico.
Far circolare un massimo di responsabilità a vuoto equivale a far esplodere l'irresponsabilità generale, e dunque a far saltare il contratto sociale. La regola del gioco politico è abolita non da una preciso esercizio della violenza, ma dalla circolazione impazzita di atti e di imputazioni, di effetti e di cause, dalla messa in circolazione forzata dei valori di stato, come la violenza, la responsabilità, la giustizia... Questa pressione è fatale per la scena politica.
Tutto ciò che dimentica questa scena e questa padronanza dell'illusione per dedicarsi alla semplice ipotesi e alla padronanza del reale cade nell'osceno. Il modo di apparizione dell'illusione è la scena, il modo di apparizione del reale è l'osceno.
Perché la sola sovranità è nella padronanza delle apparenze (che ci salverà). La sola complicità è nella comunanza collettiva dell'illusione e del segreto (le uniche che ci daranno speranza e che sono prive del non-senso: perché l'illusione il senso ce l'ha sempre avuto).
Tutte cose che, nell'era del transpolitico, nell'era dell'esacerbazione di tutto, dove il caso ci ha sprofondato in un'incertezza anormale che ci induce a reagire con un eccesso di causalità e di finalità, stiamo quasi definitivamente per perdere...
Il reale non cede a vantaggio dell'immaginario, cede a vantaggio del più reale del reale: l'iperreale. Più vera del vero: tale è la simulazione.
La presenza non cede di fronte al vuoto, cede di fronte a un raddoppiamento di presenza che cancella l'opposizione della presenza e dell'assenza.
Nemmeno il vuoto cede di fronte al pieno, ma di fronte alla pletora e alla saturazione - più pieno del pieno, tale è la reazione del corpo nell'obesità, del sesso nell'oscenità, la sua abreazione al vuoto.
Il movimento non scompare tanto nell'immobilità quanto nella velocità e nell'accelerazione - nel più mobile del movimento, se così si può dire, e che lo conduce all'estremo mentre lo spoglia di senso.
La sessualità non dilegua nella sublimazione, nella repressione e nella morale, è molto più certo il suo dileguare nel più sessuale del sessuale: il porno. L'ipersessuale contemporaneo dell'iperreale.
Più in generale, le cose visibili non trovano fine nell'oscurità e nel silenzio - svaniscono nel più visibile del visibile (vedi Facebook): l'oscenità.
La scena girevole del transpolitico.
Far circolare un massimo di responsabilità a vuoto equivale a far esplodere l'irresponsabilità generale, e dunque a far saltare il contratto sociale. La regola del gioco politico è abolita non da una preciso esercizio della violenza, ma dalla circolazione impazzita di atti e di imputazioni, di effetti e di cause, dalla messa in circolazione forzata dei valori di stato, come la violenza, la responsabilità, la giustizia... Questa pressione è fatale per la scena politica.
Tutto ciò che dimentica questa scena e questa padronanza dell'illusione per dedicarsi alla semplice ipotesi e alla padronanza del reale cade nell'osceno. Il modo di apparizione dell'illusione è la scena, il modo di apparizione del reale è l'osceno.
Perché la sola sovranità è nella padronanza delle apparenze (che ci salverà). La sola complicità è nella comunanza collettiva dell'illusione e del segreto (le uniche che ci daranno speranza e che sono prive del non-senso: perché l'illusione il senso ce l'ha sempre avuto).
Tutte cose che, nell'era del transpolitico, nell'era dell'esacerbazione di tutto, dove il caso ci ha sprofondato in un'incertezza anormale che ci induce a reagire con un eccesso di causalità e di finalità, stiamo quasi definitivamente per perdere...
Il reale non cede a vantaggio dell'immaginario, cede a vantaggio del più reale del reale: l'iperreale. Più vera del vero: tale è la simulazione.
La presenza non cede di fronte al vuoto, cede di fronte a un raddoppiamento di presenza che cancella l'opposizione della presenza e dell'assenza.
Nemmeno il vuoto cede di fronte al pieno, ma di fronte alla pletora e alla saturazione - più pieno del pieno, tale è la reazione del corpo nell'obesità, del sesso nell'oscenità, la sua abreazione al vuoto.
Il movimento non scompare tanto nell'immobilità quanto nella velocità e nell'accelerazione - nel più mobile del movimento, se così si può dire, e che lo conduce all'estremo mentre lo spoglia di senso.
La sessualità non dilegua nella sublimazione, nella repressione e nella morale, è molto più certo il suo dileguare nel più sessuale del sessuale: il porno. L'ipersessuale contemporaneo dell'iperreale.
Più in generale, le cose visibili non trovano fine nell'oscurità e nel silenzio - svaniscono nel più visibile del visibile (vedi Facebook): l'oscenità.
sabato 7 dicembre 2013
Il sociologo idraulico
Macchine, macchine formato casa ovunque; un fiumana lenta e inesorabile di file incolonnate di macchine che accarezzano tappeti di strade infinite; paesaggi scorrevoli e cullati per valli mozzafiato; distese di lande che si perdono a vista d’occhio; stuoli di alberi imponenti a guardia di foreste all’apparenza sterminate; aquile silenziose che sfrecciano in lungo e in largo per il vasto cielo terso spazzato dal vento: ero finalmente entrato nelle cosce del mondo, tra le braccia dell’America vera; quella cinematografica era solo un ricordo. Dopo quel viaggio infinito dal vecchio continente, lo scombussolamento imposto dal jet leg non si era fatto ancora vivo: mi stava concedendo l’ebbrezza del momento, la possibilità di colmare di stupore quei miei occhi assetati di risposte. Il rinculo di quel catapultamento in un altro mondo avvenne una ventina di ore dopo, quando, senza forze, annegai in un sonno che ti fa dimenticare praticamente tutto, persino del fatto che sei nato e che esisti, ma che dopo ti consente di risvegliarti con la mente riformattata, pronta per alzarti in piedi nuovamente, e di calpestare una sorprendente terra sconosciuta. Ero in visita da parenti, parenti nati lì ma col sangue italiano in circolo, e questo era fieramente evidente. Una famiglia che non aspettava altro che te, per accoglierti e confrontarsi, per tastare con mano la diversità della loro eredità, un’origine orgogliosa che parlava spesso italiano senza tuttavia conoscere i suoi meravigliosi idiomi. La maggior parte degli americani che ho incontrato lì, infatti, erano soliti presentarsi anteponendo la loro origine ereditaria al radicamento del posto. Ciò mi sorprese alquanto. Ti vedono come un alieno, come un essere molto lontano dalla loro percezione di vita; una percezione molto distorta devo dire, che si rifà al luogo comune per poter sopravvivere e identificare una persona che dice di provenire da un altro pianeta. Ma era divertente, soprattutto per un sociologo in fasce come me. Riuscivo a leggere il confronto, a scardinare quelle che erano le loro ingenue conoscenze, presentandomi e dando manforte alle meraviglie della terra da cui provengo. Devo dire però che gli americani sono piuttosto innamorati dell’Italia, e penso che la maggior parte di loro darebbero non so cosa per poter visitare il nostro paese almeno una volta. Quando sentivo da loro tutto ciò, quando percepivo il loro fantastico e sconfinato immaginare le nostre città, il nostro bel paese, capivo che ero molto fortunato: tutto il pianeta invidia la nostra terra, e non sempre riusciamo bene a capirlo. Quando sei fuori il tuo paese ti manca, e loro ti dicono esattamente il perché. Penso che questo discorso possa essere esteso a tutti gli esseri umani: in fondo, non c’è posto più bello di casa tua. Ma quando sei fuori devi saper ben gestire questa cosa, e non lasciarti prendere mai, e dico mai, da un discorso solo lontanamente denigratorio che possa buttare una brutta luce su ciò che ti appartiene. Se lo fai non fai altro che buttarti fango addosso. E questo non va assolutamente bene. E quindi ormai ero giunto, felice come una pasqua, tutto vivace per questa nuova avventura. Mi proposero di lavorare per guadagnare qualcosina, giusto così, per pagarmi le spese per le uscite e i divertentismi vari. Allora indossai un elmetto, un jeans bello imbottito, e delle scarpe infortunistiche piuttosto cicciotte, e andai per cantieri. I miei parenti gestivano un’azienda d’impianti d’idraulica, impianti che interessavano case mono-familiari o anche complessi di appartamenti belli grandi, tutte case nuove di zecca che venivano tirate su dalle fondamenta. Non facevo l’idraulico, anche perché non possedevo né la pratica né le conoscenze adeguate. Ero solo un sociologo neo-laureato che si faceva grandi pippe sul funzionamento dei sistemi di welfare: nulla di così discordante, potrete capire. Ero stato “eletto” dunque come un aiutante, un tipo tutto italiano con l’elmetto blu, e che si occupava di smartellare tutto il giorno delle placche di metallo che dovevano proteggere delle insenature di legno da dove passavano tubicini blu e rossi: le vene e le arterie che avrebbero poi un giorno rifornito di acqua calda e fredda quelle case in costruzione. Durante il lavoro incontrai i personaggi più bizzarri: la vita di cantiere va esplorata, e i pregiudizi non reggono, come per nessun’altra cosa. Quindi, mentre camminavo tra un piano e l’altro, tra scintille di seghettature e carichi di fili conduttori in alluminio, ti trovavi squadre di muratori, equipe di elettricisti, tutti con i loro disegni e le loro mappe e opere da compiere: tutti lì, a lavorare faticosamente e amorevolmente assieme per realizzare pareti e tetti solidi che avrebbero permesso la vita, un bel giorno, ad altre persone; a famiglie che volevano costruirsi in quelle case una loro vita. Devo dire che questi ambienti sono formidabili. La collaborazione è fondamentale, e tutti, proprio tutti devono lavorare propriamente in squadra per far funzionare le cose. E poi ognuno deve possedere quelle qualità idiosincratiche che, nella fattispecie, non sono altro che l’acquisizione di esperienza che ti consente di svolgere il tuo lavoro e di aiutare chi lo svolge con te. Noi entravamo in opera quando i muri in legno erano già stati issati su, e potevi già camminare attraverso uno scheletro di stanze che pian piano si facevano carne, per assomigliare poi alle case che, belle e finite, conosciamo tutti. Una carne fatta di particolarismi dettagliati, tutti ai loro posti come designato sulla carta. Quelle volte in cui avevo la possibilità di lavorare in quegli ambienti totalmente nuovi per me mi davo enormemente da fare con il compito assegnatomi, ma, nel frattempo, senza dire nulla a nessuno, consentivo alla mia anima da sociologo incallito e osservatore di venire fuori e di scoprire. Perché il vero sociologo deve essere proprio un fottuto curioso ma tranquillo esploratore. E allora improvvisavo “interviste” estemporanee ad alcuni di quei personaggi che lavoravano nella mia squadra, gente che, ovviamente, non sapeva nulla di quello che segretamente stavo facendo: stavo mettendo in pratica quella che viene chiamata in accademia “osservazione partecipante dissimulata”, e cioè quando i soggetti “studiati” non sanno di essere osservati, perché altrimenti snaturerebbero il loro normale modo di agire con il loro potenziale imbarazzo che ne potrebbe derivare. Infatti, le ragioni “invasive” del ricercatore potrebbero in qualche modo contaminare il normale dispiegamento della vita di tutti i giorni presa in esame. Feci questo un po’ come il famoso sociologo italiano Dal lago, che si improvvisò ultrà e andò ad immergersi nella sub-cultura da stadio, stessa cosa. Solo che non ero, e non lo sono tutt’ora, un esperto di queste cose, e facevo il mio in maniera casereccia, tutto con chiacchierate veramente disinteressate: non avrei poi scritto un report o altro per una ricerca sociale commissionata da chissà chi; ero solo me stesso con la mia esperienza, e questo poteva più che bastare. E allora, come Dal Lago, mi immersi in quel mondo, e forse, come lui, dopo un po’, tanto era la vicinanza, la prossimità, che mi sentii davvero contaminato: riuscivo a vedere come loro. Strano ma vero, dopo un po’. È stata una bella esperienza, originale e molto formativa. A parer mio, un vero sociologo non deve stare dietro una cattedra, ma devo ascoltare, sentire, stare in mezzo alla gente, e cercare di mescolarsi a quel tutto che poi alla fine spontaneamente riesce a parlarti, dirti realmente le cose come stanno. E questo non vale solo per i sociologi, vale per tutti, tutti noi, tutti quelli che seriamente vogliono dare un loro solido e valido contributo all’essenza di questo mondo. E diffidate da quelli che dicono, demagogicamente e ripetutamente, che “bisogna sentire le ragioni della gente”. Chi ripete queste frasi, nella maggior parte dei casi, non sa proprio nulla di quello che le persone sentono, vogliono, desiderano... Il sentimento della gente ce lo si guadagna, col tempo, e non semplicemente lanciando frasi ad effetto che distolgono la mente intenerendo falsamente le anime. Anime perse ma non stupide, perché, in fondo, ognuno di noi ha le proprie ragioni, sbagliate o giuste che siano. Amen.
martedì 29 ottobre 2013
L'iperrealtà dell'e-democracy
A parere di molti studiosi, la società in cui ci è capitato di vivere, e che dunque caratterizza sia le modalità sia i tempi scanditi dalla nostra vita quotidiana, presenta a tutt’oggi i tratti della complessità. La significatività e la portata di tale affermazione può essere applicata e discussa nei diversi campi dello scibile umano, trovando pressoché unanimi consensi su una questione centrale e di fondo: siamo di fronte ad un cambiamento di carattere epocale. Il cambiamento in atto sembra viaggiare sui binari dell’incertezza e dell’indefinito, rendendo pertanto l’inquadramento dell’intero sistema societario poco uniforme e difficilmente identificabile, assumendo, dunque, caratteristiche complesse che sono proprie di quelle relazioni che si attivano tra i vari sottosistemi che lo compongono.
Nel nostro Paese, la riforma in corso d’opera dello Stato sembra essere un indice inequivocabile di questo cambiamento, che pone quest’ultimo nelle condizioni e nella necessità di ridefinirsi sia internamente sia nei suoi rapporti con l’esterno. Tutto questo pare evidente dalla recente riforma amministrativa, che ha investito l’intero settore/sistema Pubblico, andando a rivoluzione la propria concezione di ruolo e di intervento tradizionalmente attribuibili ad esso. L’impellenza scaturita dalla scarsità di risorse e dalla congiunta “emergenza” di nuovi ed eterogenei bisogni da soddisfare, ha segnato una battuta d’arresto e al contempo una specie di “ritirata” dello Stato, che ha visto nella crisi della concezione e della pratica del welfare state il proprio compimento. Dunque vi è un mutamento di ruolo: da Stato-soggetto lo Stato tende a prendere le fisionomie di un soggetto regolatore, rendendo praticabile e funzionale un discorso sulla “cosa pubblica” che sia estendibile al resto della società civile intesa in senso lato.Il quadro degli interventi normativi coglie appieno questo cambiamento di rotta, e detta le condizioni di un nuovo approccio relazionale che va a ridefinire primariamente i rapporti tra Stato e cittadino, nuovo interlocutore privilegiato che diventa protagonista effettivo della filosofia riformatrice. Quest’ondata di mutamento prende avvio, per l’appunto, a partire dagli anni novanta, dove l’emanazione della legge n. 142 e la susseguente legge n. 241 introducono aspetti del tutto innovativi rispetto all’assetto precedente. Prendendo in considerazione quest’ultima (n. 241) – che attribuisce una maggiore concretezza agli istituti di partecipazione e accesso gia previsti dalla prima (n. 142) – sembra come, nel pensiero del legislatore, si volesse introdurre un nuovo capitolo costituzionale riguardante la democrazia amministrativa. Infatti, la legge assurge a rango costituzionale, soprattutto in relazione alla pubblicità degli atti e dei documenti di un’amministrazione pubblica che aveva fatto fino ad allora del segreto, della discrezionalità e del clientelismo un modello paradigmatico nella definizione dei propri rapporti con i cittadini. Si passa, dunque, da una legittimità interna ed esterna di uno Stato che poneva le sue fondamenta principalmente sull’autorità e sulla segretezza – quest’ultima associata soprattutto ai processi di funzionamento interni – ad una legittimità e una legittimazione che fa della trasparenza il proprio fondamento nell’esercizio del potere e della funzione pubblica.
Per ri-configurare dunque un’amministrazione capace di rispondere ai cambiamenti in atto e di corrispondere, in maniera soddisfacente, alle esigenze della società civile, bisogna concepire un sistema che gestisca di meno e regoli di più e nel miglior modo possibile; che fornisca prestazioni di elevata qualità e orientate soprattutto ai bisogni dei cittadini; che presenta una massima snellezza operativa con adeguata possibilità di scelta da parte degli utenti/clienti dei pubblici servizi; e che introduca importanti e decisivi meccanismi di controllo sui risultati – ai fini di un feedback valido orientato alla ri-programmazione – tanto più efficaci quanto poco invasivi e formalistici.
Si sviluppa pertanto, all’interno della pratica amministrativa, l’adozione di quei modelli che sono tipici del marketing dei servizi, rivoluzionando in questo modo le pratiche e i saperi del personale interno, che dovranno responsabilizzarsi e sensibilizzarsi verso una cultura che avrà come destinatario principale il cittadino. Ovviamente, il tentativo e la necessità di mutuare questi modelli dalle imprese di mercato e di adattarli in maniera automatizzata al settore pubblico, non può che produrre dei risultati controproducenti. Nel momento in cui si acquisiscono nozioni utili derivanti da sperimentazioni già rodate – appunto ciò che avviene nel settore privato – vi è la necessità imprescindibile di dover quanto meno adattare tali modelli e tali pratiche alle caratteristiche proprie del settore pubblico.
Gli effetti che potranno sortire – si spera – da questo cambiamento significativo a livello di norme prelude un effettivo allargamento e riconoscimento di nuovi diritti di cittadinanza. In primo luogo garantendo ai cittadini il diritto d’informazione (soprattutto nelle sue declinazioni di informarsi e di essere informati); costruendo e promuovendo l’identità dell’ente pubblico per rinsaldare i rapporti dei dipendenti pubblici e l’amministrazione da un lato e i cittadini e l’ente stesso dall’altro; offrendo, per l’appunto, la possibilità ai cittadini di esprimere in maniera attiva e sostanziale i diritti di cittadinanza, nell’ottica auspicabile di divenire soggetti corresponsabili della soluzione di problemi d’interesse generale. Tutto ciò potrà potenzialmente produrre – e aprire dunque le porte – ad un cambiamento insito e molto più importante, che riguarda la mentalità e la cultura all’interno della pubblica amministrazione: riconoscere la comunicazione quale risorsa strategica, processuale, innovatrice per la definizione degli scambi e dei rapporti con i cittadini. Questi effetti, tuttavia, allo stato attuale dei fatti trovano numerose resistenze d’attuazione e di metodo, tanto che la loro lungimiranza può essere contemplata e apprezzata nel dettaglio normativo e solo in rare eccezioni (solitamente Amministrazioni locali), in cui è effettivamente presente una sensibilità maggiore per questi temi a livello politico e dirigenziale.
La legge 150/2000 suggella e rende compimento di un percorso intrapreso dieci anni prima. Le modifiche e le innovazioni del funzionamento e delle pratiche che hanno interessato il comparto organizzativo della pubblica amministrazione, ha reso ingente la necessità di individuare nell’informazione e nella comunicazione le leve strategiche per porre in essere le attività di “apertura”, intese in senso lato. Riconduco a questa apertura un’accezione di tipo generale perché l’importanza degli strumenti che hanno come base veicolante le informazioni, finalmente accessibili, e una comunicazione, fondata sulla collaborazione, vengono individuati in una comunicazione che deve pervadere l’intera struttura. Nella legge, infatti, vengono riconosciuti tre aree di operatività in relazione ai destinatari della comunicazione: vi è l’informazione veicolata ai mezzi di comunicazione di massa; la comunicazione esterna, che individua quali destinatari i cittadini, collettività più ristrette, altri enti; la comunicazione interna, che ha per destinatari chi opera all’interno di ciascun ente; la comunicazione inter-istituzionale, che ha per destinatarie altre istituzioni e rende operativa la semplificazione nella gestione di atti e documenti in condivisione. Uno degli strumenti che rappresenta in un certo senso il punto cardine e d’incontro tra questi tipi di comunicazione – che in maniera funzionale deve dare adito a ciò che è previsto per norma – è senza dubbio l’Ufficio per le relazioni con il pubblico (URP – decreto 29/1993). Tale strumento, oltre a configurarsi come punto d’ascolto primario rivolto ai cittadini, rende pratiche le esigenze della trasparenza e della partecipazione attiva.
Nel primo caso la trasparenza viene attuata, come prima accennato, anche con la facilitazione della messa in condivisione di tutti i servizi e di tutte le prestazioni fornite per diritto al cittadino. Tale condivisione, attuata tra pubbliche amministrazioni attraverso reti telematiche, rendono effettivamente fruibili quegli impegni presi grazie al contributo normativo delle quattro leggi Bassanini: maggiore autonomia degli enti locali, delegificazioni, semplificazioni; tutto ciò per rendere meno onerosa la “ricerca” del cittadino non informato tra amministrazioni anch’esse poco informate sull’attività delle altre amministrazioni, differenziate nei compiti o ad esse correlate. L’Urp, ad ogni modo, consente una maggiore fruibilità delle informazioni anche a livello di comunicazione interna; difatti, una maggiore trasparenza in tale senso consente una facile prestazione nei servizi da erogare da parte degli stessi operatori, essendo informati e collegati ad altri comparti interni che potrebbero, in caso di necessità, giungere in aiuto nell’espletamento di pratiche e procedure poco chiare. La comunicazione interna è molto importante: costruire un senso di’identità forte e collaborativo all’interno dell’organizzazione, che gli permette appunto di percepirsi come tale con una propria cultura amministrativa, consente di interfacciarsi verso una comunicazione esterna più efficace, tale da rifondare quel rapporto di fiducia che, per molto tempo, sembra essersi logorato tra Stato e cittadini. Solo il nuovo riconoscimento di una fiducia di questo tipo e una collaborazione positiva da entrambe le parti potranno dare adito, rendendola concretamente attraverso la risorsa strategia della comunicazione, ad una vera riforma strutturale ma anche culturale della pubblica amministrazione.
Il versante della partecipazione attiva, attuato attraverso l’Urp ma anche tramite altri strumenti di semplificazione e di modernizzazione, può rendere concreto ed effettivo il coinvolgimento dei cittadini al processo decisionale (es. tavoli di progettazione Politiche Pubbliche). Ma per arrivare a questo c’è ancora molta strada da percorrere. Le ultime leggi Brunetta, infatti, fanno riferimento solo al miglioramento della qualità dei servizi e ad una maggiore conoscenza e predisposizioni di questi rivolti ai cittadini, considerati più che altro come utenti/consumatori (si veda, per esempio la proliferazione delle reti civiche e le loro evoluzioni in “Città digitali"). Certo, le iniziative di customer potrebbero rendere più effettiva la partecipazione dei cittadini alla programmazione delle prestazioni e dei servizi loro rivolti, ma bisognerebbe anche capire sia come queste progettualità vengano poste in essere sia il grado di coinvolgimento che viene concesso al cittadino. Siamo in presenza di un effettivo e-government che si contrappone alla realizzazione necessaria e complementare della e-democracy. Per rendere realizzabile quest’ultima bisognerebbe capire e intuire che i cittadini vanno accolti e affrontati nelle loro necessità non primariamente come problema, ma come risorsa funzionale e strategica. Tale è la concezione del modello di comunicazione amministrativa o comunicazione di cittadinanza, che vede nella partecipazione attiva ed effettiva dei cittadini ai processi decisionali una possibilità concreta per poter risolvere congiuntamente problemi di interesse collettivo. Poiché tali problemi oggi si presentano in maniera complessa (ritornando alla problematica iniziale della complessità), è bene mobilitare quante risorse possibili – assieme a competenze, visioni del mondo differenti e complementari – di più soggetti che, nelle loro possibilità, compartecipano responsabilizzandosi alla risoluzione di problematiche di interesse generale. “Il ruolo essenziale dell’amministrazione consiste non tanto nel risolvere direttamente il problema, quanto nel mobilitare le risorse pubbliche e private per far ciò, svolgendo cioè il ruolo di imprenditrice delle capacità esistenti nella società” (Arena, 1999).
Vorrei concludere con una citazione conclusiva a me cara, e che riassume quanto detto in maniera puntuale, filosofeggiante, fuori dagli schemi: “Non si può condurre gli uomini al bene; si può solo condurli da qualche parte. Il bene è al di fuori dello spazio dei fatti” (Wittgenstein, 1929).
giovedì 17 ottobre 2013
Nation Branding & Intrattenimento
La riforma della Rai: un intervento auspicabile per l’identità-Paese
Oggi la parola crisi sembra impregnare il sentire comune con una tale insistenza da racchiudere, con una certa aurea di significatività, ogni tipo di destabilizzazione strutturale e/o personale di fronte all’incerto. La ricorsività di tale allusione comporta molto spesso, a torto o ragione, un alibi di non-intervento proprio su quelle tematiche o questioni che sembrano necessitare, per la loro gravità e urgenza, di una condivisione pubblica auspicabile sulle prospettive risolutive, volte al raggiungimento di un benessere collettivo.
Per affrontare dunque l’emergenza che sta investendo il sistema-Paese, bisognerebbe individuare delle strategie sensate di rinnovamento proprio in quei settori o sottosistemi che, per la loro rilevanza, potrebbero risollevare sia le sue sorti identitarie che il suo livello di immagine e rappresentanza a livello globale. Uno tra questi – e oggetto di un recente intenzione politica/riformatrice – è il “soggetto” Rai, il più importante servizio pubblico informativo in Italia. Tale rivestimento, che deriva da una storia complessa e articolata, potrebbe trovare nell’attuale contingenza politica del Paese le condizioni opportune per un rilancio d’immagine, a seguito di un ripensamento dei fattori di forza e di potenzialità tutt’ora esistenti e che caratterizzano i diversi comparti aziendali.
L’auspicabile ripensamento dovrà necessariamente tener conto – e dunque rapportarsi – agli sviluppi societari in atto, che vedono una colonizzazione sempre più marcata del sistema-mercato in altri sistemi per natura differenti, in cui dovrebbero vigere logiche del tutto diverse da quelle che regolano le transazioni riconducibili alle categorie economiche. Sempre in quest’ottica, si dovrebbe d’altro canto tener conto della visibile e palpabile disaffezione politica dei cittadini, che in ordine di uno scarso riconoscimento di tipo ideologico (caratteristico invece degli anni passati), registra la debolezza dei diversi partiti politici nella rappresentanza dei bisogni espressi e riconosciuti.
Per quanto riguarda la prima questione, pare evidente il ricorso – all’interno di un settore, quello della Rai, considerato pubblico – alle logiche di mercato, poiché considerate meno costose e più efficienti (anche per tenere testa – in una logica concorrenziale – all’altro grande canale informativo di natura privata: Mediaset). La concezione e la pratica delle esternalizzazioni, che si concretizza nella gestione di interi reparti produttivi da parte di soggetti privati, deve essere necessariamente ri-definita secondo un equilibrio che vede soddisfatti sia il valore della flessibilità – uno dei principi cardini su cui poggia il regime di mercato – sia il rispetto dell’equità e del pluralismo societario, che, in teoria, dovrebbe essere garantito da un sistema pubblico teso al raggiungimento di un interesse di tipo collettivo. Quest’ultimo, va reso praticabile e spendibile offrendo tutta una serie di servizi che permettano la concreta esplicitazione di un certo tipo di informazione considerata di qualità, avulsa dalle caratteristiche proprie dei format esterni, che tendono a privilegiare e a perseguire la logica del successo immediato negli orientamenti della competizione sfrenata alla ricerca di maggiore audience.
Ci si rende conto, soprattutto in un’ottica generazionale, che questo tipo di televisione oggi non funziona più, o meglio, che ha funzionato solo per un certo periodo di tempo, in cui il mercato si ergeva come giustiziere dell’intrattenimento e la spinta all’individualizzazione che ne conseguiva soddisfaceva i bisogni culturali del momento, fornendo un senso “confezionato” a certe visioni sul mondo. Oggi, soprattutto tra i giovani, si preferisce accedere ad un’informazione “fai da te” e ricercare un senso culturale più di tipo personalizzato. Questo implica da un lato il quasi completo abbandono di quella “scatola parlante” e unidirezionale chiamata TV, dall’altro l’utilizzo sempre più marcato delle nuove tecnologie messe a disposizione della rete, che consentono in maniera più libera e più critica – e attraverso alcuni strumenti anche in una logica bi-direzionale – la ricerca di quegli spazi di interesse personale, e soprattutto di interesse collettivo, trascurati dall’emittente pubblico, e dunque non messi a disposizione da quest’ultimo. Detto ciò, pare opportuno restituire e concedere una maggiore autonomia alle strutture editoriali proprie di questa azienda, promuovendo un giornalismo che sia veramente d’inchiesta, e che permetta una ricerca sul campo atta a conciliare il bisogno di cultura e la sua declinazione non elitaria del vivere quotidiano. Quindi alleggerire la struttura burocratica, non nell’ottica di una politica dei tagli bensì nell’intenzione di rivitalizzare una struttura che si presenti più funzionale, sembra uno degli interventi strategici più congeniali per mettere in atto una pluralità autonoma all’interno del comparto aziendale, che potrebbe tentare – nelle sue diverse ramificazioni produttive – di vivisezionare la realtà informativa rendendo e offrendo un servizio di maggiore qualità, tale da poter essere fruito da uno spettro di popolazione più ampio.
Ritornando dunque alla prima questione, pare
evidente che il risparmio dei costi compiuto attingendo da fonti esterne di
mercato sia, ormai, una via impraticabile nella direzione del perseguimento di
un servizio che si riconosca – e venga dunque legittimato dall’esterno – come
servizio propriamente pubblico. Occorre, in sostanza, un approccio “conciliante”
che prenda in considerazione sia le acquisizioni di flessibilità e di libertà
proprie del sistema-mercato, sia le qualità e le peculiarità intrinseche che
dovrebbero di per sé caratterizzare un sistema di pubblica utilità, com’è
quello del soggetto Rai. Quest’ultime, data la cogente situazione odierna
d’emergenza, dovrebbero essere rispolverate e rivitalizzate, allo scopo di dar
luce a quel senso identitario e patriottico che possa risollevare – e dunque dar
voce – al pluralismo societario presente nel nostro Paese, in chiave
competitiva ed internazionale. In quest’ottica, gli elementi utili confacenti il
sistema-mercato serviranno a snellire e debellare – e rendere in questo modo
più dinamiche – quelle logiche che, proprio perché attribuibili al sistema
pubblico, vengono troppo spesso imputate di lentezza burocratica, e che per
giunta sono gravate da costi onerosi non più sopportabili.
In ultimo, per quanto riguarda la questione della
disaffezione dalla politica dei partiti da parte dei cittadini, risulta
proponibile un allentamento della “politicizzazione” sugli aspetti gestionali
complessi dell’azienda, dando adito ad un quadro della democrazia
rappresentativa in ordine alle funzioni essenziali. Questo perché la politica,
intesa in senso ampio, sta cominciando ad essere pensata e anche praticata in
maniera del tutto diversa rispetto al passato. Le ideologie, ormai, trovano
sempre più spesso pochi cittadini proseliti, che preferiscono organizzarsi
autonomamente in soggettività sempre più diversificate allo scopo di rivendicare
– e rendere in questo modo manifesti – nuovi diritti, valori e bisogni concreti
da soddisfare. In questo senso, è utile osservare le diverse realtà che pian
piano vanno consolidandosi in quelle che sono state definite “comunità virtuali”
e che, attraverso le loro azioni “digitalizzate”, compiono concreti interventi
di rappresentanza nel e sul mondo reale: in virtù della loro innovativa
rilevanza, riscuotono piccoli successi avendo una non irrilevante incidenza di
ripercussione a livello macro-societario. Sarebbe a questo punto auspicabile
creare e promuovere nuovi canali informativi pubblici che, in connessione con
le nuove tecnologie di rete, possano dare visibilità – tenendo conto dei
relativi messaggi – a questi nuovi micro-fenomeni identitari. Quest’ultimi, nel
complesso, non esprimono altro che un bisogno di democrazia partecipativa che
va a concretizzarsi in un nuovo “Pensiero di Paese”, attivato da soggetti sociali
motivati nella creazione inter-attiva di un benessere comune; tutto questo a
fronte delle nuove sfide emergenti dal cambiamento in atto.
martedì 15 ottobre 2013
Un Paese con le ginocchiere
Ancora alcune riflessioni del mio caro amico Federico; a lui la parola...
“L’analfabetismo funzionale designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente e compiuto le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella vita quotidiana, ma anche l’incapacità di esprimere adeguatamente sentimenti, emozioni, stati d’animo o sofferenza in maniera propria”, da ciò risulta che “gli adulti funzionalmente analfabeti non sono capaci di operare efficacemente nella società moderna” e “non possono svolgere adeguatamente compiti che vengono loro assegnati perché non in grado di comprenderne sempre il senso e la finalità”(p.57)
In Italia, “le statistiche ci dicono che il 5% della popolazione compresa fra i 14 e i 65 anni non è in grado di distinguere una lettera dall’altra, un numero da un altro; il 38% riesce a malapena a leggere singole scritte o cifre e non è in grado di leggere una frase composta da più parole e comprenderne il significato. Per Il 33% (della pop. adulta) un testo che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è ben oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile” (p.59)
“Queste tre categorie, sommate tra loro, rappresentano il 76% della popolazione adulta italiana. Se negli Stati Uniti si calcola che il 45% degli abitanti sia costituito da analfabeti funzionali, in Italia il loro numero supera i tre quarti della popolazione adulta” (p.58)
Basterebbero queste poche righe estratte dal saggio di Elio Cadelo e Luciano Pellicani (Contro la Modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia, Rubbettino, 2013, pp.172, euro 12) per capire la vacuità degli appelli alla crescita economica che ogni giorno sentiamo pronunciare dalle colonne dei principali quotidiani, dai banchi del Parlamento, dalle iperuraniche sedi delle istituzioni europee.
Basterebbe portarsi dietro questi pochi appunti, scarabocchiati alla buona in un quaderno, per sconfessare i soloni nei summit internazionali e comprendere le cause di un declino che ci ostiniamo a descrivere come peste o epidemia portata da qualche batterio straniero; rimosso il quale – magari attraverso l’antidoto “riforme strutturali” cioè più mercato, più concorrenza, più meritocrazia – ci incammineremmo di nuovo nella via luminosa del benessere
QUALE ECONOMIA DELLA CONOSCENZA?
“Economia della conoscenza, knowledge economy”. E’ il paradigma che si è imposto nelle società avanzate dopo i mutamenti tecnologici ed istituzionali intervenuti alla fine dello scorso secolo: rivoluzione telematica e globalizzazione dei mercati. Le parole magiche dell’economia della conoscenza sono: Innovazione, sostenibilità, coesione sociale. Le tre colonne portanti sulle quali si vuole costruire l’Unione Europea del 2020. L’unica via per generare ricchezza e benessere in un mondo post industriale, di servizi avanzati.
In questo contesto, l’istruzione assume un ruolo cruciale. “Education, education, education” fu il motto del New Labour di Anthony Giddens e Tony Blair negli anni ‘90, reiterato poi da quasi tutti i leader europei occidentali. Bisogna peraltro fare un po’ di chiarezza sui fini dell’istruzione. A cosa serve l’istruzione? serve a dotare gli individui di “competenze” pratiche o per formare cittadini? I sistemi scolastici devono educare per il profitto o per la democrazia?
Per i neoliberisti, gli investimenti pubblici in istruzione sono strumentali alla crescita economica, alla massimizzazione del Prodotto Interno Lordo (PIL). Essi privilegiano l’istruzione funzionale alle logiche del mercato, mentre considerano sprecate le risorse impiegate per sostenere, ad esempio, la ricerca nelle materie umanistiche. Per chi segue il “capability approach” di studiosi sociali come Amartya Sen e Martha Nussbaum , invece, l’istruzione non deve seguire solo una logica strumentale alla produzione di merci, ma deve contribuire a sviluppare le capacità dell’individuo in maniera più ampia possibile. Competenze tecniche da spendere sul mercato del lavoro, certo, ma anche capacità critiche, empatia per le problematiche sociali e ambientali, partecipazione attiva al dibattito politico (v. Sen, 2010, Nussbaum, 2011).
Quando atterriamo sul pianeta Italia, però, ci accorgiamo dell’irrilevanza di questa contrapposizione. Da noi una “visione” dell’Istruzione non c’è, semplicemente. Si leggano questi dati. Nel 2010, in quella che è ancora la settimana economia del mondo, il 18,8% degli alunni (circa 700mila ragazzi) ha abbandonato gli studi, contro l’11,6% della Francia e il 10,5% Germania e il 14,1% della media europea (Istat,2011). Dovrebbe allarmare più questo spread che quello virtuale del mercato del debito pubblico. Ancora. Il numero di ore giornaliere e annuali passate a scuola dagli studenti italiani sono di gran lunga minori rispetto a quelle di altri Paesi. Cadelo e Pellicani (p.60) specificano che sono le stesse famiglie, in molti casi, a determinare l’abbandono scolastico: si preferisce che questi si dedichino a lavorare nell’azienda di famiglia o che imparino il mestiere del padre o del parente. Questa predilezione italiana per la veduta corta, per il guadagno immediato, privato ma di corto respiro, costa al paese intero 70 miliardi l’anno (Checchi, 2013). Cioè quanto gli interessi finanziari che ogni anno dobbiamo ai rentier che detengono il nostro debito pubblico.
A quarantacinque anni dalla pubblicazione di Lettera ad una professoressa di Don Lorenzo Milani, il problema dell’abbandono scolastico, più attuale che mai, sembra essere scomparso dall’agenda politica. Come si fa a discutere di Crescita economica senza affrontare seriamente questo tema? Come si fa a parlare di Crescita quando abbiamo poco più della metà di persone, tra i 25 e i 64 anni, che è in possesso di un diploma di scuola media secondaria, mentre la media Ocse è del 73%, ed in Germania è dell’85%?
LA FAVOLA DEL “TUTTI DOTTORI”
Tocchiamo l’argomento laurea. La percezione diffusa nell’opinione pubblica è che i laureati siano troppi nel nostro paese: molti, compresa l’ex ministra Fornero, non si sono affatto allarmati della caduta verticale delle immatricolazioni che si è verificata in questi anni (58.000 studenti in meno, anni 2007-2011). Anzi: l’hanno preso come un segnale positivo; la laurea è semplicemente uno “status symbol”, una tipica ossessione piccolo borghese. Meglio che i giovani si dedichino immediatamente a mestieri cosiddetti pratici (“i nostri giovani non vogliono più fare certi mestieri” è il mantra che viene ripetuto da più parti), e non perdano tempo sui libri. A questo punto, dispiace deludere chi è convinto che in Italia siano “tutti dottori”, ricordando i dati Ocse. “In Italia solo il 19,8% dei giovani è laureato; queste percentuali ci consegnano al terz’ultimo posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea, peggio di noi sono solo Malta ed Estonia. In Germania i giovani laureati sono il 27% del totale, in Francia il 43% e in Gran Bretagna il 45%. Si aggiunga che nel 19,8% dei laureati italiani vanno in ogni caso considerate le lauree brevi e le lauree rilasciate dalle università telematiche” (p.62)
LA DISOCCUPAZIONE DEI PIU’ ISTRUITI
Cadelo e Pellicani spiegano gli allarmanti dati Ministero per l’Istruzione e la Ricerca (Miur) sul basso tasso numero di laureati e sul preoccupante numero di abbandoni nelle facoltà scientifiche (20% degli immatricolati) con le scarse prospettive di lavoro qualificato offerte dal mercato.
In effetti, secondo l’associazione Almalaurea (si vedano i Rapporti 2012 e 2013), lo stipendio medio dei laureati in Ingegneria, Fisica, Matematica, Statistica, a dieci anni dal conseguimento del titolo è di 1600 euro, di gran lunga inferiore a quello dei loro omologhi stranieri. E l’indagine Excelsior 2012 sulle previsioni di assunzioni delle aziende private italiane mette in luce che, su 407mila assunzioni previste, il 14,5% riguarderà i laureati e il 32,3% lavoratori senza alcuna formazione specifica (p.75).
Citare dati di questo tipo in maniera estemporanea crea solo irritazione, indignazione e scoramento nel lettore; tocca invece fornire un’immagine più dettagliata del problema in questione, comprendere cioè le ragioni strutturali della disoccupazione del capitale umano più qualificato. Bisogna sciogliere un apparente paradosso: com’è possibile che le imprese italiane richiedano così pochi laureati, nonostante la loro bassa incidenza nella popolazione attiva? Non dovrebbero fare a gara per aggiudicarseli, data la loro “scarsità relativa”?
Per formulare una risposta corretta, la prima variabile da considerare è la dimensione delle imprese. In Italia, operano 4,5 milioni di imprese (Istat, Archivio Statistico Imprese Attive, 2009). Il 95% di queste (4.250.000) sono classificate come microimprese: hanno meno di 10 addetti. Salendo nelle classi di addetti, il numero di imprese si restringe: le imprese con più di 250 dipendenti – le grandi imprese - sono solamente 3.630. Da notare che il peso delle grandi imprese è sceso moltissimo negli ultimi venti anni (cfr. Coltorti, 2013), da quando, negli anni ’90, è iniziata la ritirata dello Stato imprenditore dall’economia del paese. Partiamo quindi svantaggiati nei confronti di competitor come Germania e Francia, che invece hanno un buon numero di colossi multinazionali in grado di assorbire la manodopera più qualificata. In più, l’85% delle imprese italiane è a conduzione familiare, e nel 66% dei casi il management è diretta emanazione della proprietà familiare, non di una selezione meritocratica (v. Bankitalia, 2009). L’Eurostat (citato in Almalaurea 2013) ci informa che quasi il 40% dei manager italiani ha completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 paesi e il 7% della Germania.
Seconda variabile da tenere in mente è la specializzazione produttiva della nostra economia: i beni che produciamo. Il peso più grande, in termini di valore aggiunto, ce l’hanno 4 settori: 1) Metallurgia e prodotti in metallo; 2) Macchine e apparecchi meccanici; 3) Alimentari e bevande: 4) Tessile, abbigliamento, cuoio e calzature. Come argomentato in un interessante Report della Banca d’Italia del 2009, sono tutti settori caratterizzati da bassa innovazione: di processo e di prodotto, di organizzazione, di marketing. Una spia di quanto appena affermato sta nei livelli infimi di spesa in R&S sostenuti dal settore privato italiano (meno dell’1% del PIL), oltre che nel numero di brevetti depositati per milione di abitanti, inferiore di circa venti punti rispetto alla media europea (vedi Rapporto Istat 2011). Il punto da evidenziare è che l’attività di innovazione è più diffusa in comparti nei quali l’Italia non investe più da decenni: la farmaceutica e la chimica, la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, le macchine per ufficio e i mezzi di trasporto. Comparti nei quali l’Italia aveva dei primati che si è lasciata sfuggire colpevolmente negli anni, a causa di sciagurate decisioni del mondo politico ed industriale (cfr. Gallino, 2003). Anche nella pubblica amministrazione, ad onta delle continue lamentele sul livello insostenibile della spesa pubblica italiana, la domanda di laureati è in diminuzione costante da almeno un decennio. Dal 2001 al 2011 il numero di occupati in tutto il settore pubblico è sceso di 38mila unità, a causa di tagli e blocchi nel turnover. Tra i molteplici effetti negativi di queste politiche, c’è n’è uno macroscopico, che riguarda il mondo della scuola. Solo l’1,1% del corpo docente è al di sotto dei 30 anni, mentre il 55% ha un’età al di sopra dei 50 anni, percentuale che in Europa è del 32,4% (Cadelo e Pellicani, p. 61).
CONCLUSIONI
Negli anni duemila l’Italia ha creato occupazione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi a più bassa produttività media, nei quali i laureati non sono richiesti o, quando trovano uno posto, sono utilizzati prevalentemente con contratti di lavoro a tempo determinato (Istat, 2013). Uno spreco straordinario. Questo perché si è rinunciato a fare politica industriale, lasciandosi scappare i settori più innovativi e a rilanciare il settore pubblico con piani straordinari riguardanti la scuola e la sanità. Si è lasciato alla mano invisibile del mercato l’allocazione delle risorse. Ciò ha coinciso con un periodo di grave stagnazione dei redditi e di straordinaria crescita delle disuguaglianze di reddito e patrimonio. Bisogna cambiare strada. Prima che sia troppo tardi. L’alternativa è che l’Italia, come spiegato da Giulio Sapelli in un suo bell’articolo recente (7/10/2013, Il Sussidiario.net), torni la nazione agricolo-commerciale che era agli inizi del Novecento. Bel giardino in cui verranno ad abitare i ricchi d’Europa e del Mondo, a cui non ci resterà altro che fare da camerieri.
federico.stoppa@tiscali.it
“L’analfabetismo funzionale designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente e compiuto le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella vita quotidiana, ma anche l’incapacità di esprimere adeguatamente sentimenti, emozioni, stati d’animo o sofferenza in maniera propria”, da ciò risulta che “gli adulti funzionalmente analfabeti non sono capaci di operare efficacemente nella società moderna” e “non possono svolgere adeguatamente compiti che vengono loro assegnati perché non in grado di comprenderne sempre il senso e la finalità”(p.57)
In Italia, “le statistiche ci dicono che il 5% della popolazione compresa fra i 14 e i 65 anni non è in grado di distinguere una lettera dall’altra, un numero da un altro; il 38% riesce a malapena a leggere singole scritte o cifre e non è in grado di leggere una frase composta da più parole e comprenderne il significato. Per Il 33% (della pop. adulta) un testo che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è ben oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile” (p.59)
“Queste tre categorie, sommate tra loro, rappresentano il 76% della popolazione adulta italiana. Se negli Stati Uniti si calcola che il 45% degli abitanti sia costituito da analfabeti funzionali, in Italia il loro numero supera i tre quarti della popolazione adulta” (p.58)
Basterebbero queste poche righe estratte dal saggio di Elio Cadelo e Luciano Pellicani (Contro la Modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia, Rubbettino, 2013, pp.172, euro 12) per capire la vacuità degli appelli alla crescita economica che ogni giorno sentiamo pronunciare dalle colonne dei principali quotidiani, dai banchi del Parlamento, dalle iperuraniche sedi delle istituzioni europee.
Basterebbe portarsi dietro questi pochi appunti, scarabocchiati alla buona in un quaderno, per sconfessare i soloni nei summit internazionali e comprendere le cause di un declino che ci ostiniamo a descrivere come peste o epidemia portata da qualche batterio straniero; rimosso il quale – magari attraverso l’antidoto “riforme strutturali” cioè più mercato, più concorrenza, più meritocrazia – ci incammineremmo di nuovo nella via luminosa del benessere
QUALE ECONOMIA DELLA CONOSCENZA?
“Economia della conoscenza, knowledge economy”. E’ il paradigma che si è imposto nelle società avanzate dopo i mutamenti tecnologici ed istituzionali intervenuti alla fine dello scorso secolo: rivoluzione telematica e globalizzazione dei mercati. Le parole magiche dell’economia della conoscenza sono: Innovazione, sostenibilità, coesione sociale. Le tre colonne portanti sulle quali si vuole costruire l’Unione Europea del 2020. L’unica via per generare ricchezza e benessere in un mondo post industriale, di servizi avanzati.
In questo contesto, l’istruzione assume un ruolo cruciale. “Education, education, education” fu il motto del New Labour di Anthony Giddens e Tony Blair negli anni ‘90, reiterato poi da quasi tutti i leader europei occidentali. Bisogna peraltro fare un po’ di chiarezza sui fini dell’istruzione. A cosa serve l’istruzione? serve a dotare gli individui di “competenze” pratiche o per formare cittadini? I sistemi scolastici devono educare per il profitto o per la democrazia?
Per i neoliberisti, gli investimenti pubblici in istruzione sono strumentali alla crescita economica, alla massimizzazione del Prodotto Interno Lordo (PIL). Essi privilegiano l’istruzione funzionale alle logiche del mercato, mentre considerano sprecate le risorse impiegate per sostenere, ad esempio, la ricerca nelle materie umanistiche. Per chi segue il “capability approach” di studiosi sociali come Amartya Sen e Martha Nussbaum , invece, l’istruzione non deve seguire solo una logica strumentale alla produzione di merci, ma deve contribuire a sviluppare le capacità dell’individuo in maniera più ampia possibile. Competenze tecniche da spendere sul mercato del lavoro, certo, ma anche capacità critiche, empatia per le problematiche sociali e ambientali, partecipazione attiva al dibattito politico (v. Sen, 2010, Nussbaum, 2011).
Quando atterriamo sul pianeta Italia, però, ci accorgiamo dell’irrilevanza di questa contrapposizione. Da noi una “visione” dell’Istruzione non c’è, semplicemente. Si leggano questi dati. Nel 2010, in quella che è ancora la settimana economia del mondo, il 18,8% degli alunni (circa 700mila ragazzi) ha abbandonato gli studi, contro l’11,6% della Francia e il 10,5% Germania e il 14,1% della media europea (Istat,2011). Dovrebbe allarmare più questo spread che quello virtuale del mercato del debito pubblico. Ancora. Il numero di ore giornaliere e annuali passate a scuola dagli studenti italiani sono di gran lunga minori rispetto a quelle di altri Paesi. Cadelo e Pellicani (p.60) specificano che sono le stesse famiglie, in molti casi, a determinare l’abbandono scolastico: si preferisce che questi si dedichino a lavorare nell’azienda di famiglia o che imparino il mestiere del padre o del parente. Questa predilezione italiana per la veduta corta, per il guadagno immediato, privato ma di corto respiro, costa al paese intero 70 miliardi l’anno (Checchi, 2013). Cioè quanto gli interessi finanziari che ogni anno dobbiamo ai rentier che detengono il nostro debito pubblico.
A quarantacinque anni dalla pubblicazione di Lettera ad una professoressa di Don Lorenzo Milani, il problema dell’abbandono scolastico, più attuale che mai, sembra essere scomparso dall’agenda politica. Come si fa a discutere di Crescita economica senza affrontare seriamente questo tema? Come si fa a parlare di Crescita quando abbiamo poco più della metà di persone, tra i 25 e i 64 anni, che è in possesso di un diploma di scuola media secondaria, mentre la media Ocse è del 73%, ed in Germania è dell’85%?
LA FAVOLA DEL “TUTTI DOTTORI”
Tocchiamo l’argomento laurea. La percezione diffusa nell’opinione pubblica è che i laureati siano troppi nel nostro paese: molti, compresa l’ex ministra Fornero, non si sono affatto allarmati della caduta verticale delle immatricolazioni che si è verificata in questi anni (58.000 studenti in meno, anni 2007-2011). Anzi: l’hanno preso come un segnale positivo; la laurea è semplicemente uno “status symbol”, una tipica ossessione piccolo borghese. Meglio che i giovani si dedichino immediatamente a mestieri cosiddetti pratici (“i nostri giovani non vogliono più fare certi mestieri” è il mantra che viene ripetuto da più parti), e non perdano tempo sui libri. A questo punto, dispiace deludere chi è convinto che in Italia siano “tutti dottori”, ricordando i dati Ocse. “In Italia solo il 19,8% dei giovani è laureato; queste percentuali ci consegnano al terz’ultimo posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea, peggio di noi sono solo Malta ed Estonia. In Germania i giovani laureati sono il 27% del totale, in Francia il 43% e in Gran Bretagna il 45%. Si aggiunga che nel 19,8% dei laureati italiani vanno in ogni caso considerate le lauree brevi e le lauree rilasciate dalle università telematiche” (p.62)
LA DISOCCUPAZIONE DEI PIU’ ISTRUITI
Cadelo e Pellicani spiegano gli allarmanti dati Ministero per l’Istruzione e la Ricerca (Miur) sul basso tasso numero di laureati e sul preoccupante numero di abbandoni nelle facoltà scientifiche (20% degli immatricolati) con le scarse prospettive di lavoro qualificato offerte dal mercato.
In effetti, secondo l’associazione Almalaurea (si vedano i Rapporti 2012 e 2013), lo stipendio medio dei laureati in Ingegneria, Fisica, Matematica, Statistica, a dieci anni dal conseguimento del titolo è di 1600 euro, di gran lunga inferiore a quello dei loro omologhi stranieri. E l’indagine Excelsior 2012 sulle previsioni di assunzioni delle aziende private italiane mette in luce che, su 407mila assunzioni previste, il 14,5% riguarderà i laureati e il 32,3% lavoratori senza alcuna formazione specifica (p.75).
Citare dati di questo tipo in maniera estemporanea crea solo irritazione, indignazione e scoramento nel lettore; tocca invece fornire un’immagine più dettagliata del problema in questione, comprendere cioè le ragioni strutturali della disoccupazione del capitale umano più qualificato. Bisogna sciogliere un apparente paradosso: com’è possibile che le imprese italiane richiedano così pochi laureati, nonostante la loro bassa incidenza nella popolazione attiva? Non dovrebbero fare a gara per aggiudicarseli, data la loro “scarsità relativa”?
Per formulare una risposta corretta, la prima variabile da considerare è la dimensione delle imprese. In Italia, operano 4,5 milioni di imprese (Istat, Archivio Statistico Imprese Attive, 2009). Il 95% di queste (4.250.000) sono classificate come microimprese: hanno meno di 10 addetti. Salendo nelle classi di addetti, il numero di imprese si restringe: le imprese con più di 250 dipendenti – le grandi imprese - sono solamente 3.630. Da notare che il peso delle grandi imprese è sceso moltissimo negli ultimi venti anni (cfr. Coltorti, 2013), da quando, negli anni ’90, è iniziata la ritirata dello Stato imprenditore dall’economia del paese. Partiamo quindi svantaggiati nei confronti di competitor come Germania e Francia, che invece hanno un buon numero di colossi multinazionali in grado di assorbire la manodopera più qualificata. In più, l’85% delle imprese italiane è a conduzione familiare, e nel 66% dei casi il management è diretta emanazione della proprietà familiare, non di una selezione meritocratica (v. Bankitalia, 2009). L’Eurostat (citato in Almalaurea 2013) ci informa che quasi il 40% dei manager italiani ha completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 paesi e il 7% della Germania.
Seconda variabile da tenere in mente è la specializzazione produttiva della nostra economia: i beni che produciamo. Il peso più grande, in termini di valore aggiunto, ce l’hanno 4 settori: 1) Metallurgia e prodotti in metallo; 2) Macchine e apparecchi meccanici; 3) Alimentari e bevande: 4) Tessile, abbigliamento, cuoio e calzature. Come argomentato in un interessante Report della Banca d’Italia del 2009, sono tutti settori caratterizzati da bassa innovazione: di processo e di prodotto, di organizzazione, di marketing. Una spia di quanto appena affermato sta nei livelli infimi di spesa in R&S sostenuti dal settore privato italiano (meno dell’1% del PIL), oltre che nel numero di brevetti depositati per milione di abitanti, inferiore di circa venti punti rispetto alla media europea (vedi Rapporto Istat 2011). Il punto da evidenziare è che l’attività di innovazione è più diffusa in comparti nei quali l’Italia non investe più da decenni: la farmaceutica e la chimica, la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, le macchine per ufficio e i mezzi di trasporto. Comparti nei quali l’Italia aveva dei primati che si è lasciata sfuggire colpevolmente negli anni, a causa di sciagurate decisioni del mondo politico ed industriale (cfr. Gallino, 2003). Anche nella pubblica amministrazione, ad onta delle continue lamentele sul livello insostenibile della spesa pubblica italiana, la domanda di laureati è in diminuzione costante da almeno un decennio. Dal 2001 al 2011 il numero di occupati in tutto il settore pubblico è sceso di 38mila unità, a causa di tagli e blocchi nel turnover. Tra i molteplici effetti negativi di queste politiche, c’è n’è uno macroscopico, che riguarda il mondo della scuola. Solo l’1,1% del corpo docente è al di sotto dei 30 anni, mentre il 55% ha un’età al di sopra dei 50 anni, percentuale che in Europa è del 32,4% (Cadelo e Pellicani, p. 61).
CONCLUSIONI
Negli anni duemila l’Italia ha creato occupazione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi a più bassa produttività media, nei quali i laureati non sono richiesti o, quando trovano uno posto, sono utilizzati prevalentemente con contratti di lavoro a tempo determinato (Istat, 2013). Uno spreco straordinario. Questo perché si è rinunciato a fare politica industriale, lasciandosi scappare i settori più innovativi e a rilanciare il settore pubblico con piani straordinari riguardanti la scuola e la sanità. Si è lasciato alla mano invisibile del mercato l’allocazione delle risorse. Ciò ha coinciso con un periodo di grave stagnazione dei redditi e di straordinaria crescita delle disuguaglianze di reddito e patrimonio. Bisogna cambiare strada. Prima che sia troppo tardi. L’alternativa è che l’Italia, come spiegato da Giulio Sapelli in un suo bell’articolo recente (7/10/2013, Il Sussidiario.net), torni la nazione agricolo-commerciale che era agli inizi del Novecento. Bel giardino in cui verranno ad abitare i ricchi d’Europa e del Mondo, a cui non ci resterà altro che fare da camerieri.
federico.stoppa@tiscali.it
venerdì 11 ottobre 2013
Della non Rassegnazione
Riporto, di
seguito, un prezioso contributo di un amico, con cui tempo fa scambiammo intense
e disparate visioni sul mondo – in quella breve contingenza che ci permise la
conoscenza reciproca (per di più in terra straniera). Mi rende onorato
continuare qui, in questa sede, quelle che erano le nostre lunghe e
interessanti chiacchierate, seppur in modo completamente diverso.
Ve lo presento:
lui è Federico, laureato in scienze economiche e finanziarie, e oggi vorrebbe
parlarci di...
LORENZO MILANI, ADRIANO OLIVETTI, ENRICO MATTEI
Chi vuole parlare in modo credibile di sviluppo
economico e civile del nostro paese deve rompersi il capo sul modo di
affrontare i seguenti problemi: l’abbandono scolastico e la disoccupazione del
capitale umano più qualificato. Sono queste le questioni cruciali da cui
dipende la sopravvivenza del Paese. Vanno affrontate in modo radicale,
recuperando alcune esperienze del nostro passato più luminoso. Propongo tre
figure: Don Lorenzo Milani, Enrico Mattei, Adriano Olivetti. Don Milani, come
pedagogo. Enrico Mattei, come manager pubblico di formazione tecnoscientifica e
non finanziaria, attento quindi più ai risultati di lungo
periodo che agli sbalzi giornalieri dei titoli in borsa. Adriano Olivetti,
infine, come modello di imprenditore innovativo e solidale e cerniera tra la
cultura scientifica e umanistica. Tutti e tre sono in grado di illuminare come
pochi altri il tempo in cui viviamo.
Nell’Italia rurale degli anni ’50 in cui
viveva Don Milani, la maggior parte delle persone era analfabeta. Allora come
oggi, si considerava l’istruzione una perdita di tempo. Certo, negli anni ’50
si pativa la fame: era quasi obbligatorio mandare i propri figli a lavorare
presto. Ma questa forma mentis mercantile,
che privilegia il guadagno immediato, sicuro, senza particolare sforzo,
piuttosto che il faticoso e lento apprendimento che produrrà i suoi frutti solo
in futuro pervade anche la nostra società. Ovviamente, questo atteggiamento
favorisce le classi più ricche, che possono permettersi di mandare i propri
figli ad istruirsi nei migliori istituti e perpetuare così le disuguaglianze. I
dati Ocse (riportati in Draghi, 2010) certificano che l’Italia è uno dei paesi
a più bassa mobilità sociale intergenerazionale: le prospettiva di carriera e i
redditi dei figli dipendono sempre meno dalle capacità ed impegno personale e
sempre di più dalla situazione familiare di partenza. Don Milani non si arrese
però ad una scuola classista: la sua
pedagogia era centrata non sul livellamento verso il basso degli studenti più
bravi, ma nella promozione in alto di quelli che, per motivi legati allo scarso
interesse e alle condizioni economiche, faticavano ad apprendere. Suo
obbiettivo era riaccendere la passione dello studente attraverso la
partecipazione attiva ai dibattiti, attraverso la formazione di uno spirito
critico, e all’ascolto alle ragioni degli altri. La Scuola di Barbiana fondata
da questo prete toscano divenne così famosa a livello internazionale: dobbiamo
recuperare quel modello, liberato dalle incrostazioni del peggior ‘68, se
vogliamo sconfiggere la peste dell’abbandono scolastico.
Abbiamo bisogno di una classe di manager
formati dagli istituti tecnici e scientifici, non dalle business school
americane. Manager che non obbediscano alla stupida teoria dello shareholder value, per i quali
l’obiettivo non sia la crescita di breve termine del valore delle azioni
dell’impresa nei mercati finanziari; ma la formazione di valore aggiunto che
vada ad arricchire l’intero Paese. L’Italia aveva una grande classe di manager,
operanti nella Grande IRI e nelle banche di interesse nazionale, che l’hanno
trasformata in pochi anni da paese agricolo di serie B in seconda potenza
industriale d’Europa: Alberto Beneduce, Donato Menichella, Raffaele Mattioli,
Oscar Sinigaglia, Enrico Mattei. E’ soprattutto alla lezione di quest’ultimo
che dobbiamo guardare. Mattei si oppose alla svendita dell’Agip agli americani,
già programmata dal governo De Gasperi; costituì l’Eni e dotò l’Italia di una
politica energetica indipendente che diede vita al Miracolo Economico. Negoziò
nuovi accordi più favorevoli ai paesi produttori per l’importazione di petrolio,
appoggiando anche le loro lotte d’indipendenza contro il colonialismo; si
scontrò con le Sette Sorelle americane. Soprattutto: dimostrò come un’economia
sana e competitiva abbia bisogno di grandi aziende pubbliche nei settori
strategici. Aziende gestite con l’occhio rivolto al benessere sociale e non
colluse con i partiti. Aziende pensate come Communities (modello
tedesco), non come Commodities (modello americano). Dobbiamo pensare ad un
ritorno, in forme nuove, degli investimenti pubblici nell’economia. Le
scellerate politiche di privatizzazione degli anni ’90 hanno portato alla
distruzione di autentici gioielli industriali (vedi Telecom), con migliaia di
posti di lavoro qualificato in fumo e con l’arricchimento indebito di pochi
grandi imprenditori.
Concludo con l’ingegner Adriano Olivetti; le
cui parole sono sempre capaci di accendere un fuoco in chi li legge. Amo questa
figura perché è riuscito ad avvicinare mondi che oggi ci appaiono assolutamente
distanti ed inconciliabili. Il mondo delle lettere e dell’arte con quello
dell’economia, della tecnologia, della fabbrica. La qualità del prodotto con
l’attenzione meticolosa alle esigenze del lavoratore, non solo in fatto di
salario, ma anche di servizi di welfare, di spazio in cui lavorare, di sviluppo
civile della propria persona. Un personaggio del genere fece scandalo negli
anni Cinquanta. Figuriamoci oggi. Come allora, sarebbe detestato dal gruppo di
imprenditori che gravitano attorno all’orbita di Confindustria. Perché per Olivetti la competitività andava
perseguita con l’innovazione dei prodotti, con il reinvestimento degli utili in
ricerca e sviluppo, non con gli aiuti pubblici, la repressione sindacale e
salariale Fiat style. Ma sarebbe trattato con diffidenza, come allora,
anche dalla paleolitica classe di sindacalisti e politici che continuano a rappresentare
l’imprenditore (e non lo speculatore, che è cosa bene diversa: si veda
Schumpeter, 1912) come un parassita, il cui unico scopo è quello di succhiare
soldi e sangue ai lavoratori. Negli anni Sessanta il Pci considerava Olivetti
“paternalista”, perché con le sue scelte “progressiste” avrebbe tentato di
comprarsi il consenso della classe operaia. Classe operaia che, come recitano i
Sacri testi, dovrebbe perpetuare ininterrottamente la lotta di classe contro i
“padroni”.
Olivetti apparteneva al filone del
cristianesimo sociale. Leggeva (e pubblicava)
il T.S. Eliot dei Four Quartets e
dell’Idea di una società cristiana, l’operaia
mistica Simone Weil, il filosofo del cristianesimo democratico Jacques Maritain.
Nei suoi discorsi, ricorreva spesso allo straordinario passo evangelico che San
Matteo mette in bocca al Cristo (Matt 6,25:34): “Perciò vi
dico: non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il
vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e
il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né
mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non
contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate
come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico
che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Non
affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?
tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa
che ne avete bisogno. Cercate
prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno
date in aggiunta”.
Era
profondamente convinto che il lavoro, in quanto Beruf, vocazione, chiamata, avesse un’aura di sacralità, una
dignità che non potesse essere misurata dal solo compenso monetario. Per questo
oggi si sarebbe certamente battuto contro lo svilimento del lavoro ad opera
della attuale cultura d’impresa, per il quale il lavoratore è un oggetto
intercambiabile da motivare esclusivamente con la carota dell’incentivo di
carattere pecuniario o con il bastone del licenziamento. Il che, alla lunga, impoverisce
le relazioni sociali nelle
organizzazioni e si ripercuote negativamente sulla stessa produttività.
Olivetti era convinto che l’impresa avesse un
ruolo sociale ben preciso: lo sviluppo integrale della persona umana, la
promozione della democrazia economica (e non solo politica) e della Bellezza
del territorio in cui opera. Per questo chiamò in azienda tanti grandi
sociologi come Ferrarotti e Gallino, psicologi come Musatti, Novara, Rozzi,
scrittori come Paolo Volponi e Geno Pampaloni. Per questo mise a disposizione
dei suoi operai una vasta biblioteca, organizzò corsi di storia dell’arte e
d’urbanistica, portò in Italia con la sua casa editrice (Le Edizioni di
Comunità) i testi dei più grandi economisti e scienziati della politica
stranieri, come Kenneth Galbraith e Hannah Arendt.
Poi morì. E il
nocciolo duro del grande capitalismo italiano – Mediobanca, Agnelli – decise di
liquidare la Olivetti del primo computer da tavolo come un “neo da estirpare”:
la divisione elettronica fu quindi ceduta alla General Electric, segnando la
fine di quella straordinaria esperienza.
Tuttavia, la
voce di Adriano, come quella di Mattei e Don Lorenzo, ci parlano ancora, in un
coro che oggi griderebbe, soprattutto ai più giovani: non rassegnatevi! Non
possiamo più permetterci il lusso dell’indifferenza: è tempo di tornare a
camminare insieme, sulla “cattiva strada” da loro indicata.
federico.stoppa@tiscali.it
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