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sabato 7 dicembre 2013

Il sociologo idraulico

Macchine, macchine formato casa ovunque; un fiumana lenta e inesorabile di file incolonnate di macchine che accarezzano tappeti di strade infinite; paesaggi scorrevoli e cullati per valli mozzafiato; distese di lande che si perdono a vista d’occhio; stuoli di alberi imponenti a guardia di foreste all’apparenza sterminate; aquile silenziose che sfrecciano in lungo e in largo per il vasto cielo terso spazzato dal vento: ero finalmente entrato nelle cosce del mondo, tra le braccia dell’America vera; quella cinematografica era solo un ricordo. Dopo quel viaggio infinito dal vecchio continente, lo scombussolamento imposto dal jet leg non si era fatto ancora vivo: mi stava concedendo l’ebbrezza del momento, la possibilità di colmare di stupore quei miei occhi assetati di risposte. Il rinculo di quel catapultamento in un altro mondo avvenne una ventina di ore dopo, quando, senza forze, annegai in un sonno che ti fa dimenticare praticamente tutto, persino del fatto che sei nato e che esisti, ma che dopo ti consente di risvegliarti con la mente riformattata, pronta per alzarti in piedi nuovamente, e di calpestare una sorprendente terra sconosciuta. Ero in visita da parenti, parenti nati lì ma col sangue italiano in circolo, e questo era fieramente evidente. Una famiglia che non aspettava altro che te, per accoglierti e confrontarsi, per tastare con mano la diversità della loro eredità, un’origine orgogliosa che parlava spesso italiano senza tuttavia conoscere i suoi meravigliosi idiomi. La maggior parte degli americani che ho incontrato lì, infatti, erano soliti presentarsi anteponendo la loro origine ereditaria al radicamento del posto. Ciò mi sorprese alquanto. Ti vedono come un alieno, come un essere molto lontano dalla loro percezione di vita; una percezione molto distorta devo dire, che si rifà al luogo comune per poter sopravvivere e identificare una persona che dice di provenire da un altro pianeta. Ma era divertente, soprattutto per un sociologo in fasce come me. Riuscivo a leggere il confronto, a scardinare quelle che erano le loro ingenue conoscenze, presentandomi e dando manforte alle meraviglie della terra da cui provengo. Devo dire però che gli americani sono piuttosto innamorati dell’Italia, e penso che la maggior parte di loro darebbero non so cosa per poter visitare il nostro paese almeno una volta. Quando sentivo da loro tutto ciò, quando percepivo il loro fantastico e sconfinato immaginare le nostre città, il nostro bel paese, capivo che ero molto fortunato: tutto il pianeta invidia la nostra terra, e non sempre riusciamo bene a capirlo. Quando sei fuori il tuo paese ti manca, e loro ti dicono esattamente il perché. Penso che questo discorso possa essere esteso a tutti gli esseri umani: in fondo, non c’è posto più bello di casa tua. Ma quando sei fuori devi saper ben gestire questa cosa, e non lasciarti prendere mai, e dico mai, da un discorso solo lontanamente denigratorio che possa buttare una brutta luce su ciò che ti appartiene. Se lo fai non fai altro che buttarti fango addosso. E questo non va assolutamente bene. E quindi ormai ero giunto, felice come una pasqua, tutto vivace per questa nuova avventura. Mi proposero di lavorare per guadagnare qualcosina, giusto così, per pagarmi le spese per le uscite e i divertentismi vari. Allora indossai un elmetto, un jeans bello imbottito, e delle scarpe infortunistiche piuttosto cicciotte, e andai per cantieri. I miei parenti gestivano un’azienda d’impianti d’idraulica, impianti che interessavano case mono-familiari o anche complessi di appartamenti belli grandi, tutte case nuove di zecca che venivano tirate su dalle fondamenta. Non facevo l’idraulico, anche perché non possedevo né la pratica né le conoscenze adeguate. Ero solo un sociologo neo-laureato che si faceva grandi pippe sul funzionamento dei sistemi di welfare: nulla di così discordante, potrete capire. Ero stato “eletto” dunque come un aiutante, un tipo tutto italiano con l’elmetto blu, e che si occupava di smartellare tutto il giorno delle placche di metallo che dovevano proteggere delle insenature di legno da dove passavano tubicini blu e rossi: le vene e le arterie che avrebbero poi un giorno rifornito di acqua calda e fredda quelle case in costruzione. Durante il lavoro incontrai i personaggi più bizzarri: la vita di cantiere va esplorata, e i pregiudizi non reggono, come per nessun’altra cosa. Quindi, mentre camminavo tra un piano e l’altro, tra scintille di seghettature e carichi di fili conduttori in alluminio, ti trovavi squadre di muratori, equipe di elettricisti, tutti con i loro disegni e le loro mappe e opere da compiere: tutti lì, a lavorare faticosamente e amorevolmente assieme per realizzare pareti e tetti solidi che avrebbero permesso la vita, un bel giorno, ad altre persone; a famiglie che volevano costruirsi in quelle case una loro vita. Devo dire che questi ambienti sono formidabili. La collaborazione è fondamentale, e tutti, proprio tutti devono lavorare propriamente in squadra per far funzionare le cose. E poi ognuno deve possedere quelle qualità idiosincratiche che, nella fattispecie, non sono altro che l’acquisizione di esperienza che ti consente di svolgere il tuo lavoro e di aiutare chi lo svolge con te. Noi entravamo in opera quando i muri in legno erano già stati issati su, e potevi già camminare attraverso uno scheletro di stanze che pian piano si facevano carne, per assomigliare poi alle case che, belle e finite, conosciamo tutti. Una carne fatta di particolarismi dettagliati, tutti ai loro posti come designato sulla carta. Quelle volte in cui avevo la possibilità di lavorare in quegli ambienti totalmente nuovi per me mi davo enormemente da fare con il compito assegnatomi, ma, nel frattempo, senza dire nulla a nessuno, consentivo alla mia anima da sociologo incallito e osservatore di venire fuori e di scoprire. Perché il vero sociologo deve essere proprio un fottuto curioso ma tranquillo esploratore. E allora improvvisavo “interviste” estemporanee ad alcuni di quei personaggi che lavoravano nella mia squadra, gente che, ovviamente, non sapeva nulla di quello che segretamente stavo facendo: stavo mettendo in pratica quella che viene chiamata in accademia “osservazione partecipante dissimulata”, e cioè quando i soggetti “studiati” non sanno di essere osservati, perché altrimenti snaturerebbero il loro normale modo di agire con il loro potenziale imbarazzo che ne potrebbe derivare. Infatti, le ragioni “invasive” del ricercatore potrebbero in qualche modo contaminare il normale dispiegamento della vita di tutti i giorni presa in esame. Feci questo un po’ come il famoso sociologo italiano Dal lago, che si improvvisò ultrà e andò ad immergersi nella sub-cultura da stadio, stessa cosa. Solo che non ero, e non lo sono tutt’ora, un esperto di queste cose, e facevo il mio in maniera casereccia, tutto con chiacchierate veramente disinteressate: non avrei poi scritto un report o altro per una ricerca sociale commissionata da chissà chi; ero solo me stesso con la mia esperienza, e questo poteva più che bastare. E allora, come Dal Lago, mi immersi in quel mondo, e forse, come lui, dopo un po’, tanto era la vicinanza, la prossimità, che mi sentii davvero contaminato: riuscivo a vedere come loro. Strano ma vero, dopo un po’. È stata una bella esperienza, originale e molto formativa. A parer mio, un vero sociologo non deve stare dietro una cattedra, ma devo ascoltare, sentire, stare in mezzo alla gente, e cercare di mescolarsi a quel tutto che poi alla fine spontaneamente riesce a parlarti, dirti realmente le cose come stanno. E questo non vale solo per i sociologi, vale per tutti, tutti noi, tutti quelli che seriamente vogliono dare un loro solido e valido contributo all’essenza di questo mondo. E diffidate da quelli che dicono, demagogicamente e ripetutamente, che “bisogna sentire le ragioni della gente”. Chi ripete queste frasi, nella maggior parte dei casi, non sa proprio nulla di quello che le persone sentono, vogliono, desiderano... Il sentimento della gente ce lo si guadagna, col tempo, e non semplicemente lanciando frasi ad effetto che distolgono la mente intenerendo falsamente le anime. Anime perse ma non stupide, perché, in fondo, ognuno di noi ha le proprie ragioni, sbagliate o giuste che siano. Amen.                   

mercoledì 27 novembre 2013

Si sta bene sui tetti

Accadeva spesso che si dormiva in tre sopra uno stesso letto, in alto, sopra un soppalco che assomigliava più ad una comoda piccionaia che ad altro, ed eravamo felici. Anche un po’ sbronzi a dire il vero, ma questo era solo un inutile dettaglio. Capitava che si faceva tardi, e che la metropolitana era ormai chiusa da un pezzo e noi continuavamo a viverci la nostra euforia collettiva, insieme, noncuranti di quest’altro inutile e sempre incombente dettaglio: l’orario che segnava l’ultimo scocco di tempo utile per poter prendere l’ultimo treno che ci avrebbe condotto sotto il nostro tetto di appartamento in affitto. Ma non importava; la nostra casa era là, dove già eravamo, e dunque il resto passava in secondo piano, senza pensarci su. I dettagli esterni non ci interessavano più di tanto: erano i nostri dettagli, quelli che creavamo insieme, che ci importavano di più. Così come quelle riunioni in case così distanti l’una dall’altra, ma così vicine nello spirito del momento, un momento magico, capitato per delle circostante perfette che decisero di riunirci tutti lì, e di organizzare una grande festa umana. Sì, Umana. Quale espressione più abusata, bistrattata, ricca di significati ma mai veramente vissuta. In quei mesi invece, tutto sembrava possibile, e tutti, tutti insieme e nessuno escluso, la vivemmo sul serio quella sensazione: l’umana voglia di scoprirci, di confrontarci, di incazzarci, di sollevarci e di supportarci l’un l’altro, sgomitando nel sudaticcio brodo esistenziale. Fu un’esperienza unica, di quelle che possono capitarti poche volte nella vita e che sicuramente ti lasceranno il segno per molto e molto tempo, e che, tuttavia, fanno presto a concludersi. Insieme eravamo in grado di creare degli aloni di significato persistenti, di quelli che non riesci a cancellare neppure se ti ci metti d’impegno con gomito di panno. E quegli aloni erano formati dai cerchi concentrici delle diversità di ognuno, poiché solo dal riconoscimento delle differenze che si può scoprire il prisma delle ricchezze che prendono forma, e vanno espandendosi, in una qualità proteiforme che risulta inaspettata e rimane longeva, poiché semplicemente vera. Lo stare insieme era un rituale di riconoscimento reciproco, un volgere lo sguardo all’altro ascoltandolo in tutta la sua complementarietà che metteva a disposizione del gruppo: eravamo come dei tasselli di un grande puzzle, un puzzle che ogni giorno di più cresceva e prendeva forma, e si arricchiva di varianti, di variabili preziose, di indicatori di noi stessi: di forme tutte nostre che si incastravano nella simmetria consapevole e matura. Il riconoscimento di noi stessi, infatti, passa necessariamente attraverso il riconoscimento altrui, e non c’è verità più indiscutibile di questa. E allora uno si arrampicava sui tetti e invitava gli altri a contemplare esterrefatto il cielo stellato, quel cielo che sorprendentemente prendeva aria e si liberava dalla sporcizia accumulata durante tutto il giorno. E quelle luci distanti di stelle lampeggiavano ad intermittenza, scandendo un battito di polso che era sincronizzato sui nostri sentimenti di amicizia, che si consolidava e che recitava a memoria il dettato di un copione universale. E tutti sbirciavamo quelle pulsazioni, sorridendo, confabulando, e spalleggiandoci a vicenda. E allora i nostri discorsi prendevano le loro traiettorie biforcute e, come labirinti di gioia tra arbusti alti e bassi, ci permettevano di esplorare le nostre più intime essenze. Ricordo tali momenti con una nostalgia pura, la stessa nostalgia che caratterizzò tutti quanti nel momento in cui prendemmo coscienza che tutto ciò stava volgendo irrimediabilmente al termine. Cercai a mio modo di fissare quei momenti, di renderli eterni, uno ad uno, su dei foglietti volanti presi alla rinfusa da una scrivania scompigliata, e scrissi. Scrissi tanti pensieri teneri e di congedo per quelle persone che ancora dormivano su, su quella dolce piccionaia, mentre io afferravo le mie cose con delicatezza per non disturbare il loro meritato sonno, e andavo, per prendere la strada del mio nuovo giorno, lontano da loro con gli occhi ma mai così lontano da quello stesso nostro spirito, dalla comunione di quei momenti che sempre resteranno scolpiti da qualche parte, sì, forse proprio lì, su quel puzzle raffigurante buffi e autentici personaggi che trovarono, in quei mesi trascorsi assieme, semplicemente il coraggio di aprirsi ad una contingenza potenzialmente felice, senza alcun timore, poiché solo lì sarebbero stati in grado di rendere esperienziale la loro interdipendente libertà espressiva, per sempre e nuovamente; allo stesso modo in cui si fa ripartire una melodia che ci rimane impressa e da cui, non c’è scampo, non riusciremo mai e poi mia propriamente a distaccarcene, anche se per un motivo lontano da noi ci prendessimo egoisticamente la briga di volerlo fare.

venerdì 4 ottobre 2013

Viaggio alcolemico

Ero in viaggio per il mondo. Presi due diverse coincidenze di aerei corazzati in terra tedesca, per poi imboccare il largo nell’immensa distesa dell’oceano atlantico, e andare. Mi sentivo libero, spensierato, e per nulla impaurito: fu un viaggio sorprendentemente distensivo. Nel primo volo dall’Italia, l’accecante luce solare traspariva furtivamente tra ammassi di nuvole gravi, sovrastanti impetuose vette aguzze e alpine, protese verso di loro in una lotta scorrevole di forme strambe e arcuate, che si specchiavano in quell’immenso e piccolo oblò in cui potevo scorgerle severe, scoscese. E allora quelle nuvole divenivano all’improvviso zucchero filato e i promontori cioccolata fondente, con spruzzate ritoccate qua e là di morbida e candida panna montata di purezza, docilmente raggelata nella sua persistente e altezzosa disparità glaciale... Nell’ultima coincidenza presa, corruppi l’hostess di volo affinché mi passasse, ad ogni suo sopraggiungere nelle mie vicinanze, tutte le lattine di birra Warsteiner che volevo, a condizione però che gli altri passeggeri, lì seduti come me nello stesso comparto, non avessero desiderato anche loro le stesse lattine di birra che gli sarebbero spettate di diritto (dato che il prezzo di volo le comprendeva tutte alla grande). Con quella specie di connivenza da sottobanco mi assicurai svariate bevute: si trattava per di più di una birra che portavo sempre nel cuore, la stessa birra che così tanto avevo degustato ed imparato ad amare durante la mia prima giovinezza. Mi andò abbastanza bene. Il risultato più evidente, palesemente sgamabile, fu il riuscire, tranquillamente e senza nessuna fretta, a raccattare una sbronza di quelle memorabili. Tuttavia in tutto ciò, e in questo viaggio che iniziava davvero alla grande, avevo fatto male i miei calcoli: un’ora prima dell’atterraggio, sempre la stessa hostess, mi consegnò con molta meticolosità (la stessa cura con cui mi passava le birre come se fossero soluzioni preziose durante un compito in classe) il modulo da compilare per sbarcare in terra americana, un modulo di cui l’ufficio immigrazione (che scoprii dopo essere davvero intransigenze e accessoriato di omini e donnine piuttosto incazzati) non concedeva alcun tipo di dichiarazione menzognera: stavo letteralmente sorvolando un immenso oceano di cacca. Per fortuna lo spirito d’intraprendenza italiano si ricordò che figuravo trai suoi figli e mi illuminò di un’immensa passione creativa, guarda caso proprio nel momento del bisogno. Alla fine riuscii a comprendere tutto il modulo, a squadrarlo contro-luce e compilarlo tutto d’un fiato, con uno sforzo che teneva tranquillamente testa alle più ardimentose concentrazioni per sempre stampate nella fortezza della memoria, quelle stesse che necessitavano bisognose di uno sbocco salvifico: ero sudato fradicio. Lo sbalzo di orario mi catapultò sei ore indietro e, incrociando il giorno che mi salutava con la manina e che andava in direzione contraria alla mia, atterrai in una delle città più belle del mondo: New York. Arrivato al mio sobborgo di destinazione, mi meravigliai di quanto a volte il mondo possa dispensare incondizionatamente chicche peculiari di una bellezza incontrastata, la stessa che puoi ritrovare ovunque a dire il vero, solo se ti impegni sul serio: lo stesso formato di bellezza che tanto ci ha insegnato il film “American Beauty”, dove c’è quello psicopatico spilungone morettino e dagli occhi blu che riprende ogni tipo di bellezza incontrata per strada e, a mo’ di busta volante e danzante al vento, ricollega fenomeni apparentemente dissociati l’un l’altro in una comunione immaginifica che è da orgasmo. Ad ogni modo, la bellezza che vi ritrovai si identificò nel sorprendente balletto prematuro concesso da fiocchi di neve che cadevano dal cielo: la stagione era nel vigore autunnale ma si concesse uno slancio di benvenuto che non potevo non concepire come solo a me dedicato. Gli innumerevoli alberi in perenne tramonto dorato scioglievano le loro glasse di neve rigonfie, in un dileguarsi quasi artificiale di pioggia ghiacciata e assente. Di tanto in tanto, qualche scoiattolo rigonfio nella sua pelliccia spelacchiata affondava le sue zampette incredibilmente vivaci in quel bianco manto, disfacendolo graziosamente del proprio peso che risultava delicatamente impercettibile. I raggi del sole fendevano l'aria sospesa, creando scomparti di luce forieri di un segreto ristoro, il quale annunciava solennemente il dispiegarsi di una giornata incantevole.

domenica 22 settembre 2013

Bruxelles Amarcord (capitolo 2)

Ero riuscito a trovare una sistemazione di fortuna. Una signora ultra-gentile mi diede il benvenuto nel suo condominio di periferia, in una camera singola, su, tra quelle uni-personali all’ultimo piano che, un tempo – mi informarono come una curiosità da sapere simpaticamente – erano destinate al personale di servizio. Un bagno che assomigliava più ad un ripostiglio senza finestra era collocato all’esterno di quella camera, proprio a due passi da lì e la sera, sistematicamente, mi ritrovavo a vivere ciondolante tra quei due spazi: assaporavo la mia loquace solitudine come mai era successo prima. In quel frangente momentaneo della mia vita cercavo disperatamente casa, a Bruxelles, e mi trovavo, come già detto, in un quartiere piuttosto ai margini della città, dove si poteva ammirare una struttura maestosa costruita dagli americani ai tempi della guerra fredda: un atomo di ferro gigantesco che, col passare degli anni, divenne il simbolo turistico indiscusso di tutta la città. Passavano i giorni, e il mio peso-forma mi abbandonava lentamente: tutte le riserve gastronomiche pugliesi che avevo accumulato durante l’estate mi dicevano Ciao e inesorabilmente, senza accorgermene, riducevo ogni giorno i frammenti rimasti di quel personale cordone ombelicale reciso ormai da tempo. Quelle mattine le ricordo nitidamente, come se fosse ieri, e lo scorrere del cursore sul PC dettava i ritmi affannosi di quelle giornate piene di indirizzi spalmati per la città; di numeri di telefono dagli interlocutori sempre a sorpresa (soprattutto dal punto di vista linguistico); e di immagini di appartamenti diversi tra loro ma che poi finivano per assomigliarsi tutti nel loro ultimo intento, dato che la mia cogente aspirazione del momento le racchiudeva tutte sotto lo stesso e unico ombrello: una qualsiasi collocazione in una nuova città, un posto qualsiasi, per una nuova e diversa e trepidante avventura. Le mattinate passavano veloci, tra visite in veri e propri tuguri o, diversamente, in carine casette in stile confetto di quelle che trovi isolate nei loro recinti verdi di prati, come nei sobborghi americani. Il cielo di settembre, stranamente, era molto alto e terso, e il sole padroneggiava sovrano. Le tipiche nuvole grigie piane e basse di quella città non facevano ancora capolino alle sensazioni costantemente bagnate che avrebbero caratterizzato i mesi a venire, per la maggior parte piovosi ma accessoriati di una specie tramonti che, a volte, davvero, ti sorprendevano togliendoti il fiato. Dopo le diverse mattinate passate a vivisezionare la città in un lungo e in largo, sottoterra in una lugubre metropolitana o in superficie tra stradine e stradoni tutti ancora da scoprire, passò un’intera settimana e, ancora, non avevo trovato una mia collocazione nel mondo. Così la sera, dopo cena, mi rifugiavo in quella camera su in alto, lontano da tutto e da tutti e amavo contemplare le luci della città da quell’esile finestra, e ascoltarne il tiepido fragore di suono che emettevano timidamente: luci intermittenti di caselle di vita in via di riposo, pronte a sfrecciare nuovamente il giorno dopo per riprendere il loro ritmo consueto. Pensavo alle mie possibili combinazioni future, chi sarei diventato in quel posto tanto nuovo quanto ancora lontano dalla mia carica esperienziale di vita. In qualche modo però anch’io trovai il mio ritmo. Dopo alcuni giorni passati sempre camminando i miei occhi ricevevano di riflesso un lustro completamente nuovo, di quel genere che possono donarti solamente i nuovi luoghi visitati e le disparate curiosità che custodiscono segretamente. E così, tra quelle curiosità, vedevo sbandieranti ombrelloni da pubblicità contraddistinti da nomi di birra improbabili e, sotto la loro ala protettiva, più volte trovai conforto e riparo: delle vere e proprie dolci pause riflessive che mi portarono a conoscere gente di tutti tipi e a scoprire i più sconosciuti bar degli angoli più inculati della città. Era un tardo pomeriggio, orario aperitivo, e capitai in un bar molto puzzoso di formaggio con stecchini incorporati, i quali richiamavano, suadenti, i diversi calici di birra armati al loro fianco. Beccai un signore, sulla sessantina, seduto solo ad un tavolo, mentre gli altri signori/e sparsi/e per il locale ballavano ubriachi e lenti al suono di melodie americane. Il tipo, non so per quale motivo, si accorse che ero italiano (strano, dato che il mio aspetto non è proprio un indice impeccabile di riconoscimento dell’italianità) e, con un italiano sgangherato di miniera, mi invitò a sedere con lui. Fu una bella chiacchierata. Mi raccontava la mia situazione del momento con gli occhi del suo passato e cercava di darmi più suggerimenti che poteva, delle vere e proprie lezioni di vita gratis dettate dall’alcol, tutte incentrate su quella città che mi stava pian piano accogliendo. Tra le scanalature dorate di bicchieri che lentamente venivano vuotati ogni tanto volgeva lo sguardo alla vetrina del locale che dava sulla strada battuta di gente, e, tra le tante cose che mi disse in maniera incondizionata, me ne rimase impressa una in particolare, per sempre; mi osservò e mi disse: "Di una sola cosa sono sicuro di questa vita; che il sole, fino a quando splenderà, qualunque cosa accada, sorge e sorgerà sempre per tutti, senza distinzioni."    

mercoledì 18 settembre 2013

Storytelling Pirata

Ci stanno rubando l’immaginario. È un vero e proprio saccheggio che non conosce quartiere. Il blocco che la nostra immaginazione sta subendo è talmente sofisticato e pensato e applicato fin nei minimi dettagli che non riusciamo a renderci minimamente conto di cosa sta avvenendo e, perciò, per noi, resta sempre tutto uguale. E invece no. Quando accendiamo la tv, per esempio, inizia la trafila appassionata e “coinvolgente” delle storie, e scopriamo, molto spesso disinteressati (ma la nostra mente immagazzina lo stesso), come lo sgrassatore universale “Cif”permette a Cenerentola di arrivare prima al ballo; di come Banderas ci racconta i suoi metodi così famigliari e genuini da pasticciere dei bei tempi andati immerso in un “mondo buono”; di come, tutto ad un tratto, nell’ultimo spot dell’Enel Energia siamo divenuti, così, dal nulla, tutti quanti guerrieri di ogni e per ogni cosa, e ci viene anche chiesto, per giunta, di raccontare la nostra di storia, e tutto ciò con una voce che miscela premura e il piede di guerra al contempo... E fateci caso d’ora in avanti, l’elenco potrebbe benissimo continuare.
Stiamo vivendo quella che è stata definita la “narrative turn”, la svolta narrativa. Il libro di un intellettuale francese con i contro-cazzi, un certo Christian Salmon (un tipo che ha fondato nel 1993, con la collaborazione di più di trecento intellettuali provenienti da tutto il mondo, il Parlamento internazionale degli scrittori) questo personaggio, dicevo, ci mette in guardia con una lucidità davvero disarmante in questo suo libro gradevole e dall’immediata lettura: “Storytelling – La fabbrica delle storie”. Che cos’è lo Storytelling? Non è sicuramente una pratica nuova, no, di sicuro, dato che stiamo parlando dell’arte di raccontare storie, che è nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo sulla terra e ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali. Bene. Di quest’arte se ne stanno impadronendo in molti ai “piani alti”, e tutto è incominciato all’incirca dalla metà degli anni novanta, quando la visibilità del brand dei diversi prodotti venduti sul mercato ha cominciato a vacillare e a non attecchire più come una volta sulle “sensibilità” del consumatore confuso. Diversamente, “lo scopo del marketing narrativo non è più semplicemente convincere il consumatore a comprare il prodotto, ma anche immergerlo in un universo narrativo, coinvolgerlo in una storia credibile. Non si tratta più di sedurre o di convincere, ma di produrre un effetto di credenza. Non di stimolare la domanda, ma di offrire un racconto di vita che propone dei modelli di comportamento integrati, i quali comprendono certi atti di acquisto, attraverso veri e propri ingranaggi narrativi”… “Le grandi narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità, da Omero a Tolstoj e da Sofocle a Shakespeare, raccontavano miti universali e trasmettevano le lezioni delle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza accumulata. Lo storytelling percorre il cammino inverso: incolla sulla realtà racconti artificiali, blocca gli scambi, satura lo spazio simbolico di sceneggiati e di stories. Non racconta l’esperienza del passato, ma disegna i comportamenti, orienta i flussi di emozioni, sincronizza la loro circolazione. Lontano da questi «percorsi di riconoscimento», lo storytelling costruisce ingranaggi narrativi seguendo i quali gli individui sono portati a identificarsi in certi modelli e a conformarsi a determinati standard”… Salmon ci racconta tutto in questi termini, e non finisce qui... Pensate questo epocale stravolgimento e applicatelo ai settori più oscuri dove viene applicato il potere di controllo sugli individui: l’ambiente di lavoro, la politica, il “cinema della guerra”, e così via... Dunque se quando siete a lavoro entra il vostro capo in ufficio e non comincia a parlarvi di statistiche, dati, cifre ma diversamente attacca a raccontarvi una storiella per “stimolarvi”, per “incoraggiarvi” o per “adeguarvi al perpetuo e vitale cambiamento necessario all’azienda”, non meravigliatevi: è tutto “normale”. Per non parlare poi della storie raccontate nelle campagne elettorali cosiddette “permanenti”, che tanto affascinano la gente che ne parlano in maniera spropositata ovunque si trovino, diventando in questo modo dei storyteller a tutti gli effetti, dei cantastorie… Insomma vi è una proliferazione inquietante di storie per ogni cosa, avverte Salmon, tanto da affascinarci e sedurci ma, alla lunga, renderci davvero rinsecchiti di storie propriamente nostre... Addirittura viene utilizzato nel linguaggio di strada ora che ci penso, quando in ambienti “particolari” si dice che quella partita “è proprio una bella storia zio, vai tranquillo...” Insomma, incominciate a fare anche voi questo giochino e vi renderete conto, come me, che è piuttosto difficile uscirne: le storie artificiali sono ovunque, e, tramite esse vogliono controllarci indiscriminatamente... “Per quale ragione si chiede ai lavoratori di un’impresa di rompere il silenzio [e quindi gli si chiede, diversamente, di raccontare la propria storia], dopo averglielo imposto per tanto tempo? Come spiegare loro che quello che fino ad allora era considerato una prova di obbedienza e di disciplina è diventato un freno al cambiamento e all’innovazione? Si tratta forse della promessa di una nuova democrazia sociale?” Macché... Io, da parte mia, apro un vero libro, dove c’è una vera storia in comunione con un’altra mente, convinto di quel suo genuino modo di comunicare solamente, solo con me, e non per controllarmi, ma per condividere, spargere l’immenso sapere... Voi fate quello che credete sia giusto per voi: vedetevi un vero film, osservate un quadro mozzafiato, qualsiasi altra sincera e appassionata storia, qualsiasi... 

lunedì 9 settembre 2013

Bruxelles Amarcord (capitolo 1)

Bruxelles, Bruxelles… Che diavolo di città è Bruxelles?

Inizierò con un affresco generale,

poi passerò alle cose un po’ più serie (vedi Birra belga).

Rovistando tra i miei ricordi “spazializzati” direi, tanto per iniziare, che la prima cosa che salta subito all’occhio, quando approdi in questa “capitale delle capitali” e per un attimo ti distrai e alzi lo sguardo, è la raffigurazione del cielo, un cielo dipinto da strisce bianche e fumanti di aerei che sfrecciano in tutte le direzioni; ne risulta un drappeggio reticolare, una testimonianza evidente di ciò che rappresenta questa città da un punto di vista nevralgico: un crocevia ininterrotto di passaggi e di scambi culturali che si avvicendano e si animano scambievolmente. Di converso, la trasposizione in terra di ciò che accade in cielo trova il suo culmine in una città-multidimensionale, a tratti in preda a disparati localismi e a tratti influenzata globalmente; fortemente istituzionalizzata da un lato per poi proporre la sua contraddittoria diversità appena svoltato l’angolo. Infatti, linguaggi e gesti multiformi si susseguono origliando e passeggiando per i boulevard e, una volta entrati nel metrò, si fa fatica a distinguere le particolari nazionalità delle persone che la popolano: alle lingue ufficiali della città – Il francese e il neerlandese – pare che si assecondino altre mille lingue, in cui l’eventuale “comunione dei beni” o il necessario punto di contatto sfocia, solitamente, in un inglese “salvifico”. Le comunità ufficiali dello Stato Belga – ovvero quella Vallone e quella Fiamminga – vivono a Bruxelles a stretto contatto, condividendo spesso malvolentieri sia pezzetti di città sia le divergenze culturali di cui sono portatrici. Pare ovvio ormai constatare come, assieme ad esse, siano presenti numerose altre comunità: il mondo in miniatura può aver trovato una sua collocazione anche qui. Tra le altre, non indifferente, risulta essere la presenza italiana, radicata qui per ragioni storiche a tutti note. Per questo, come per altri motivi, la città assomiglia a un teatro, a una serie di palcoscenici in cui gli individui possono elaborare la loro magia personale assumendo molteplici ruoli; un vero e proprio alveare, con reti di interazione sociale così diverse e orientate verso obiettivi così diversi che la sua enciclopedia diventa un folle album pieno di ritagli colorati che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. Dunque mondi diversi separati in casa da linee invisibili che puoi attraversare e trasformare a tuo piacimento: “bene o male, la città vi invita a rifarla, a consolidarla in una forma in cui voi possiate vivere. Anche voi. Decidete chi siete, e la città assumerà nuovamente una forma fissa intorno a voi. Decidete che cos’è, e la vostra stessa identità sarà rilevata, come una mappa definita da una triangolazione. Noi le modelliamo a nostra immagine; esse, a loro volta, ci foggiano con la resistenza che offrono quando cerchiamo di imporre loro la nostra forma personale. In questo senso, mi sembra che vivere in una città sia un’arte, e abbiamo bisogno del vocabolario dell’arte, dello stile, per descrivere la particolare relazione che esiste fra l’uomo e la materia nell’incessante gioco creativo della vita urbana.” (Raban, J., Soft city, Londra 1974).