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lunedì 11 novembre 2013
Bruxelles Amarcord (capitolo 4)
Questo è un ricordo un po’ sfumato, di quelli che ne trai l’essenza e basta, quel tanto che ti occorre però per renderlo irrimediabilmente speciale. Ero a Bruxelles, come si evince dal titolo melanconico che, ormai per consuetudine, riserbo a questa sessione di post piuttosto a tema, ed ero, dicevo, assieme ad una banda italiana. “Banda” non è il termine più appropriato; diciamo più che altro una “scorribanda”, una scorreria ecco, come una folata improvvisa di una combriccola italiana apparentemente sprovveduta e accidentata e che, in uno specifico posto designato da una cartina tutta stropicciata della città, metteva in atto un saccheggio diligente e improvvisato, tutto con la massima resa e il minimo sforzo. Il posto specifico in questione era una specie di grande rimessa, di quelle che di aspetto non puoi che associare al deposito dei grandi magazzini, ma appositamente addobbata a marketing per ricevere un evento viticolo che avrebbe sfoggiato le prelibatezze perlate di fiumi e fiumi di quella varietà sfaccettata che può anche svelare (e chi l’avrebbe mai detto) il buon vecchio vino portoghese. Ora, non chiedetemi i nomi e le qualifiche annali dei diversi e importantissimi vini che erano a completa disposizione lì per tutti gli avventori, perché proprio non me li ricordo. Ho solo una luce mnemonica che mi proietta nelle altre luci di una tipica danza, quella danza che tra un banchetto e l’altro, tra un signore che tutto ingiacchettato centellinava dolcemente vini rossi pregiati in bicchieri altrettanto altisonanti, e ancora un altro, altri signorotti tutti esperti e appassionati, con le guance paffute e infuocate dalla passione del vino nelle vene sempre in circolo, quella danza dicevo che ti trasportava dove ti portava solamente la sapiente curiosità. Almeno questo era quello che pensavano loro, i signorotti tutti ben vestiti, e invece no: quale curiosità? Poteva anche essere, una specie di curioso approccio verso l’”alterità-fatta-a-vino”, ma... Diciamola tutta come stavano davvero le cose: ci eravamo solamente e senza mezzi termini imbucati in una danza completamente gratuita, agghindata di degustazione di vini portoghesi dalla consumazione praticamente illimitata e non convenzionale (ragionevolmente fino ad esaurimento scorte). E quindi questi simpatici signorotti gran bevitori, ma anche grandi illustratori di essenze, ti guardavano con quell’occhio esperto, cercando conferma in te del medesimo e identico luccichio di passione, quella stessa comunione di interessi che si rifaceva all’arte tanto decantata e gustativa e, con quel loro fare davvero accomodante tipico di quell’intimità piuttosto garbata, ti dicevano scorrevolmente e senza un minimo di pausa “Senta un po’, che ve ne pare?”, cercando l’effetto del probabile lustro illuminante che avrebbe provocato in te quella stessa ebbrezza odorata che provocava in loro, la stessa e studiata sciacquata di bocca e, infine, l’ingerimento compiaciuto nei meandri di tutto quel tuo corpo che non era che ormai inebriato. Ah quali momenti indimenticabili, davvero. Come avrete precocemente già afferrato da un pezzo diventammo anche noi dei veri esperti e appassionati e intenditori di vino, e davvero, chi ne ha più ne metta, perché sì, abbiamo fatto proprio così, ce ne inventammo di belle belle: tutte le qualifiche e attività più inculate di viticoltura biologica con i contro-cazzi ce l’avevamo e le operavamo noi; di punto in bianco eravamo diventanti gli autentici esperti del settore che non avevano alcun bisogno del sentito dire per approcciarsi ad un tal ben di Dio a completa (e gratuita) disposizione. E allora via davvero alle danze; da un banchetto all’altro, da un signore ad un signorotto simpaticone all’altro che ti versava da bere aggratis, in fiumi di vino che venivano e andavano, sì, proprio giù, a toccare le nostre anime commensali. Eh sì, perché non si trattava solo di vino in quel bizzarro magazzino, ce n’erano di prodotti e di tutti i tipi. Più che altro erano un mezzo indiscutibile per colmare il vuoto di pancia che sarebbe risultato brontolone piuttosto a breve se non pensavi subito a compensarlo a dovere. E dunque formaggi di tutti i tipi e salumi piccanti serviti ad hoc: tutte pietanze commisurate per l’esaltazione gustativa di quel maledetto liquido rosso che andava sempre di più giù, ad ogni sorsata di bicchiere. E poi c’era anche una delle attrazioni innovative a darti quella grinta giovanile in più, una specie di liquore portoghese molto dolce, un certo Licor Beirao, che andava mixato col lime o con la fragola, a tua scelta “Come lo desidera?” e tutto a tua completa e sempre disponibile concessione (ragionevolmente fino ad esaurimento scorte). Ma il re della serata era, ovviamente immaginabile, il Signor Porto, e che Porto: tanto era signore che si era moltiplicato in sette varianti della sua specie, e tutte accuratamente da provare, poiché ogni vitigno aveva la sua storia, la sua terra, e il suo modo così peculiare di fabbricazione armoniosa. E quindi danzavamo e sparavamo minkiate a go go, fingendoci intenditori dell’uno o dell’altro vino, e ne volevamo assaggiare di tutti i tipi, e ancora, mai davvero sazi, perché proprio non ci tornava, e volevamo ancora definire meglio le sorti di quelle splendide sensazioni che avrebbero inglobato tutti noi, per mente e per corpo. È inutile dire che fu una di quelle serata in cui l’occhiatina divertita in gruppo la faceva da padrone, e dove l’incredulità del tanto bere gratis si fondeva ad una negoziazione di sentimenti che ci rendeva uniti, tutti insieme, perché solo tutti insieme eravamo per la prima volta riusciti a vivere un’avventura propriamente nostra, dal sapore inconfondibilmente collettivo. Poi però, tutti brilli e leggeri, comprammo qualsiasi cosa, tutte quelle bottiglie di vino (e di Porto) che ci avevano di più colpito al palato, e l’intento finale di quei signorotti arguti era alla fin fine bello e compiuto; ma andava bene così, perché è dal diletto e dal divertirsi che nascono le cose migliori, e queste gentili persone, con le loro altrettante gentili offerte, non avevano fatto altro che farci assaporare il sole di quella loro e mai troppo inculata terra. E non è detto che tutta la condivisione che abbiamo di questo mondo debba sempre necessariamente consumarsi in un marketing bruto e brutale, no, assolutamente, perché può e deve esserci per forza sempre qualcos’altro, che vada al di là del fottere qualcuno per racimolare e fare il proprio dannato ed egoistico interesse; quel qualcos’altro che sempre ci unirà, oltre la disparità delle singole vedute opportunistiche; quel qualcosa di immateriale che scalfisce sempre la somma delle parti e sovrana, come il Porto, e ci accomuna, tutti, sempre, come in un’avventura collettiva nella felicità generalizzata, in un’esuberanza libera e interdipendente. Sempre.
lunedì 14 ottobre 2013
Bruxelles Amarcord (capitolo 3)
Dopo diverse traversie, ero riuscito finalmente a trovare una collocazione in terra straniera: strano ma vero. Era stata una conquista ardua, sudata, percorsa da km che disegnavano, di traiettorie solo mie, l’intera città sconosciuta, ma eccola lì: una casa-bomboniera che scintillava di candido pulito. Strano. Sì perché la maggior parte delle abitazioni a Bruxelles, riservate ai forestieri precari, non si presentano poi così tanto bene; eh no: ti deve andare proprio di lusso. E vi ho detto tutto. Ed ecco che tra quei rarissimi casi di fortuna, di cui ne vai tremendamente fiero a fronte di altri sprovveduti come te in cerca disperata, rientrò statisticamente anche il mio: un’autentica botta di culo inaspettata. Una casa non tanto grande ma graziosa, curata sin nei minimi dettagli, con un soggiorno da urlo e un piano di cottura in cucina da far invidia alle innumerevoli trasmissioni televisive che sfoggiano tanta arte culinaria al fuoco quanto pietanze stranissime tali da spiazzare completamente le tue gelose e minute conquiste in cucina lontane dalla mamma; ma questo è un altro discorso. Dicevo dell’appartamento; uno di quelli che rientra solo lontanamente nella casistica degli appartamenti fuori-sede, una sede lontana da sogno. Almeno era quello che si percepiva stando nel nido privato di raccoglimento, di ristoro, di rientro dal tram tram della giungla cittadina, eh sì, perché là fuori era tutto completamente e diametralmente diverso. Devo dire, però, che il quartiere immediatamente limitrofe, tutto sommato, non era poi tanto male: ricordava i tanti sobborghi carini e residenziali, di quelli accessoriati di un pizzico di storia alle spalle, e ti rendevi immediatamente conto di toccare con mano un sentore fiammingo che si affacciava alla vicina tulipana Olanda. Quello che avvertivi dopo, immediatamente attraversato l’uscio di quel quartiere quasi asettico-temporale, non aveva nulla a che fare con la strada di casa mia, forse con la città intera, ma che dico, probabilmente con l’intero continente europeo preso per le sue generalità... E mi chiederete giustamente il perché, e io allora ve lo spiego con spassionato riscontro. Eh sì, perché quello che lambiva il mio appartamento, aldilà della zona d’area immediatamente successiva, non c’entrava davvero nulla con tutto ciò che osservavo con gli occhi annaspati ogni volta che mettevo piede fuori casa, a quelle orrende e tremendamente fredde ore del mattino, quando un sole che non c’era mai manco si era svegliato, e quando lo faceva, così, a stento, si comportava esattamente come un capriccioso dittatore dispotico, che impartiva ordini per ogni dove a lastre di nuvole capricciose e grigie, dispensando, a più riprese, la sua umida, lontana, fredda autorità (del sole dispotico). E quindi dopo qualche passo ti ritrovavi immerso in un altro mondo, letteralmente, fatto di strade colonizzate da una cultura che percepivi da subito lontano dalla tua, e le cui etichette dispensavano ad ogni occasione scritture corsive e ricamate; anche i negozi esponevano insegne di quel tipo, avvertendoti che lì, sì, proprio su quella terra che stavi calpestando distrattamente, la tua di cultura (qualsiasi essa fosse stata) proprio non era riconosciuta in quel contesto fuori da quello specifico mondo, o quasi. Sinceramente non ho mai pensato che ci fosse una specie di netto rifiuto da parte della gente che popolava quei luoghi, una sorta di status auto-conclamato che li differenziava marcatamente dagli altri; no, nulla di tutto questo. Piuttosto era una sorta di auto-percepita esclusività, tipica di quei sistemi che vogliono gelosamente custodire le loro tradizioni e non ne vogliono proprio sapere, proprio perché non vogliono barattare le loro regole o tradizioni o cerimonie per nessun’altra cosa al mondo. E quindi dopo tutte queste osservazioni da novello sociologo immerso in un contesto sconosciuto capii di essere di fronte ad una terra altra, che determinata gente del posto, diversa da quella appena descritta, etichettava come “Arabia Saudita”. Ebbene sì, vivevo alle porte di parte dell’Islam: non suonavi neppure il campanello e c’eri dentro, imbevuto, e accolto fino al midollo. E fino a qui nessunissimo problema, direi. Fino a quando però seppi che la stazione della metropolitana più vicina (la famosa Bekkant, e chi se la scorda... Che razza di nome è Bekkant??), che ogni giorno attraversavo per prendere il mio solito quotidiano treno sporchissimo che mi conduceva a lavoro, era stata, nel recente passato (la zona prossima a quella stazione), teatro dei delitti più efferati: omicidi, stupri, sparatorie, spaccio di quello pesante di roba altrettanto pesante, e così via... Insomma: un posto che era meglio evitare o, alla peggio, da frequentare con due occhi grandi così. Ed io con la mia aria da flaneur, da naif sprovveduto e ignaro, osservavo e a volte addirittura sorridevo con compiacenza a tutta quella popolazione così diversa (perché i visi e i volti erano davvero così diversi), che non aveva nulla da spartire con tutti gli altri visi e volti sparsi e formicolanti per tutta la città (e sia bene inteso, non erano solo arabi quelli che mi circondavano, ce n’era per tutti). E quindi un bel giorno conobbi un mio nuovo collega appena sopraggiunto in terra bruxellese e, poverino, in cerca anche lui disperata di una sistemazione all’arrembaggio, mi chiese per favore ospitalità nel frattempo, in attesa di tempi migliori. Ovviamente lo ospitai, anche perché un qualcosa mi diceva che saremmo diventanti tanto complici di quelle miriadi di avventure che ci aspettavano anzitempo, e su questo, non mi sbagliavo affatto. Infatti capitò che in quei giorni, di gradevole e tranquillissima ospitalità, gli feci visitare il mio quartiere e, anche lui, un po’ spaesato nella mia stessa misura, condivideva con me le bizzarrie proteiformi che avevamo di fronte: questi scorci di città spaccata diversissimi l’uno dall’altro, una città tipicamente postmoderna che, come un puzzle senza senso, mette insieme i più disparati linguaggi e paesaggi senza nessun apparente nesso logico. E allora una sera, in questo teatrino delle meraviglie, ci imbattemmo in un bar veramente losco all’apparenza, di quelli che proprio non gli dai due soldi visto dall’esterno, una catapecchia che si regge in piedi su quei muri smerdati di piccione. E arrivò quel fatidico momento in cui ci si guarda incuriositi e sorridenti e, tra quei nostri sguardi reciproci, cominciò a saettare, insinuandosi, un “ci proviamo?”, e ci provammo. Per una birra, poi, di quella genuinamente belga, nessuno è morto mai... Il posto non era affatto male, più per la tipologia di persone che lo popolavano che per il resto. Era uno di quei bar in stile familiare, gestito da gente davvero paciona e tranquilla dove potevi rilassarti per veramente stare in assoluta comunione col mondo, e bere. Non potevamo desiderare altro: una serata rilassata all’insegna del folklore più intimo e inaspettato, incuneato negli interstizi di quella pittoresca città. E tutti cantavano, chiacchieravano animatamente; famiglie con carovane di bambini che vivevano le loro sacre ore del riposo all’insegna dell’anelata e sempre presente per tutti noi comuni mortali sorella birra. E noi uniti nel cerimoniale più melodioso, circondati da una lingua francese veramente strascicata, e davvero lontanamente elegante, ma animata dalla generosità rincuorante da fuocherello accesso in un bosco di quelle formose persone (sì la barista, identifichiamola così, anche se affaccendata in tutt’altre faccende, era formosa e bella in carne e costantemente sorridente = tanto alcol inalato e non solo), dicevo di queste persone che ti inglobavano nel loro mondo, e chi davvero, chi se lo aspettava. E dopo svariate bevute che consistevano in quelle prelibatezze belghe dorate ne uscimmo intrisi di tutto: di festa, di candore nostalgico dei bei tempi andati (ma che lì stranamente erano ancora presenti) e una luna, sorprendentemente una luna che, finalmente fattasi spazio sgomitando tra quei soldati di nuvole instancabili e umide nella loro tristezza piovosa costante, ci ammiccava da lontano (sempre quel miraggio di luna) e ci sorrideva sghemba, luminosa, tra i cerchi fumosi di un caldo alcolico che era finalmente e propriamente interiore.
domenica 22 settembre 2013
Bruxelles Amarcord (capitolo 2)
Ero riuscito a trovare una sistemazione di fortuna. Una signora ultra-gentile mi diede il benvenuto nel suo condominio di periferia, in una camera singola, su, tra quelle uni-personali all’ultimo piano che, un tempo – mi informarono come una curiosità da sapere simpaticamente – erano destinate al personale di servizio. Un bagno che assomigliava più ad un ripostiglio senza finestra era collocato all’esterno di quella camera, proprio a due passi da lì e la sera, sistematicamente, mi ritrovavo a vivere ciondolante tra quei due spazi: assaporavo la mia loquace solitudine come mai era successo prima. In quel frangente momentaneo della mia vita cercavo disperatamente casa, a Bruxelles, e mi trovavo, come già detto, in un quartiere piuttosto ai margini della città, dove si poteva ammirare una struttura maestosa costruita dagli americani ai tempi della guerra fredda: un atomo di ferro gigantesco che, col passare degli anni, divenne il simbolo turistico indiscusso di tutta la città. Passavano i giorni, e il mio peso-forma mi abbandonava lentamente: tutte le riserve gastronomiche pugliesi che avevo accumulato durante l’estate mi dicevano Ciao e inesorabilmente, senza accorgermene, riducevo ogni giorno i frammenti rimasti di quel personale cordone ombelicale reciso ormai da tempo. Quelle mattine le ricordo nitidamente, come se fosse ieri, e lo scorrere del cursore sul PC dettava i ritmi affannosi di quelle giornate piene di indirizzi spalmati per la città; di numeri di telefono dagli interlocutori sempre a sorpresa (soprattutto dal punto di vista linguistico); e di immagini di appartamenti diversi tra loro ma che poi finivano per assomigliarsi tutti nel loro ultimo intento, dato che la mia cogente aspirazione del momento le racchiudeva tutte sotto lo stesso e unico ombrello: una qualsiasi collocazione in una nuova città, un posto qualsiasi, per una nuova e diversa e trepidante avventura. Le mattinate passavano veloci, tra visite in veri e propri tuguri o, diversamente, in carine casette in stile confetto di quelle che trovi isolate nei loro recinti verdi di prati, come nei sobborghi americani. Il cielo di settembre, stranamente, era molto alto e terso, e il sole padroneggiava sovrano. Le tipiche nuvole grigie piane e basse di quella città non facevano ancora capolino alle sensazioni costantemente bagnate che avrebbero caratterizzato i mesi a venire, per la maggior parte piovosi ma accessoriati di una specie tramonti che, a volte, davvero, ti sorprendevano togliendoti il fiato. Dopo le diverse mattinate passate a vivisezionare la città in un lungo e in largo, sottoterra in una lugubre metropolitana o in superficie tra stradine e stradoni tutti ancora da scoprire, passò un’intera settimana e, ancora, non avevo trovato una mia collocazione nel mondo. Così la sera, dopo cena, mi rifugiavo in quella camera su in alto, lontano da tutto e da tutti e amavo contemplare le luci della città da quell’esile finestra, e ascoltarne il tiepido fragore di suono che emettevano timidamente: luci intermittenti di caselle di vita in via di riposo, pronte a sfrecciare nuovamente il giorno dopo per riprendere il loro ritmo consueto. Pensavo alle mie possibili combinazioni future, chi sarei diventato in quel posto tanto nuovo quanto ancora lontano dalla mia carica esperienziale di vita. In qualche modo però anch’io trovai il mio ritmo. Dopo alcuni giorni passati sempre camminando i miei occhi ricevevano di riflesso un lustro completamente nuovo, di quel genere che possono donarti solamente i nuovi luoghi visitati e le disparate curiosità che custodiscono segretamente. E così, tra quelle curiosità, vedevo sbandieranti ombrelloni da pubblicità contraddistinti da nomi di birra improbabili e, sotto la loro ala protettiva, più volte trovai conforto e riparo: delle vere e proprie dolci pause riflessive che mi portarono a conoscere gente di tutti tipi e a scoprire i più sconosciuti bar degli angoli più inculati della città. Era un tardo pomeriggio, orario aperitivo, e capitai in un bar molto puzzoso di formaggio con stecchini incorporati, i quali richiamavano, suadenti, i diversi calici di birra armati al loro fianco. Beccai un signore, sulla sessantina, seduto solo ad un tavolo, mentre gli altri signori/e sparsi/e per il locale ballavano ubriachi e lenti al suono di melodie americane. Il tipo, non so per quale motivo, si accorse che ero italiano (strano, dato che il mio aspetto non è proprio un indice impeccabile di riconoscimento dell’italianità) e, con un italiano sgangherato di miniera, mi invitò a sedere con lui. Fu una bella chiacchierata. Mi raccontava la mia situazione del momento con gli occhi del suo passato e cercava di darmi più suggerimenti che poteva, delle vere e proprie lezioni di vita gratis dettate dall’alcol, tutte incentrate su quella città che mi stava pian piano accogliendo. Tra le scanalature dorate di bicchieri che lentamente venivano vuotati ogni tanto volgeva lo sguardo alla vetrina del locale che dava sulla strada battuta di gente, e, tra le tante cose che mi disse in maniera incondizionata, me ne rimase impressa una in particolare, per sempre; mi osservò e mi disse: "Di una sola cosa sono sicuro di questa vita; che il sole, fino a quando splenderà, qualunque cosa accada, sorge e sorgerà sempre per tutti, senza distinzioni."
lunedì 9 settembre 2013
Bruxelles Amarcord (capitolo 1)
Bruxelles, Bruxelles… Che diavolo di città è Bruxelles?
Inizierò con un affresco generale,
poi passerò alle cose un po’ più serie (vedi Birra belga).
Rovistando tra i miei ricordi “spazializzati” direi, tanto per iniziare, che la prima cosa che salta subito all’occhio, quando approdi in questa “capitale delle capitali” e per un attimo ti distrai e alzi lo sguardo, è la raffigurazione del cielo, un cielo dipinto da strisce bianche e fumanti di aerei che sfrecciano in tutte le direzioni; ne risulta un drappeggio reticolare, una testimonianza evidente di ciò che rappresenta questa città da un punto di vista nevralgico: un crocevia ininterrotto di passaggi e di scambi culturali che si avvicendano e si animano scambievolmente. Di converso, la trasposizione in terra di ciò che accade in cielo trova il suo culmine in una città-multidimensionale, a tratti in preda a disparati localismi e a tratti influenzata globalmente; fortemente istituzionalizzata da un lato per poi proporre la sua contraddittoria diversità appena svoltato l’angolo. Infatti, linguaggi e gesti multiformi si susseguono origliando e passeggiando per i boulevard e, una volta entrati nel metrò, si fa fatica a distinguere le particolari nazionalità delle persone che la popolano: alle lingue ufficiali della città – Il francese e il neerlandese – pare che si assecondino altre mille lingue, in cui l’eventuale “comunione dei beni” o il necessario punto di contatto sfocia, solitamente, in un inglese “salvifico”. Le comunità ufficiali dello Stato Belga – ovvero quella Vallone e quella Fiamminga – vivono a Bruxelles a stretto contatto, condividendo spesso malvolentieri sia pezzetti di città sia le divergenze culturali di cui sono portatrici. Pare ovvio ormai constatare come, assieme ad esse, siano presenti numerose altre comunità: il mondo in miniatura può aver trovato una sua collocazione anche qui. Tra le altre, non indifferente, risulta essere la presenza italiana, radicata qui per ragioni storiche a tutti note. Per questo, come per altri motivi, la città assomiglia a un teatro, a una serie di palcoscenici in cui gli individui possono elaborare la loro magia personale assumendo molteplici ruoli; un vero e proprio alveare, con reti di interazione sociale così diverse e orientate verso obiettivi così diversi che la sua enciclopedia diventa un folle album pieno di ritagli colorati che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. Dunque mondi diversi separati in casa da linee invisibili che puoi attraversare e trasformare a tuo piacimento: “bene o male, la città vi invita a rifarla, a consolidarla in una forma in cui voi possiate vivere. Anche voi. Decidete chi siete, e la città assumerà nuovamente una forma fissa intorno a voi. Decidete che cos’è, e la vostra stessa identità sarà rilevata, come una mappa definita da una triangolazione. Noi le modelliamo a nostra immagine; esse, a loro volta, ci foggiano con la resistenza che offrono quando cerchiamo di imporre loro la nostra forma personale. In questo senso, mi sembra che vivere in una città sia un’arte, e abbiamo bisogno del vocabolario dell’arte, dello stile, per descrivere la particolare relazione che esiste fra l’uomo e la materia nell’incessante gioco creativo della vita urbana.” (Raban, J., Soft city, Londra 1974).
Inizierò con un affresco generale,
poi passerò alle cose un po’ più serie (vedi Birra belga).
Rovistando tra i miei ricordi “spazializzati” direi, tanto per iniziare, che la prima cosa che salta subito all’occhio, quando approdi in questa “capitale delle capitali” e per un attimo ti distrai e alzi lo sguardo, è la raffigurazione del cielo, un cielo dipinto da strisce bianche e fumanti di aerei che sfrecciano in tutte le direzioni; ne risulta un drappeggio reticolare, una testimonianza evidente di ciò che rappresenta questa città da un punto di vista nevralgico: un crocevia ininterrotto di passaggi e di scambi culturali che si avvicendano e si animano scambievolmente. Di converso, la trasposizione in terra di ciò che accade in cielo trova il suo culmine in una città-multidimensionale, a tratti in preda a disparati localismi e a tratti influenzata globalmente; fortemente istituzionalizzata da un lato per poi proporre la sua contraddittoria diversità appena svoltato l’angolo. Infatti, linguaggi e gesti multiformi si susseguono origliando e passeggiando per i boulevard e, una volta entrati nel metrò, si fa fatica a distinguere le particolari nazionalità delle persone che la popolano: alle lingue ufficiali della città – Il francese e il neerlandese – pare che si assecondino altre mille lingue, in cui l’eventuale “comunione dei beni” o il necessario punto di contatto sfocia, solitamente, in un inglese “salvifico”. Le comunità ufficiali dello Stato Belga – ovvero quella Vallone e quella Fiamminga – vivono a Bruxelles a stretto contatto, condividendo spesso malvolentieri sia pezzetti di città sia le divergenze culturali di cui sono portatrici. Pare ovvio ormai constatare come, assieme ad esse, siano presenti numerose altre comunità: il mondo in miniatura può aver trovato una sua collocazione anche qui. Tra le altre, non indifferente, risulta essere la presenza italiana, radicata qui per ragioni storiche a tutti note. Per questo, come per altri motivi, la città assomiglia a un teatro, a una serie di palcoscenici in cui gli individui possono elaborare la loro magia personale assumendo molteplici ruoli; un vero e proprio alveare, con reti di interazione sociale così diverse e orientate verso obiettivi così diversi che la sua enciclopedia diventa un folle album pieno di ritagli colorati che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. Dunque mondi diversi separati in casa da linee invisibili che puoi attraversare e trasformare a tuo piacimento: “bene o male, la città vi invita a rifarla, a consolidarla in una forma in cui voi possiate vivere. Anche voi. Decidete chi siete, e la città assumerà nuovamente una forma fissa intorno a voi. Decidete che cos’è, e la vostra stessa identità sarà rilevata, come una mappa definita da una triangolazione. Noi le modelliamo a nostra immagine; esse, a loro volta, ci foggiano con la resistenza che offrono quando cerchiamo di imporre loro la nostra forma personale. In questo senso, mi sembra che vivere in una città sia un’arte, e abbiamo bisogno del vocabolario dell’arte, dello stile, per descrivere la particolare relazione che esiste fra l’uomo e la materia nell’incessante gioco creativo della vita urbana.” (Raban, J., Soft city, Londra 1974).
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