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mercoledì 8 ottobre 2014

Chiacchierata con Jean Baudrillard

"Garanzia Giovani": un altro slogan vuoto, inetto, così ripetitivo nella sua deleteria insignificanza: altra presa per il culo. Angelino, un emerito idiota. Anna Maria (Forza quel bel Paese che è l'Italia), scomparsa del corpo: manifestazione dell'osceno...
La scena girevole del transpolitico.
Far circolare un massimo di responsabilità a vuoto equivale a far esplodere l'irresponsabilità generale, e dunque a far saltare il contratto sociale. La regola del gioco politico è abolita non da una preciso esercizio della violenza, ma dalla circolazione impazzita di atti e di imputazioni, di effetti e di cause, dalla messa in circolazione forzata dei valori di stato, come la violenza, la responsabilità, la giustizia... Questa pressione è fatale per la scena politica.
Tutto ciò che dimentica questa scena e questa padronanza dell'illusione per dedicarsi alla semplice ipotesi e alla padronanza del reale cade nell'osceno. Il modo di apparizione dell'illusione è la scena, il modo di apparizione del reale è l'osceno.

Perché la sola sovranità è nella padronanza delle apparenze (che ci salverà). La sola complicità è nella comunanza collettiva dell'illusione e del segreto (le uniche che ci daranno speranza e che sono prive del non-senso: perché l'illusione il senso ce l'ha sempre avuto).
Tutte cose che, nell'era del transpolitico, nell'era dell'esacerbazione di tutto, dove il caso ci ha sprofondato in un'incertezza anormale che ci induce a reagire con un eccesso di causalità e di finalità, stiamo quasi definitivamente per perdere...

Il reale non cede a vantaggio dell'immaginario, cede a vantaggio del più reale del reale: l'iperreale. Più vera del vero: tale è la simulazione.
La presenza non cede di fronte al vuoto, cede di fronte a un raddoppiamento di presenza che cancella l'opposizione della presenza e dell'assenza.
Nemmeno il vuoto cede di fronte al pieno, ma di fronte alla pletora e alla saturazione - più pieno del pieno, tale è la reazione del corpo nell'obesità, del sesso nell'oscenità, la sua abreazione al vuoto.
Il movimento non scompare tanto nell'immobilità quanto nella velocità e nell'accelerazione - nel più mobile del movimento, se così si può dire, e che lo conduce all'estremo mentre lo spoglia di senso.
La sessualità non dilegua nella sublimazione, nella repressione e nella morale, è molto più certo il suo dileguare nel più sessuale del sessuale: il porno. L'ipersessuale contemporaneo dell'iperreale.
Più in generale, le cose visibili non trovano fine nell'oscurità e nel silenzio - svaniscono nel più visibile del visibile (vedi Facebook): l'oscenità.

lunedì 15 settembre 2014

Il senso di devozione per l'illusione

Se lo Stato è assente, il popolo se ne crea un altro tutto per sé, su misura, dove delinquere può diventare normale e la norma di quella normalità vede il più furbo o il più forte prevalere sugli altri. Se lo Stato non riesce ad infondere un sentimento collettivo, una reciproca comunanza in cui, cascasse il mondo, tutti si possano sentire riconosciuti e valorizzati, allora ogni individuo si ritrova spaesato, e privo di questa importante garanzia il suo contributo alla società si declinerebbe senza dubbio in un'ottica di sopravvivenza spregiudicata, in una traiettoria di vita che è chiaramente individuale; votata all'isolazionismo più che alla condivisione; destinata ad un futuro privo di quell'illusione salvifica di cui è fatta l'intera vita: come l'illusione della piccola ed intermittente luce di stelle, che dal firmamento quasi del tutto ignoto giunge fino a noi, in differita.
Si tratta di un'illusione poiché magari quelle stelle non ci sono più, e a noi quella luce arriva semplicemente in un ritardo di milioni di anni. Ma è chiara la salvezza che deriva dal fatto di non percepire la loro luce tutta quanta assieme. In quel caso, oltre a non saper più distinguere nulla, si perderebbe il tatto per le cose veramente importanti, e senza dubbio la mancanza di un cielo così lattiginoso e spolverato di luminescenze non alimenterebbe più il mistero esistenziale; quello stesso mistero che ci permetterebbe, in un'inconsulta stretta di mano, di andare avanti nel nostro cammino. Quindi l'illusione è la possibilità del diverso; tale diversità è cambiamento e costruzione: elementi fondamentali per il procedere umano.      
Certo, ogni agire sociale è prima di tutto individualistico, personale e bisognoso delle necessità immediate. Ma queste ultime prendono forma e vivono solo in un senso sociale, che è organizzato e tacito, e permette la sorprendente coordinazione di diversità ed eterogeneità individuali mozzafiato; un bacino inesauribile se ci si ferma un attimo a pensare. Ecco: è esattamente il tipo di coordinazione sociale vigente che si è andata ad inceppare, che non funziona più, e che non rende, ai popoli, un tipo di giustizia che si avvicina ad una che può essere chiamata umana.
Troppo della ricchezza e delle ultime risorse rimaste viene accumulato in poche mani, sadiche e spietate. E troppo poco, viceversa, rimane sulle braccia di chi, stanco per aver lavorato onestamente una vita, si ritrova a dover combattere ancora, e ancora, solo per strappare un sorriso alle persone care. Non va bene così. Le opportunità devono essere equamente distribuite. Le possibilità di redenzione personale devono trovare un comune accordo in una collettività che esalta le qualità del singolo, perché uniche e preziose per le assetate e bisognose comunità.
Chi detiene e pratica e preserva quelle qualità deve poterle spenderle localmente, affinché ci sia una ripercussione sana e positiva in senso globale. Pensare globalmente e agire localmente è una strada positiva, ma solo se i contesti in cui la si intraprende riconoscano le risorse dei soggetti, mettendole a sistema, valorizzandole e permettendone uno sviluppo cosciente. Evitando quindi una loro mortificazione, che arriva subito in senso "assistenziale" qualora quelle stesse risorse risultano impoverite e in deficit. Il puro assistenzialismo non serve a nulla, non costruisce proprio nulla: sperpera solamente quei pochi aiuti rimasti. Quest'ultimi, al contrario, dovranno essere spesi per uno sviluppo personale e cosciente delle risorse personali, e ciò significa riattivare quelle stesse risorse latenti, ed espanderle, e immetterle nel circuito della comunità sfilacciata di legami sociali.  
Non esistono solo le risorse economiche: bisogna estirpare dalla testa questo cancro onnipresente. Non è che da questo tipo di risorse si ricavano tutte le altre importanti alla vita. Non è che aumentando a dismisura questo tipo di beni materiali si ottiene poi automaticamente un benessere diffuso, condiviso. È una visione sbagliata questa.
Le risorse umane, quelle spirituali per semplificare, creano col tempo le prime, ma ci vuole pazienza, lungimiranza, senso di devozione: occorre la canalizzazione di pratiche sane e decenti alla vita buona. Solo così, con il lavoro sociale nel sociale e per il sociale si può avere la ghiotta probabilità di moltiplicare la ricchezza, una ricchezza fatta di testa e braccia che è però prima di tutto umana.

martedì 2 settembre 2014

The Ciociaro's chronicles

Premessa

Questo è un racconto a puntate di alcune gesta, le gesta di un grande italiano medio – "medio" per un modo di dire che si rifà ad un immaginario collettivo arenatosi, ancora, nelle attuali – quanto inutili – classificazioni derivanti da una concezione di stratificazione sociale non più esistente; ma qui, per inciso, benché sia in atto una riconfigurazione globale della società tutta, si riprenderà, con estrema fedeltà, il termine (medio) in questione nella sua concezione desueta (ma, ripeto, ancora ampiamente dominante), poiché questa raccolta non ha nessunissima pretesa di deludere quell'immaginario consuetudinario in cui, ancora, il lettore si orienta più facilmente e senza esitazioni (anche se, è doveroso dirlo, diversi cambiamenti piuttosto evidenti della e nella struttura sociale hanno indotto certi scricchiolii non indifferenti che hanno, e stanno, generando smarrimento generale – chiusa parentesi). Proprio per questo motivo, sempre lui, il lettore, potrebbe dunque serbarsi in questa sede, – a fronte di uno scenario, diciamo così, più familiare – una possibilità convinta di trarne più agevolmente le sue personali coordinate di senso.
Detto questo, si procederà ad una descrizione preliminare e sommaria del nostro inimitabile personaggio – unico nel suo genere poiché è praticamente impossibile emularlo: toglietevelo dalla testa! – prima di addentrarci nelle peripezie più incredibili e forsennate del Nostro.
Quando dico "medio" è anche, più che altro, per un esercizio di semplicità. Difatti il nostro caro Ciociaro è considerato il re di coloro che possono essere etichettati nella categoria sociale media in quanto, pur accentuando le loro tipiche dinamiche relazionali, ed essendo a conoscenza delle più infime e congeniali loro strategie di comportamento e/o atteggiamento, egli trae tutto il vantaggio personale possibile prendendosi costantemente beffa di loro – solitamente alle loro spalle e con una donna-vetrina al suo fianco.
Stiamo parlando, per farla breve, di un animale sociale spietato che, nella sua illusoria accondiscendenza perenne verso gli altri, e nel suo perbenismo ultra-accentuato da rione, mostra senza alcuna esitazione una facciata statuaria (e sempre impeccabilmente pettinata) di chi dice di saperla sempre lunga, ottenendo inoltre e indiscriminatamente servigi a suo unico vantaggio porgendo, a chi gli è attorno (ma solo ogni tanto, giusto per far vedere), gli spiccioli rimasti della somma di notorietà da lui guadagnata. Così, ostentando e lasciando immaginare una ricchezza e/o nobiltà d'animo senza precedenti, detta i ritmi della moda passeggera che lui, principe fra tutti, permette solamente di annusare; perché fino a quando tutti gli altri saranno a malapena riusciti ad ottenere un granello di ciò che lui impersonifica qui ed ora, egli stesso sarà già lontano anni luce dal presente sogno agognato dagli altri, pronto come sempre è a renderlo immediatamente anacronistico (sempre quel sogno) ai suoi occhi, adocchiando sempre – con un intuito a dir poco sovrumano – nuove mode, e depredando improbabili sacche di mercato ovviamente fino ad ora sconosciute ai più.
Un ulteriore chiarimento, inoltre, è dedicato al termine "ciociaro". Salvo creare sconvolgimenti indentitari nei confronti di tutta la popolazione di origine o tutt'ora residente/domiciliante nel lembo di terra dell'appunto rispettabilissima Ciociaria, si vuole qui precisare che il termine in oggetto viene utilizzato solo ed unicamente come semplice appellativo di riferimento verso il nostro principale protagonista. Quindi, chi con quel termine si sente per ovvie ragioni in qualche modo toccato o chiamato in causa, deve sapere sin da subito che l'intento non è assolutamente quello di generalizzare.
Al contrario è, chiamiamola così, una simpatica connotazione affettiva che ha trovato spazio e sviluppo durante un'esperienza di vita condotta da alcuni personaggi piuttosto pittoreschi, in cui il Ciociaro, essendone stato a piene mani immerso, ha dimostrato le qualità esorbitanti della sua inarrivabile persona, spendendole e condividendole nel tragitto rocambolesco percorso  assieme a tutti gli altri. Dunque, questi personaggi compagni di avventure, avendo origini differenti, hanno individuato, in quel termine, il più naturale e spontaneo modo per riconoscere e identificare il Nostro. Tutto qui.

domenica 25 maggio 2014

Per D___

Un piccione, un piccione stava entrando dalla finestra. Strano, a volte questa città ne sembra sprovvista. Quando dormono, la notte, si posizionano sulle aste di ferro che trafiggono in alto i portici, e sembrano non muoversi mai: statue, simulacri ripiegati su se stessi: un accumulo muto di sporcizia sembrano lassù. Ma questa mattina c’è il sole, cosparso, e il sole con la sua onnipotenza spazza via ogni cosa: le nuvole veleggiano in un oceano blu e l’atmosfera sembra tutta leggermente accarezzata da anime riposate. Sarebbe bello ogni tanto spegnere il cervello e non curarsi del frastuono interiore: l’atto di spegnerlo significherebbe solo attivarlo su altri canali meno disturbati, solo questo. E va bene così.
Le persone possono essere compresenti anche senza esserlo: è una misteriosa fascinazione che ci fa ancora sperare, una connessioni di menti che dialogano da lontano, per dirsi semplicemente ciao, eccomi qui. Ma oggi quelle persone stanno quasi tutte male, un male interiore e generalizzato, senza prospettiva, e non fanno altro che riversare disperatamente il loro male su altre persone: a volte, davvero, non possono fare altrimenti. E allora si distanziano per non farsene ancora, bruscamente, e questo non è altro che un segno di indiscussa, anche se incontrovertibilmente contrastante, debolezza. “L'ingiustizia è una maestra rigida ma impareggiabile.” Probabile, caro Dave, probabile; come ogni cosa che sempre con l’occhiolino divertito e strizzato mi hai suggerito.
In questo giorni accorri spesso tra i miei pensieri, lo sai? Forse perché ho solo bisogno di ridere, e tu, a me, mi hai fatto sempre ridere un sacco. Quando ti leggevo, col tempo, hai fatto nascere in me una risata nuova, inedita, una risata che era un misto di stupore, di catartiche invenzioni, ma anche di cruda e spietata consapevolezza di ciò che ci gira attorno sbeffeggiandoci. Mi hai insegnato l’umiltà, quell’umiltà che ho incorporato sin da bambino, ma che ora si riflette lucida nei miei tentativi di riscoprirla. Quanto mi hai insegnato, forse da lassù non puoi capirlo, ma io cerco di spiegartelo lo stesso. Quando parlo di te agli altri vivi in ogni mia parola, e questo non può che essere un autentico miracolo. Come quei miracoli che dispensavi sulle pagine quasi senza accorgertene, quasi senza volerlo, e che s’imprimevano nella mia mente con una tale forza da invadermi dolcemente l’essenza; esattamente come una delle tante melodie dei Sigur Ros: melodie tutte e sempre solo mie, così diverse ad ogni rivisitazione acustica, in base ai miei stati d’animo. Un potere comunicativo che hanno in pochi, un modo di sapersi connettere con un’altra mente che mi lascia sempre felice nel pensare a quel giorno, in cui, incuriosito come non mai, cercavo chi tu fossi, tra quei libri dai titoli così bizzarri che erano associati al tuo nome di saggista, professore, scrittore intimamente americano.
Le tue note, le tue mille e infinite note, sono mondi difficili e buffi da affrontare, da padroneggiare, per una mente inesperta come la mia, mannaggia a te. Sono oltremodo arzigogolati, e pregni di quella premura che sa tenderti però sempre la mano, ad ogni occasioni bislacca di interpretazione, per non abbandonarti mai. Grazie. Quanto volte ho sentito che parlavi solo a me; quante volte ho sentito di poter essere seduto su di una comoda poltrona per ascoltare le tue sterminate peripezie pirotecniche.  
Avevi ragione, hai avuto ragione, tante volte. Ora che i miei occhi possono osservare quello che avevi prognosticato, questa società è come tu l’avevi immaginata tanto tempo fa. Come diavolo facevi? Ma si può sapere chi è che ti suggeriva le risposte? I manuali di sociologia che studiavo all’università, in comparazione a ciò che mi dicevi e mi raccontavi, erano una burla inutile e ripetitiva.
Forse ora starai ridendo di me, però io queste cose dovevo dirtele prima o poi. La gente è triste, come quando dicevi di aver scritto quel romanzo infinito pensando esattamente a loro: “non so come sia per voi e i vostri amici, ma so che la maggior parte degli amici miei è molto infelice”... “Succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili.”
E quando per la prima volta mi hai fatto conoscere Lenore tutto da quel momento è cambiato; da quel momento in poi tutte le cose non erano più come le avevo lasciate prima. Hai inventato una donna che non si poteva non amare, coccolare nelle sue contraddittorie manifestazioni, e poi l’hai fatta scomparire, nel risucchio di quel tuo burrascoso cilindro magico di romanzo, affinché vivesse per sempre dentro di me, e mi portasse ad immaginare un mondo di felicità che manco t’immagini. All’inizio ho pensato che volessi semplicemente prendermi per il culo, poi ho capito che mi stavi solo facendo uno dei tuoi tanti doni: sei terribile. “Tocca le cose con considerazione e quelle saranno tue; le possederai; si muoveranno o resteranno ferme o si muoveranno per te; si distenderanno e apriranno le gambe e ti cederanno le loro più intime giunture. Ti insegneranno tutti i loro trucchi.” Sai quante volte ci penso? L’ho sempre fatto, per quanto mi è parso possibile, e continuerò a farlo, anche se quelle cose possono e si animano bruscamente contro di me saprò di aver fatto sempre la cosa giusta.
Ti scriverò ancora, sappilo, perché un contatto diretto con te ormai ce l’ho da tempo: ha contraddistinto questi miei ultimi quattro anni di vita, ed è stata una delle sensazioni più piacevoli, divertite, intellettualmente impegnate che io abbia mai provato. Ma soprattutto, come scrisse quel traduttore “pazzo” che si innamorò a ragione di te, e cocciutamente per un anno intero fu intento nel tradurti per la prima volta al resto del mondo intero, per la prima volta in un’altra lingua diversa dalla tua, e cioè la mia, sfidando ogni scetticismo su quello che potevi trasmettere a tutti quanti perché non gli credevano, e lui battagliando di sudore riuscì nell’intento di regalarci per quanto possibile l'animo, la ricchezza dei tuoi pensieri, beh ecco, vorrei salutarti riprendendo le sue magnifiche parole, perché lui, quel traduttore italiano, anche lui ricordandoti ha toccato inesorabilmente le corde nel mio animo frustrato, rifocillandolo però, e riempiendolo di un’aria nuova; un’aria sicura di speranza in quel tuo atto tragico, in quel tuo strascico grido d’aiuto:

“Non starò a raccontarvi la vera e propria disperazione che quel 12 settembre del 2008 colpì me e molti altri dei suoi lettori e ci tenne per lunghi mesi in una morsa di dolore. Ognuno di noi ha un rapporto molto personale con la letteratura di David Foster Wallace. Come gli oracoli, sembra voler dire cose diverse a persone diverse. Ma oggi posso dire che non una delle sue parole ha cambiato significato, per me, dopo il suicidio. Mentre lo rileggo continuo a notare, anzi, quanto fosse frequente e potente il Comico, nella sua opera, e ci sono mattinate terse spazzate dal vento in cui sono sicuro di ritrovarmi a vivere dentro uno dei suoi giochi, d’essere un suo personaggio preso nella morsa d’una certezza ridicola e mordace, quella d’aver imparato a vivere da un suicida.”

"Per sempre lassù", e per sempre dentro di me. Ciao Dave, a presto (strizzatina mia, questa volta)       


venerdì 23 maggio 2014

Pane duro

Il pane duro è come il precariato: lungo a terminare.
Quando lo mangi senti un sapore stantio, di un qualcosa che è rimasto lì e di cui non si è potuto godere fino in fondo il profumo entusiastico dell’appena sfornato.
Quel momento iniziale, motivante e fragrante, viene spazzato via dapprincipio, con una spietata noncuranza di chi ti dice che, da subito, neanche il tempo di iniziare, hai un numero assegnato di scadenza inderogabile, proprio lì, stampato sulla tua non più tanto giovane fronte.
Proprio come il pane, che a distanza di pochi giorni si rende praticamente immangiabile, e il suo aspetto risulta venato da grumi di bianco secco; ogni tanto quei grumi li associ a quelle prime rughe che vedi farsi strada sul tuo volto allo specchio, quando speri che siano solo il risultato di gran risate al genuflettersi di occhi festosi, e poi, invece, scopri essere soprattutto il sottile risultato di un bacino premuroso di lacrime spossate, che scivolano e si incuneato presso di loro.  
Quando mastichi per tanto tempo il pane duro all’inizio non te ne accorgi, perché fondamentalmente hai fame; ma dopo un po’ cominciano a subentrarti inesorabili scosse alle mascelle che si propagano per tutto il cranio, ed è lì che ti rendi conto di quanto, a sentire interiormente quel fastidioso croccante stridio di crosta, puoi ritenerti ancora tutto sommato fortunato: riesci ancora ad ingerire qualcosa, a nutrirti in qualche modo, anche se il nutrimento non è dei migliori: ma tu butta giù, e vedrai che lo stomaco si riempie lo stesso.
Quando lo tieni in mano, sempre quel pane duro, senti che non deve essere buttato via, che non deve essere abbandonato al suo miserabile destino, e in quel frangente puoi associarlo al puro volontariato, o anche all’etichetta di disoccupato occupato in mille altre occupazioni: occupazioni non riconosciute dal capitalismo consumistico, dal capitalismo monetario; perché il lavoro, anche se dicono che non c’è, è diventato debole solo in questa accezione, e si è tramutato in tanto altro che già viene praticato, ma che fa fatica ad essere riconosciuto abbastanza per quello che realmente è, poiché non produce gli utili famelici per quel tipo specifico di consumo.
Ci sono tanti altri tipi di consumo, come i consumi valoriali, come le condivisioni di scambi avulsi da contratti formali, dove lo spirito dell’illusione che risiede nella sterminata individualità di ognuno prende corpo, e si manifesta nelle gesta dell’inventiva, nel luccichio intermittente e sensazionale dell’iniziativa inedita, nella sconfinata libertà umana.
Semplicemente il pane duro è un pane che non deve essere smaltito per poi semplicemente inquinare la nostra esistenza: va mangiato. Il concetto di lavoro che c’è dietro va modificato, e allora si accende il forno della fantasia che porta il nome dell’imprenditoria individuale e se ne fa una bruscetta, di quelle che ti ricordano tua nonna che quando eri piccolo te la preparava con parsimoniosa cura; di quelle leggermente dorate e con quel tocco di simpatico abbrustolito, che rende quel pane in un rinnovato stato di grazia; una grazia che può accogliere la giusta quantità di ciliegie di pomodoro decorate dal sale, e avvolte, infine, dall’abbraccio rincuorante di quell'olio leggero e profumato di fresco.
Bisognerebbe profumare la disoccupazione, e ravvivarla in quello che si cela al suo interno: chi ha detto che chi è disoccupato per i centri d’impiego – sparsi per ogni dove e davvero inutili – non sia per nulla e in qualche modo occupato? Chi ha detto che costui non si mobiliti altrimenti per immagazzinare cultura propria per poi espanderla, incanalandola nei circuiti virtuosi della collettività con cui entra in diretto contatto? Chi ha detto che chi verte in questa condizione semplicemente etichettata – che serve solo a rifocillare le false statistiche – non sia anche un infaticabile crogiuolo di smanettamento continuo che sta cercando con sudore e fatica esistenziale di riformattare per sé e per altri un genere di sapere diverso? Un sapere e delle pratiche non più arenate nelle logiche di quella generazione che dicono essere stata spazzata via e che non potrà più avere un misero barlume di ritorno?
Nessuno può dirlo, perché appena si sarà prodotta “la mutazione metafisica si sviluppa fino alle proprie estreme conseguenze, senza mai incontrare resistenza. Imperturbabile, essa travolge sistemi economici e politici, giudizi estetici, gerarchie sociali. Non esistono forze in grado di interromperne il corso – né umane né d’altro genere, a parte l’avvento di una nuova mutazione metafisica.”

Allora, se bisognerà mangiarne ancora di pane duro per disvelare quest’ulteriore mutazione si continuerà a farlo, decisamente, ma ci sarà chi, stanco di quel pano duro, lo abbandonerà spossato, nell’inquinamento della propria depressione esistenziale; e chi, invece, sarà sempre intento ad accendere tutti i forni impensabili dell’immaginazione, per poi finalmente sedersi tranquillo e rasserenato, felice di una stanchezza meritata, per potersi infine assaporare quell’anziana bruschetta rinvenuta che ha semplicemente il magnifico sapore di un Nuovo buono.

sabato 26 aprile 2014

La pensabilità della speranza

Sono a terra, sento che sono a terra. Sono lastricato, nient’altro.
È tutto buio attorno a me: la risacca del mare non c’è e l’asfalto mi stride in viso, severo. Tanto bella era la spensieratezza; peccato che se l’è portata via il vento, con le sue ragioni, e le sue giornate animate d’agosto, quando il fervido pullulare della sera andava risposandosi in quella candida stanchezza meritata a fine giornata e che non chiedeva più nulla, no, più nulla, se non il richiamo disinteressato di enormi e invisibili cicale nel loro battibecco infinito, un rimando ancestrale tremendamente confortante.
Un battito sordo, un tumulto appena passato, una confusione che lambisce le sfere della coscienza. E poi una luce, un’inspiegabile luce mi rischiara in viso e viene a cercarmi. Un soccorso repentino probabilmente, non saprei, ma chiaramente un-autentico-dono-salvifico.
Quando penso che sia tutto finito e non c’è davvero più nulla che si possa fare è proprio allora che si presenta la forma del riscatto, quello scatto umano che si riflette in una consapevolezza nuova, quella stessa che percepisci e che non sapevi minimamente di avere, prima. Sembra come se si sia formata a tua insaputa, pazientemente, nel rovo di una fucina lenta e saggia, che vuole darti consiglio, che prova a bisbigliarti ogni tanto, ma solo quando il suo pulsare è ancora timido e inesperto ai tuoi occhi, e sarà proprio per questo che, probabilmente, in quei primi immaturi frangenti, ne ignori completamente l’esistenza.
Tutto non è mai perduto, e se giaci al suolo e ancora respiri vuole dire che puoi rialzarti, prima o poi, con calma, puoi prenderti tutta la calma di questo mondo, il tempo c’è, c’è sempre stato...
Ho sempre pensato di avere un obiettivo nella vita, uno scopo prioritario: fare bene quello che sapevo fare meglio: impegnarmi, lavorare sodo, cercare curiosamente l’inspiegabile di uno spettacolo troppo forte per essere recepito tutto d’un fiato: la vita.
Ora, invece, mi ritrovo ad essere svuotato della mia essenza, di quell’unico senso che mi aveva sviluppato il mondo dinnanzi. E allora combattuto e chino reggo, al cospetto di una realtà all’apparenza vuota, la mia formazione, dettata dal ritmo di quel passato effervescente e carico di un esperienziale tutto mio, personale. E mi domando quanto ne sia valsa la pena, sì, quanto per la miseria, sì: questo costantemente mi chiedo.
Chi come me appartiene a queste generazione bruciata di diseredati dalle emozioni, dai desideri, dall’impulso vitale, questiona costantemente riguardo al suo futuro, un futuro gravido di incertezze: un chiodo fisso. Chi come me, dopo anni passati nel nomadismo più sfrenato di questa vita, si domanda se tutto il contenuto di senso di quegli attimi sacrificati alla propria gioia, alla propria tranquillità, alla propria spensieratezza, possa essere reso spendibile in un sistema sociale esterno che possa offrirgli, dopotutto, finalmente, un misero e sorprendente qualcosa: oggi questa domanda, a conti fatti e col senno di poi, può sembrare abbandonata, del tutto inevasa, di fronte ad una complessità fatta della stessa materia di quell’asfalto: severa. Una complessità a cui non siamo stati neppure lontanamente educati; sta qui il problema: la società è implosa – in quella sua nebulosa di astri maculati e così confusi – e noi, per l’amor del cielo, non siamo stati educati minimamente a cotanta complessità. Nei fatti non la conosciamo; manco riusciamo a immaginarcela (che è la cosa più importante).
Tuttavia, nulla è ancora così perduto. C’è ancora la gente, le gente come te, e io – si possa dire e pensare quello che si vuole – io credo sempre nella gente, brutta o bella che sia (brutta e bella per e in ogni accezione). E c’è ancora l’Europa, mamma Europa. Un esperimento mai concepito prima da luminari che ripudiavano in tutte le sue forme la guerra; nelle sue gestualità, nei suoi ritmi, nei sui malsani tatticismi strategici: la sua inumana politica andava a colpire proprio il contrario di ciò che dovrebbe sbandierare e rendere realizzabile la vera politica, quella seria, ovvero: il bene comune, il bene di tutti noi.
E quindi... Ampio respiro, fratellanza dei popoli, uguaglianza di diritti che surclassano i confini, affinché quest’ultimi non si traducano nella vera piaga del mondo globalizzato attuale: la disuguaglianza sociale senza esclusione di colpi; quella disuguaglianza che etichetta la gente innocente di colpe inesistenti: colpe create su misura per escludere. Questa piaga – la disuguaglianza sociale – purtroppo, è ancora definita e normata entro dei confini nazionali, all’interno di Stati-nazione che pretendono di bacchettare la vera essenza che ci unisce tutti: la consapevolezza e la forza di avere gli stessi diritti vitali su questo pianeta che stiamo martoriando, silente ma incazzoso nelle sue impetuose manifestazioni naturali che, violente, si sbarazzeranno del suo unico e vero cancro: il nostro dannoso e vigliacco lato oscuro che ormai ha superato davvero ogni limite.
E allora via i confini! Prendete una gomma bella grande e fate festa sdrucciolando in lungo e in largo tutte queste linee complicate e insignificanti: bisogna sconfinare! E mamma Europa ci sta indicando la via: poveri illusi chi non trae da Lei il vero senso dell’umanità che cerca di prendere corpo, di darsi un tono. Serve l’anima a tutto questo processo, affinché si sviluppi e perduri nel tempo. Ma l’anima dobbiamo mettercela noi, con l’impegno di tutti, collaborando, assieme, nelle e fra le nostre straordinarie diversità.
“I nuovi saperi frutto dell’opera dell’intelligenza collettiva nascono in zone periferiche e mute. Sono destinati alla marginalità rispetto al pensiero dominante, ma se qualcuno li osserva, li racconta e li connette, la realtà può modificarsi. È vero che non ci sono maree di cittadini smaniose di liberarsi: la libertà (e la responsabilità che porta con sé) è ansiogena. Proprio questa condizione apre uno spiraglio. È il tema antico posto da Marx: se sono io stesso a co-produrre la mia alienazione, su questo spazio di libertà si può lavorare. C’è sempre una possibilità di (r)esistenza. Paul Freire diceva che bisogna creare il desiderio di libertà fra gli oppressi, restituire soggettività alle persone. Se si raggiunge una massa critica di nuovi comportamenti, questi potranno produrre cambiamento sociale al di là delle leggi e delle intenzioni dei governanti e dei finanzieri. Al di là non vuol dire contro [chiaro Grillini? Altrimenti riscrivo pazientemente di nuovo l’inequivocabile stralcio di citazione], ma semplicemente che la liberazione dell’intelligenza collettiva favorisce il re-innesco di circoli virtuosi disattivati a causa dello sfibramento dei legami sociali e del dominio della razionalità strumentale.” (Mazzoli, 2014).

E allora? Cosa stiamo aspettando? Il mio asfalto ora è lontano: è proprio sotto i miei piedi. Viene illuminato per giunta dal mio spiraglio di luce: trovatevi anche voi il vostro, o il vostro cercherà voi.
Ordunque: osservare, raccontare, connettere: la realtà può davvero modificarsi. Ciao.