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giovedì 16 ottobre 2014

Mi chiamo Frandom, e sono una rana che saltella nel buio.

Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.

Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al ed esenti dal pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano, e vista la sua caparbia cocciutaggine, verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso. “Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.

È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che lì fuori sia tutta una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore: il nemico non sono gli altri, siamo semplicemente noi stessi. Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).

Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani. Certo è che aveva un indiscusso potenziale.

E quindi che altro dirvi: sono Frandom, una rana che, come avete letto, accumula e associa pensieri a random, e che ora, con tutto rispetto, immergerà i suoi occhi gonfi di vivere nel buio salvifico di una nuotata saltellante, per salutarvi con affetto… Ciao.

domenica 25 maggio 2014

Per D___

Un piccione, un piccione stava entrando dalla finestra. Strano, a volte questa città ne sembra sprovvista. Quando dormono, la notte, si posizionano sulle aste di ferro che trafiggono in alto i portici, e sembrano non muoversi mai: statue, simulacri ripiegati su se stessi: un accumulo muto di sporcizia sembrano lassù. Ma questa mattina c’è il sole, cosparso, e il sole con la sua onnipotenza spazza via ogni cosa: le nuvole veleggiano in un oceano blu e l’atmosfera sembra tutta leggermente accarezzata da anime riposate. Sarebbe bello ogni tanto spegnere il cervello e non curarsi del frastuono interiore: l’atto di spegnerlo significherebbe solo attivarlo su altri canali meno disturbati, solo questo. E va bene così.
Le persone possono essere compresenti anche senza esserlo: è una misteriosa fascinazione che ci fa ancora sperare, una connessioni di menti che dialogano da lontano, per dirsi semplicemente ciao, eccomi qui. Ma oggi quelle persone stanno quasi tutte male, un male interiore e generalizzato, senza prospettiva, e non fanno altro che riversare disperatamente il loro male su altre persone: a volte, davvero, non possono fare altrimenti. E allora si distanziano per non farsene ancora, bruscamente, e questo non è altro che un segno di indiscussa, anche se incontrovertibilmente contrastante, debolezza. “L'ingiustizia è una maestra rigida ma impareggiabile.” Probabile, caro Dave, probabile; come ogni cosa che sempre con l’occhiolino divertito e strizzato mi hai suggerito.
In questo giorni accorri spesso tra i miei pensieri, lo sai? Forse perché ho solo bisogno di ridere, e tu, a me, mi hai fatto sempre ridere un sacco. Quando ti leggevo, col tempo, hai fatto nascere in me una risata nuova, inedita, una risata che era un misto di stupore, di catartiche invenzioni, ma anche di cruda e spietata consapevolezza di ciò che ci gira attorno sbeffeggiandoci. Mi hai insegnato l’umiltà, quell’umiltà che ho incorporato sin da bambino, ma che ora si riflette lucida nei miei tentativi di riscoprirla. Quanto mi hai insegnato, forse da lassù non puoi capirlo, ma io cerco di spiegartelo lo stesso. Quando parlo di te agli altri vivi in ogni mia parola, e questo non può che essere un autentico miracolo. Come quei miracoli che dispensavi sulle pagine quasi senza accorgertene, quasi senza volerlo, e che s’imprimevano nella mia mente con una tale forza da invadermi dolcemente l’essenza; esattamente come una delle tante melodie dei Sigur Ros: melodie tutte e sempre solo mie, così diverse ad ogni rivisitazione acustica, in base ai miei stati d’animo. Un potere comunicativo che hanno in pochi, un modo di sapersi connettere con un’altra mente che mi lascia sempre felice nel pensare a quel giorno, in cui, incuriosito come non mai, cercavo chi tu fossi, tra quei libri dai titoli così bizzarri che erano associati al tuo nome di saggista, professore, scrittore intimamente americano.
Le tue note, le tue mille e infinite note, sono mondi difficili e buffi da affrontare, da padroneggiare, per una mente inesperta come la mia, mannaggia a te. Sono oltremodo arzigogolati, e pregni di quella premura che sa tenderti però sempre la mano, ad ogni occasioni bislacca di interpretazione, per non abbandonarti mai. Grazie. Quanto volte ho sentito che parlavi solo a me; quante volte ho sentito di poter essere seduto su di una comoda poltrona per ascoltare le tue sterminate peripezie pirotecniche.  
Avevi ragione, hai avuto ragione, tante volte. Ora che i miei occhi possono osservare quello che avevi prognosticato, questa società è come tu l’avevi immaginata tanto tempo fa. Come diavolo facevi? Ma si può sapere chi è che ti suggeriva le risposte? I manuali di sociologia che studiavo all’università, in comparazione a ciò che mi dicevi e mi raccontavi, erano una burla inutile e ripetitiva.
Forse ora starai ridendo di me, però io queste cose dovevo dirtele prima o poi. La gente è triste, come quando dicevi di aver scritto quel romanzo infinito pensando esattamente a loro: “non so come sia per voi e i vostri amici, ma so che la maggior parte degli amici miei è molto infelice”... “Succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili.”
E quando per la prima volta mi hai fatto conoscere Lenore tutto da quel momento è cambiato; da quel momento in poi tutte le cose non erano più come le avevo lasciate prima. Hai inventato una donna che non si poteva non amare, coccolare nelle sue contraddittorie manifestazioni, e poi l’hai fatta scomparire, nel risucchio di quel tuo burrascoso cilindro magico di romanzo, affinché vivesse per sempre dentro di me, e mi portasse ad immaginare un mondo di felicità che manco t’immagini. All’inizio ho pensato che volessi semplicemente prendermi per il culo, poi ho capito che mi stavi solo facendo uno dei tuoi tanti doni: sei terribile. “Tocca le cose con considerazione e quelle saranno tue; le possederai; si muoveranno o resteranno ferme o si muoveranno per te; si distenderanno e apriranno le gambe e ti cederanno le loro più intime giunture. Ti insegneranno tutti i loro trucchi.” Sai quante volte ci penso? L’ho sempre fatto, per quanto mi è parso possibile, e continuerò a farlo, anche se quelle cose possono e si animano bruscamente contro di me saprò di aver fatto sempre la cosa giusta.
Ti scriverò ancora, sappilo, perché un contatto diretto con te ormai ce l’ho da tempo: ha contraddistinto questi miei ultimi quattro anni di vita, ed è stata una delle sensazioni più piacevoli, divertite, intellettualmente impegnate che io abbia mai provato. Ma soprattutto, come scrisse quel traduttore “pazzo” che si innamorò a ragione di te, e cocciutamente per un anno intero fu intento nel tradurti per la prima volta al resto del mondo intero, per la prima volta in un’altra lingua diversa dalla tua, e cioè la mia, sfidando ogni scetticismo su quello che potevi trasmettere a tutti quanti perché non gli credevano, e lui battagliando di sudore riuscì nell’intento di regalarci per quanto possibile l'animo, la ricchezza dei tuoi pensieri, beh ecco, vorrei salutarti riprendendo le sue magnifiche parole, perché lui, quel traduttore italiano, anche lui ricordandoti ha toccato inesorabilmente le corde nel mio animo frustrato, rifocillandolo però, e riempiendolo di un’aria nuova; un’aria sicura di speranza in quel tuo atto tragico, in quel tuo strascico grido d’aiuto:

“Non starò a raccontarvi la vera e propria disperazione che quel 12 settembre del 2008 colpì me e molti altri dei suoi lettori e ci tenne per lunghi mesi in una morsa di dolore. Ognuno di noi ha un rapporto molto personale con la letteratura di David Foster Wallace. Come gli oracoli, sembra voler dire cose diverse a persone diverse. Ma oggi posso dire che non una delle sue parole ha cambiato significato, per me, dopo il suicidio. Mentre lo rileggo continuo a notare, anzi, quanto fosse frequente e potente il Comico, nella sua opera, e ci sono mattinate terse spazzate dal vento in cui sono sicuro di ritrovarmi a vivere dentro uno dei suoi giochi, d’essere un suo personaggio preso nella morsa d’una certezza ridicola e mordace, quella d’aver imparato a vivere da un suicida.”

"Per sempre lassù", e per sempre dentro di me. Ciao Dave, a presto (strizzatina mia, questa volta)       


venerdì 13 dicembre 2013

Il manifesto dell’amore postmoderno

L’amore si sa: è l’amaro dolce conduttore che fa muovere le nostre anime, in un verso o nell’altro, pur non riuscendo mai e poi mai a identificarne il significato, il senso che si cela dietro questa misteriosa fascinazione che ci fa volare di stupore, di incantamento al principio, ma che poi, quasi all’improvviso, ci schianta senza mezzi termini sul tappeto del rimpianto. “L’amore opera in segreto i suoi incanti, le nostre decisioni sono irrilevanti”; questo aforisma cerco di tenerlo sempre a mente, non si sa mai. Ma non è propriamente sull’amore che vogliono discorrere, come fatto in sé, perché oltre ad una questione piuttosto difficile da spiegare, penso che ognuno di noi avrà sicuramente da dire la sua, e le diverse e “incazzose” versioni a riguardo saranno tanto diverse quanto diverse saranno le situazioni e le esperienze peculiarmente capitate a casaccio e senza un perché (che divertimento). E il bello di tutto questo sarà sempre e comunque il fatto che, come concetto, come miscela di sensazioni e di vissuto personale, questa “cosa” non potrà mai essere né catalogata né mai pienamente interpretata: è solo passibile di visioni puramente soggettive, e questo è, in un certo senso, il suo attraente e lontano mistero, la sua carica che ci invade fino al midollo per poi finire nel distruggerci. Vorrei, invece, fare delle considerazioni sull’amore come esperienza sociale, e quindi cercare, nelle mie possibilità, di concentrarmi su come l’immaginario collettivo tenti di identificare un generico rapporto di coppia in un’ottica un po’ diversa, un po’ più ampia, nell’amplesso societario che ne riconosce la nascita e gli eventuali e controversi sviluppi. Ovvia, partiamo!

L’età postmoderna, per come viene attualmente vissuta, può essere vista come un collage di esperienze, di tasselli che abbiamo l’opportunità di incollare sul nostro mosaico personale grazie alle miriadi di possibilità e/o potenzialità che ci vengono offerte o che abbiamo a nostra disposizione, chi più chi meno (“a ciascuno il suo”). Questo vissuto, non può che emergere in maniera impeccabile da un ambito che indaga, come nessun altro a mio parere, il mistero e il senso dell’essere umano: la letteratura. I romanzi, è risaputo, racchiudono il sentire umano dell’epoca a cui fanno riferimento; cercano di estrarne, per quanto possono, l’essenza. Per questo motivo, per avvicinarci di più alla società in cui viviamo, e per cercare di capirci qualcosa una dannata volta, dobbiamo in un certo senso affacciarci a quei particolari romanzi che, dalla critica o comunque da un lettore qualunque, vengono letti come “innovativi”, e dove si può chiaramente evincere lo scardinamento del romanzo tradizionale. Per definizione, il romanzo propriamente postmoderno, quello che, nello specifico, ha il potere di ammaliarci per la sua “diversità inconsueta”, è un romanzo enciclopedico; ciò vuol dire che, al suo interno, si può trovare di tutto: accanto alla quantità smisurata di linguaggi e di invenzioni narrative dettate da una schizofrenia data per scontata, l’autore sviluppa la storia che vuole proporci, che non è altro che un insieme ingarbugliato di tante e infinitesime storie, tutte diverse le une dalle altre. A prima impatto ci si può ritrovare spiazzati, e non si riesce bene a cogliere dove l’autore voglia andare a parare. Tutto questo però permette di affermare che Il meta-romanzo, o il romanzo vecchio stampo (come volete), seppur nella sua indiscussa utilità nel rilevare le origini del pensiero e degli sviluppi umani, non attecchisce poi più di tanto l’immaginario che vuole, per sue necessità interne, concentrarsi consapevolmente nella perlustrazione del tempo presente. Certo, poi c’è da prendere in considerazione la categoria dei “classici” che, non è un caso, vengono etichettati così proprio perché la loro potenza espressiva ha qualcosa che ha a che fare con la loro intramontabile attualità, ma questo è un altro discorso. Il romanzo postmoderno, diversamente, mette in luce quelli che sono gli “sperimentalismi” di questo mondo sociale, e non c’è nulla di più azzeccato di questo per leggere la riconfigurazione dell’epoca attuale. Viviamo, infatti, nell’epoca dei racconti diversissimi ma che, per necessità, devono legarsi l’uno l’altro in una narrazione collettiva se vogliono solo pensare di sopravvivere. Un po’ come succede nei romanzi di nuova generazione: l’autore cerca sempre, velatamente, di tessere un filo rosso generale che permetta di afferrare le redini della complessiva (e a volte davvero complicatissima) situazione narrativa. Declinato alle nostre vite, il no sense che ne deriva può essere attribuito proprio a questo: all’incapacità generalizzata di dare un senso logico-narrativo alle nostre diverse esperienze che facciamo, ai nostri racconti personali, di modo che possa avere anche solo una minima parvenza di un filo che riconosciamo come “conduttore”. E allora, le relazioni sociali diventano fiacche, evanescenti, legate solo alla provvisorietà del momento, all’esperienza specifica vissuta in quella circostanza. E ci ritroviamo ogni volta a ricominciare tutto da capo senza sapere il perché, senza comprendere pienamente perché ci barcameniamo così tanto (“ma io dico: chi me lo fa fare?”). Ed ecco che arriviamo alle relazioni di coppia, tanto odiate quanto osannate. Non molti anni fa, una relazione di coppia era vissuta all’interno di un quadro narrativo solido, stabile, in cui si sapeva benissimo quali erano le tracce della trama da seguire: era solo necessario riempire quelle tracce, quei consigli prescrittivi dettati dalla società e compierli, metterli in atto nella propria vita, mettendoci del proprio come coppia, come un progetto costruito solo e sempre insieme; quindi il proprio progetto biografico era un duo, e questo comportava, in molti casi, il “sacrificio dell’individualità”. Di questi esempi, di “narrazione di coppia”, ne esistono ancora; certamente: il cambiamento e la rimodulazione di un’epoca non può buttare via l’acqua sporca assieme al bambino, e quindi lavarsi le mani di tutto quello che l’ha creata e quindi preceduta: non può spazzare con noncuranza il “tradizionale”; anzi. Quest’ultimo è vitale al cambiamento, all’innovazione che nasce e si costruisce per differenza (quanti amici che stanno per o sono già sposati avete?). Fondamentalmente, le relazioni di coppia odierne si sfasciano dopo due secondi perché non vi è un progetto comune alla base. Sono due progetti individuali che viaggiano sì parallelamente ma che pensano solo a sé: in pratica sono votati al mero soddisfacimento dei bisogni personali che, per attualizzarsi, decidono di “fare coppia”. Di conseguenza, più andremo avanti e più il “vecchio” progetto pensato in comune non avrà più ragione di sussistere: la nostra condizione esistenziale individuale naviga troppo nell’incertezza già per noi come singoli, figuriamoci che cosa può succedere se due “incertezze di vita” decidono di mettersi insieme: esplodono nel no sense immediatamente, e si distanziano (dopo che, alla fine della fiera, si è fatto praticamente tutto insieme dopo i primi 3 mesi di indiscusso romanticismo; e voglio azzardare: ma la soglia di “sopportazione” di quel romanticismo, che appassisce come una rosa senz’acqua, potrebbe essere decisamente più bassa). E quindi che si fa? Bella domanda.
Penso che l’individualismo, con tutte le pecche di egocentrismo che si porta con sé, riservi anche delle conquiste e delle possibilità formidabili. Non possiamo più tornare indietro, assolutamente. Dobbiamo invece sempre guardare avanti con una sbirciatina arricchente che volge lo sguardo al passato, che ha sempre qualcosa da insegnarci (non si sbaglia per imparare? O si sbaglia e basta?). Dobbiamo cercare di re-inventarci, prendendo spunto dal passato ma senza troppi formalismi, e cioè dando respiro al formidabile potenziale che è in noi. La coppia, quindi, deve vivere delle sue risorse di individualità e cercare, al contempo, di costruire quel filo rosso che la distinguerà da tutte le altre (dalle altre coppie e dal mondo in generale); il ché non significa un vincolo insormontabile che trascura e annienta pian piano le risorse-soggetto. Una coppia vera, al passo con i tempi, deve infatti sempre conquistarsi l’evasione dalla sua auto-referenzialità; si deve, in altre parole, fare discorso nel mondo, esattamente come avviene nei romanzi postmoderni. Per sopravvivere in questa società nell'ambito di un rapporto duale, dobbiamo scrivere il nostro romanzo postmoderno di coppia, insieme, cooperando col nostro partner. Questo ci consentirà di vivere bene la nostra storia con l’aiuto di quel “materiale” grezzo che le singole individualità attingono dalle proprie esperienze e che, quindi, scelgono consapevolmente di condividere all’interno del loro nucleo amoroso. Racconti diversi, dunque, diversissimi l’uno dall’altro, ma che poi cercano di fare un lavoro di auto-riflessione, prima con il suo protagonista e poi assieme all’altro protagonista parallelo: il nostro partner. Certo, i romanzi postmoderni sono anche celebri per confondere con queste strampalate comparse che incontriamo durante il loro percorso narrativo: alle volte ci sono sacchettate di personaggi che non si capisce più nulla. Vogliono solo metterci in guardia però: nel mondo, le comparsate ci devono essere e ci saranno sempre. Ma i personaggi principali, quelli che veramente hanno una cognizione di tutta la storia e sono collegati in qualche modo con tutti gli altri personaggi, si riducono a due o tre. Ecco, poiché la coppia, lo dice il nome stesso, prevede solo due personaggi - che sono, a livello societario, fondamentalmente il suo fulcro, il suo punto di partenza - dobbiamo diffidare dalle comparse che ci distolgono dal nostro percorso e che molte volte (birbantelli!) "utilizziamo" istintivamente in senso egoistico: queste devono solamente arricchire la coppia di nuovi spunti, di nuovi vissuti, e non traumatizzarle e dunque estinguerle. Nel rispetto del nostro partner, infatti, dobbiamo evitare di ricadere nella concezione dell’amore perseguito come “quantità”, come concetto consumistico di usa e getta. Se si sceglie di stare con una persona, di amarla, bisogna inventare insieme e scrivere la propria storia fugando l’indefinito, il caos che ci sovrasta e che incombe su di noi rendendoci sempre e comunque spaesati. Dobbiamo evitare le tipiche situazioni di coppia dei nostri tempi e dove si narra, sistematicamente e in ogni occasione, che “Cominciarono soltanto a frequentarsi, in quel territorio crepuscolare che sta tra l’essere solo amici e quello che, qualunque cosa sia, non è amicizia” (DFW); situazioni in cui finisce poi tutto quanto, e bisogna ricominciare tutto da capo. Del resto, in certi casi sbagliati, potrebbe essere solo una salvezza. Ma non sempre: il nostro istinto "sano" saprà sempre ben consigliarci che, probabilmente, quella è la persona giusta per noi.
Un sano Amore a tutti.

giovedì 5 dicembre 2013

Can we just work it out?

È inverno, e fuori, in quella città medio-grande che ti ospita, fa un freddo boia. Vivi una vita abbastanza normale e mentre cerchi di vivertela e di capire come funziona cerchi anche di non lamentarti, sarà meglio. A questo proposito, ti ricordi sempre di baciare terra e, quando puoi, di osservare il mare e il suo sconfinato soffitto di cielo corrispondente: fa solo bene. Solo per il momento, hai un lavoro precario che finisce praticamente dopodomani, e un affitto stellare da pagare, ogni mese. Condividi quella che chiami casa, che è poco più di un semplice alloggio temporaneo e che, manco a dirlo, è terribilmente precario anche lui, proprio nelle fondamenta. Dicevo, condividi questa casa dell’anteguerra – quindi con un senso spiccato per il vintage – con un’altra persona o più di una, giusto per la strettissima necessità di ammortizzare in qualche modo le chiassose spese e, forse, diciamola proprio tutta, anche per vivere la tua personale indipendenza, ogni tanto. Hai una mamma che ti vuole bene, sempre. Un papà che ti appoggia in tutto quello che fai: entrambi, in un certo senso, si sono sempre spaccati la schiena per te, ma non te l’hanno mai detto. Non stai vivendo con loro la loro dolce mezza età, e quindi cerchi in qualche modo di rappresentarteli in volto tutte le volte che vi sentite per telefono, e per questo potresti essere profondamente incazzato, tutti-i-santi-giorni. Per fortuna uno che si fumava l’impossibile ha inventato una cosa che si chiama Skype: per questo la mia generazione gli sarà sempre profondamente grata, solo quando se lo ricorda però. Vivi in una città che vive praticamente di rendita: tutte le persone con cui parli, che siano d’oltreoceano o della tua stessa nazione, non nascondono la loro invidia, e tu, anche se non capisci il perché, fai finta di esserne compiaciuto. In realtà, molto in realtà, quella stessa realtà che è più cruda della verità, ti dice che vivi in un luogo altamente degradato, dove gente che vuole fare l’”alternativo” è solo la fotocopia di tanti altri individui che sono esattamente come lui, in tutto e per tutto. Queste collezioni di individui-fotocopia ciondolano per quelle strade rigate da rivoli di piscio ossessionati dall’“accessorio-cane” e, con quella capigliatura sempre medio-lunga, vogliono cercare di imitare simbolicamente il tribale, ma inutilmente. Questa loro ostentazione consapevole è povera, e anche piuttosto meschina, dato che poi, alla prima occasione, sfoderano il loro bancomat lucente e prelevano sbrigativamente dei contanti nuovi di stampa da quelle bocche lucenti di distributori che, in molte occasioni, potrebbero rappresentare il tuo unico vero orizzonte di salvezza (e questo fatto dell’”unico vero orizzonte salvifico” rappresentato dalle banche è davvero molto triste se ci pensi, visto che, lo sappiamo benissimo, i “gestori” che gestiscono quei maledetti distributori rappresentano il diavolo in terra). Questi tipi, dunque, i tipi di cui si parlava prima, sono esattamente come tutti gli altri, forse anche peggio, ma in tutti i modi vogliono farti capire che non è così e che loro, con te, non c’entrano assolutamente nulla: non si rendono conto però che sono irrimediabilmente identici nella loro sterile diversità: e che praticamente non riesci a distinguerli per quanto si assomigliano tutti. Proprio per questo motivo, entrano a pieno titolo in un altro tipo di normalità, quella stessa che contraddistingue questa città, conosciuta nel luogo comune anche solo per questo: e cioè la normalità di essere un emulatore postmoderno del vero punkabbestia (quello vero, giusto per ricordarlo, vive realmente per strada, sotto un portico, e ha come unico termosifone-stufetta naturale per l’inverno il proprio fidato cane, il quale cane non lo abbandonerà MAI – a differenza dei prototipi di individui fotocopia/o meno che rientrano nella sua specie). Questa città, quindi, vive di rendita, vive solo di questo e basta, al momento. Cerca di sopravvivere a stento ad un glorioso passato fatto di animate lotte studentesche e di comunità di cittadini con la C maiuscola (sia la Comunità che i Cittadini) che si prodigavano incondizionatamente per il prossimo; cittadini che, in un tempo non molto lontano, si aiutavano reciprocamente sempre, in tutte quelle tremende occasioni che si presentavano, ogni dannata e stramaledetta volta. “Succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili”, ci ricorda sconsolato il nostro caro Dave (DFW). Una città in cui la resistenza ha segnato profondamente il territorio limitrofe e dove tutto, dalla memoria, al senso di fratellanza, fino al senso di appartenenza al luogo, sta cadendo irrimediabilmente a pezzi: visivamente, sembra proprio di assistere al rigurgito di una densa amnesia culturale. Qualche sincero bagliore di senso di comunità lo cogli ancora però, ma solo ogni tanto, e questo lo devo dire per amore di correttezza; questi bagliori non sono altro che granelli di sabbia in balia di una tempesta, una tempesta propriamente individualista. Noi però, nel nostro intimo, crediamo ciecamente in quei miseri e “sprovveduti” granelli sopravvissuti, sperduti: un giorno non molto lontano ritroveranno i loro fratelli e si ricongiungeranno, per farsi pietra; una pietra che permetterà di costruire solide fondamenta, e noi in questo non smettiamo mai di crederci, mai. Neppure quando si è fatto giorno, e annaspi cercando di aprire i tuoi occhi cisposi che si destano dal sonno, un sonno galattico. E quando alla fine li apri i tuoi occhi, riconoscendo confusamente il filtraggio à pois della tapparella abbassata, e ti accorgi che fuori c’è già il sole, questa non è esattamente una gradevole notizia: è inverno, e quando c’è inverno alle latitudine più elevate il sole è più pigro di come sei abituato a vederlo; dunque sei in ritardo, un ritardo imperdonabile. La sera prima è stata confusa, e si è conclusa con un affondo nel letto incosciente: le ragioni sono piuttosto oscure questa mattina. E poi pensi che sei autonomo ma non ancora così indipendente economicamente, e che la tua condizione è schiacciata solo sul presente, prendere o lasciare. Così, mentre sei davanti allo specchio e ti lavi i denti, rileggi mentalmente un passo di un saggio di antropologia sociale che fa più o meno così: “In un’epoca in cui le convinzioni durature e indiscusse perdono la loro influenza, gli aspetti più effimeri della vita diventano più significativi e la rottura con il passato focalizza l’attenzione sul presente. Il nostro ritmo interno richiede periodi sempre più brevi nel cambiamento delle impressioni e questo ritmo impaziente è irresistibilmente attratto verso una serie di frontiere temporali: inizi e fini, andare e venire”. Forse non c’entra nulla, forse è tutto racchiuso qui dentro. Io nel frattempo, non so voi, entro molleggiato nel mio nuovo giorno e canticchio così “We scream and shout ‘till we work it out, ‘till we work it out, ‘till we work it out” (Afterlife, Reflektor, Acade Fire).              

sabato 2 novembre 2013

Una storia ridotta all'osso della vita postindustriale



Quando vennero presentati, lui fece una battuta, sperando di piacere. Lei rise a crepapelle, sperando di piacere. Poi se ne tornarono a casa in macchina, ognuno per conto suo, lo sguardo fisso davanti a sé, la stessa identica smorfia sul viso. A quello che li aveva presentati nessuno dei due piaceva troppo, anche se faceva finta di sì, visto che ci teneva tanto a mantenere sempre buoni rapporti con tutti. Sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì.

David Foster Wallace

sabato 26 ottobre 2013

Il luccichio del medium non è il messaggio

Lo scrittore postmoderno, non c’è che dire, dovrebbe essere un tipo di personaggio davvero incredibile – parlo, ovviamente, di scrittori con la S maiuscola, e non di quelli che vengono ritenuti tali solo perché riescono a far breccia grazie a quel tipo di marketing selvaggio che, per aderire alle macabre logiche di mercato, riempie, com’è ormai da tradizione, le librerie di tutto il mondo proponendo insulse pile di libri che ostacolano il passaggio davvero da boccata d’ossigeno (quando ci riesci) verso quelle traiettorie di scaffali veramente degni di uno sguardo incuriosito e a dir poco appagante. Dunque i veri scrittori li riconosci solitamente in seconda battuta, te li devi andare a cercare per dirla in breve, e percepisci che sei davvero in buone mani solo quando c’è il momento fatidico dell’apertura della prima pagina e scopri che sei al cospetto di un qualcosa di spiazzante e di voglioso che ti tira con sé nel prosieguo di quelle parole che si susseguono burrascose. Infatti, come cercò di suggerirci sapientemente il nostro, per molti aspetti insuperabile, Italo Calvino, nel suo romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, il più delle volte un buon libro deve riuscire a farti spiccare il volo dell’immaginazione, della curiosità e della commistione tra simbolico e reale dal ritmo inconfondibile delle sue prime battute, dall’incipit insomma. Quel romanzo di Calvino, ricordo (e chi se lo scorda) è abbastanza bizzarro nella sua costruzione e “narra la storia di un Lettore che, nel tentativo di leggere un romanzo (intitolato appunto Se una notte d'inverno un viaggiatore), è per ragioni sempre differenti costretto a interrompere la lettura del libro che sta leggendo e intraprendere la lettura di un altro. L'opera diventa quindi una riflessione sulle molteplici possibilità offerte dalla letteratura e sulla possibilità di giungere a una conoscenza della realtà.” Il protagonista, dunque, si ritrova nel perdersi tra svariate opere che iniziano ma che finiscono per non concludersi mai, e questo testimonia l’importanza sacrale del primo atto della lettura che, nel complesso, dà un senso di significatività all’opera tutta. Certo, al cospetto di un qualsiasi libro si ha sempre a che fare con le “leggi” smisurate e capricciose dei singoli gusti, dei gusti soggettivi e individuali di ognuno di noi, e magari anche gli scrittori davvero con i contro-coglioni necessitano, il più delle volte, su proposta sempre dei loro lungimiranti editori, di copertine degne di nota che parlino già da sé, e che riescano a penetrare nell’immaginario fatto di immagini del potenziale lettore. Ma io, a prescindere dalla bellezza di un’immagine o anche dal contatto epidermico con l’oggetto-libro (il ché è anche molto importante), mi sforzerei sempre, e ripeto sempre, di aprirlo quel libro capitato a caso, e di sfogliarlo, e di leggerlo nella sua prima così distinta pagina, perché è lì, nella maggior parte dei casi fortuiti, che si nasconde la vera chiave di volta della felicità abbandonata e lettrice. Sì, perché in quest’era postmoderna, in cui il macrosistema di mercato ha praticamente colonizzato ogni enclave di vita possibile, è tutto pressoché predisposto o quasi per abbindolarci irrimediabilmente di immagini piuttosto superficiali, e che hanno la presunzione di svelare le miriadi di linguaggi che aleggiano sulle nostre vite. Ecco perché lo scrittore postmoderno serio è un tipo acuto e che ci vede abbastanza lungo, e che cerca, padroneggiando la giungla dei codici proteiformi, di dare un senso dignitoso alla realtà che vuole raccontarci. La sua, se riesce a cogliere tutto questo, è davvero un’opera enciclopedica, un’opera propriamente memorabile che vuole abbracciare tutto lo scibile, una scrittura che affascina e spiazza, proprio perché va a toccare le corde dei significanti che viviamo tutti i giorni (i più diversi e a volte irriconoscibili perché super-specializzati) e che non riusciamo ad afferrare nelle loro intenzionalità significative. Questi veri scrittori dunque, con le loro frasi a volte cerebrali, cercano di farci assaporare quei significati perduti che non vediamo più (se ancora ne è rimasto qualche barlume). Siamo letteralmente bombardati dai significanti (i mezzi per raggiungere i contenuti), ma ci ritroviamo ad essere alquanto poveri e sterili riguardo ai significati (di senso o di contenuto) che vogliamo a denti stretti raggiungere, e che, un tempo, prima di quest’epoca, davano selettivamente manforte all’autentico stato di insignificanza della vita tutta. Le cosiddette meta-narrazioni sono morte ragazzi; anche la differenza tra destra e sinistra, per farvela riduttiva e più comprensibilmente afferrabile, non necessita più di battibecchi sterili, proprio perché non hanno più un obiettivo di contenuto propriamente sensato: sono dei cani strumentali che si mordono la coda e basta, e che alla lunga si rispecchiano in un pensiero circolare e davvero balbettante: ecco perché quando sentiamo i nostri politici parlare ci viene il rigetto del loop fastidioso: non dicono praticamente più nulla. Quando il visionario Marshall McLuhan ci proiettò con le sue teorizzazioni nel cosiddetto “villaggio globale”, e si rese riconoscibile ai più con la sua famosa affermazione “il medium è il messaggio”, voleva dire proprio questo: non che lui volesse esaltare in qualche modo la supremazia dei mezzi (significanti) sui messaggi (contenuti o significati), al contrario! Stava prendendo atto che le dinamiche societarie si stavano dispiegando verso una piega maledettamente bizzarra e voleva che noi, noi tutti, ce ne rendessimo conto. E allora quando vogliamo raggiungere dei significati che ci serviranno (mettiamoli comunque nel nostro zaino di viaggio, non si sa mai le cose cambino), cerchiamo di riconoscere lo scrittore propriamente postmoderno, colui che ha un senso acuto del messaggio che vuole proporci, colui che vuole comunicarci le significatività delle più dislocate enclavi della vita di tutti i giorni, e lo fa facendosi beffa del bazar postmoderno, sfruttandolo per così dire, dato che si tratta di un vero e proprio mercato a cielo aperto in cui disparati modi di comunicare e di relazionarsi si caricano di un luccichio oltremodo superficiale che abbaglia, che si erge come verità indiscussa, nascondendo il vero contenuto arricchente e salvifico della vita simbolico-reale: perché il simbolico e il reale si avviluppano incessantemente e sono loro, sempre insieme e mai separati, a costruire la nostra biografia di vita con gli altri. Il luccichio, l’euforia del momento, la patina di disinteresse informativo che copre ogni cosa non fa che peggiorare e impoverire irrimediabilmente tutte le cose; come quando “si può essere a certe feste e non esserci davvero. Si sente che certe feste hanno il loro implicito fine incastonato nella coreografia della festa stessa. Uno dei momenti più tristi in assoluto è quell’invisibile svolta alla fine di una festa – anche di una brutta festa – quel momento di tacito accordo quando tutti cominciano a raccogliere l’accendino e la partner, la giacca o il cappotto e l’ultima bottiglia di birra con la fascetta di plastica ancora attaccata, dicono alcune cose sbrigative alla padrona di casa in quel modo sbrigativo che non le fa sembrare insincere, e se ne vanno, in genere chiudendo la porta. Quando le voci si allontanano lungo il corridoio. Quando la padrona di casa dà le spalle alla porta chiusa e guarda il campo di battaglia e la bianca V in espansione del silenzio assoluto della fine della festa”. (Infinite Jest, David Foster Wallace)