Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.
Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al ed esenti dal pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano, e vista la sua caparbia cocciutaggine, verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso. “Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.
È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che lì fuori sia tutta una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore: il nemico non sono gli altri, siamo semplicemente noi stessi. Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).
Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani. Certo è che aveva un indiscusso potenziale.
E quindi che altro dirvi: sono Frandom, una rana che, come avete letto, accumula e associa pensieri a random, e che ora, con tutto rispetto, immergerà i suoi occhi gonfi di vivere nel buio salvifico di una nuotata saltellante, per salutarvi con affetto… Ciao.
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giovedì 16 ottobre 2014
mercoledì 17 settembre 2014
Del prendersela coi giovani
In un’epoca in cui
l’insofferenza degli anziani per i giovani e dei giovani per gli anziani ha
raggiunto il suo culmine, in cui gli anziani non fanno altro che accumulare
argomenti per dire finalmente ai giovani quel che si meritano e i giovani non
aspettano altro che queste occasioni per dimostrare che gli anziani non
capiscono niente, il signor Palomar non riesce a spiccicare parola. Se qualche
volta prova ad interloquire, s’accorge che tutti sono troppo infervorati nelle
tesi che stanno sostenendo per dar retta a quel che lui sta cercando di
chiarire a se stesso.
Il fatto è che lui
più che affermare una sua verità vorrebbe fare delle domande, e capisce che
nessuno ha voglia di uscire dai binari del proprio discorso per rispondere a
domande che, venendo da un altro discorso, obbligherebbero a ripensare le
stesse cose con altre parole, e magari a trovarsi in territori sconosciuti,
lontani dai percorsi sicuri. Oppure vorrebbe che le domande le facessero gli
altri a lui; ma anche a lui piacerebbero solo certe domande e non altre: quelle
a cui risponderebbe dicendo le cose che sente di poter dire ma che potrebbe
dire solo se qualcuno gli chiedesse di dire. Comunque nessuno si sogna di chiedergli
niente.
Stando così le cose
il signor Palomar si limita a rimuginare tra sé sulla difficoltà di parlare ai
giovani. Pensa: “La difficoltà viene dal fatto che tra noi e loro c’è un fosso
incolmabile. Qualcosa è successo tra la nostra generazione e la loro, una
continuità d’esperienze si è spezzata: non abbiamo più punti di riferimento in
comune”.
Poi pensa: “No, la
difficoltà viene dal fatto che ogni volta che sto per rivolgere loro un
rimprovero o una critica o un’esortazione o un consiglio, penso che anch’io da
giovane mi attiravo rimproveri critiche esortazioni consigli dello stesso
genere, e non li stavo a sentire. I tempi erano diversi e ne risultavano molte
differenze nel comportamento, nel linguaggio, nel costume, ma i miei meccanismi
mentali d’allora non erano molto diversi dai loro oggi. Dunque non ho nessuna
autorità per parlare”.
Il signor Palomar
oscilla a lungo tra questi due modi di considerare la questione. Poi decide: “Non
c’è contraddizione tra le due posizioni. La soluzione di continuità tra le
generazioni dipende dall’impossibilità di trasmettere l’esperienza, di far
evitare agli altri gli errori già commessi da noi. La distanza tra due
generazioni è data dagli elementi che esse hanno in comune e che obbligano alla
ripetizione ciclica delle stesse esperienze, come nei comportamenti delle
specie animali trasmessi come eredità biologica; mentre invece gli elementi di
diversità tra noi e loro sono il risultato dei cambiamenti irreversibili che
ogni epoca porta con sé, cioè dipendono dalla eredità storica che noi abbiamo
trasmesso a loro, la vera eredità di cui siamo responsabili, anche se talora
inconsapevoli. Per questo non abbiamo niente da insegnare: su ciò che più
somiglia alla nostra esperienza non possiamo influire; in ciò che porta la
nostra impronta non sappiamo riconoscerci."
Palomar, Italo
Calvino
sabato 5 aprile 2014
Come quando di notte
Non vedi dove sono? È tutto chiaro e limpido, come una mattina cosparsa d’estate.
Il mare è già lì, e si è preparato durante tutta la notte, per attenderci. Ma io
non lo raggiungerò, non oggi. Me ne starò qui, invece, all’ombra: è una
sensazione di riposo che mi si addice di più, non biasimarmi: è l’organo più
esteso del mio organismo che me lo richiede.
È sofisticato quando
intravedo dalla finestra appannata della cucina il figlio del pakistano nell’alimentari
sotto casa. Mi ricorda tanto me, quando ero più piccolino. Lo vedo lì, seduto e
impaziente, che aspetta il prossimo cliente, e che prepara il suo rinnovato
sorriso per la prossima offerta che verrà, richiesta. Questa gente è umile,
coraggiosa, sconquassata dalla vita, eppure rimane lì, col sorriso sempre
stampato in viso, e attende. Attende. Ogni tanto dà un occhio all’ora, a quell’orologio
millenario velato appena da una ragnatela filata a metà, da un ragno
altrettanto millenario, e che vive di solitudine vera. Di tanto in tanto il
loro sguardo segue la gente che passa per strada. In questo modo la cura e la
meticolosità dei loro attimi si dilata, e diventa infinito. Segue le
traiettorie della mente che si tramutano in probabilità improbabili, e diventa senso.
Sì, il mare, meta di
sconosciuti: la grande piscina collettiva che si insudicia in agosto, e che
si incupisce per il grande afflusso di gente inferocita di finto relax che si riversa
in spiagge colme e ripiegate. Ma qui non c’è il mare, e gli sconosciuti hanno
altre infinite mete: i semafori lampeggiano i loro ritmi. Non so cosa penserai
di me, ma il concetto di diversità non credo mi appartenga. Per lo meno quello
che viene costantemente millantato da tutti coloro che ti capita di incontrare
a giro, gente impomatata e lustra di sé che si presenta con il biglietto da
visita stampato in viso, e che rivendica costantemente la sua di diversità, e che
pretende di splendere al cospetto degli altri. Ma che cos’è la diversità? Abbiamo
davvero avuto modo di assaggiarne l’essenza? Io ancora no, forse tu sì, ma io
ancora no. Come si fa a vivere nell’era dell’individualismo se non c’è stato il
minimo e benché sorprendente reciproco confronto? Come si fa, privi di quella
salubre chiacchierata in quel pub ricolmo e inneggiante, e che si materializza
al chiarore di una luce gialla appassita e avvolta dai fiati dell’alcol? Io dico,
come si fa.
È bello quando ti ritrovi in
un contesto in cui non ti puoi esprimere in quello che credi essere il meglio per
te, e dove ti senti quasi a disagio a sentirti bambino nell’impossibilità
comunicativa; è davvero bello nella sua impossibilità. Impari a rivalutare i
dettagli, a scoprirne di nuovi. Piccoli particolari che si richiamano ai gesti,
allo scossone dei visi, agli occhi smarriti e trepidanti di risposte: è bello
sentirsi tutti smarriti nella comune ignoranza. Capitava in un contesto di
lingua straniero, quando tutti, intenti ad imparare un’altra sconosciuta lingua,
si dimenavano in diversificati atteggiamenti corporei pur di farsi comprendere,
perché le parole nuove da imparare erano appena sfuggite alla mente, che si
ritrovava lì, nuovamente rossa e imbarazzata.
Come quando di notte ti sveglia il richiamo del sesso. Non il tuo, quello che per naturale necessità
spesso ti si agita dentro, ma quello esteriore, quello che ha il carattere dell’invadenza
inopportuna, e che trapassa noncurante le mura del tuo appartamento per dirti
che, nell’ambiente appena accanto al tuo, vi è una copulazione in corso,
animata. Quei mugugni, quei sospiri vitali si dipanano, e si fanno significato:
attraversano le mura. E allora pensi a quella volta in cui avresti voluto
vederla risvegliarsi, dopo una notte passata con te, il tuo volto appena
destato dal caldo cuscino e che la cerca, tra i suoi capelli meravigliosamente
disordinati, i suoi atteggiamenti accoccolati per l’altrove. E allora avresti voluto
pian piano accoglierla nel suo nuovo giorno con te, e riscoprire la
magnificenza del suo sguardo, la bellezza di quei suoi occhi unici al mondo, e
dirle buongiorno, con la tua voce timida e ricoperta ancora dal sonno, e
contemplarla, per fissarne l’eternità irripetibile.
Le parole non servono, in
certi momenti davvero non servono: sono solo il surrogato di quello che
vorremmo essere per noi stessi. E quindi una lacrima scende giù, e anche se fa
una brutta figura tra i tuoi occhi così cisposi che riportano il ricordo dei
sogni, quella lacrima è bella: testimonia la tua autentica e sempre rincuorante veridicità. Ma lei non c’è, per lo meno non ora, non più. Pensi di addormentarti, ma
più ci pensi e più non lo fai. E colleghi tutti i dettagli traendone un quadro:
il clown, che termina le sue tre giornate di ricordi melanconici cantando per
strada, chiedendo qualche soldo sul ciglio di una stazione, con un cappello di
fianco rovesciato, contenente una sigaretta gettata fintamente dall’alto,
giusto così, per richiamarne caritatevolmente della altre; gli occhi verdi, sempre presenti, di
un passato che si rifà sorprendentemente vivo e che bussa alle porte delle tue
risvegliate sensibilità: è bello ritrovarsi lungo il cammino, soprattutto quando
sai che qualcosa di te hai saputo lasciare, grazie; un tempo severo, un tempo
rannicchiato dietro il banco ortofrutticolo intento a sfogliare il tuo primo
libro della vita: codici di un mondo che sta per nascere; quel mare che sempre
attende, ma solo quando avrai abbastanza zavorra da rilasciarne a lui tutto il
suo peso: sì, lui può farlo, lui è il più grande di tutti: saprà lui il modo più giusto per smaltire tutto il tuo vissuto di scarto e che ti porti dentro. Sì, verrò, ti dico che ora verrò, sento il tuo
richiamo: ora sono pronto.
sabato 29 marzo 2014
Una storia qualunque
Ci fu un tempo in cui si amarono alla follia, ma tutto poi svanì e il tempo si prese il resto. Si erano conosciuti a casa di amici, amici di amici, e c’era un festino in corso con un tale casino che le persone imbottigliate in quell’appartamento sembravano delle sagome in movimento col bicchiere in mano, colori suoni e musica di sottofondo, nient’altro. Un festino celebrato senza un perché, un invito ricevuto per passaparola. Erano così le occasioni di ritrovo in quella città fantasma, una città di provincia che assomigliava tanto ad un villaggio vacanze piombato in inverno, nient’altro. Da raggelare i cuori. Solo le case rappresentavano il solo e unico ristoro, e l’afflusso di gente che proveniva da ogni dove cercava di alitare benevolmente il loro ritmo. La caratteristica di quella città era che tutti quelli che si incontravano per strada in qualche modo si erano già visti, avevano avuto modo di prendere familiarità con i soliti volti, sempre e quotidianamente, da qualche parte. Il solo sforzo consisteva nel ricordare dove era avvenuto il contatto, l’incontro, lo sguardo appena sfuggito alla percezione distorta dell’alcol felicemente in circolo, o alla concentrazione della sfogliata di un libro di studio impegnato in biblioteca. Così per tutti quei ragazzi che si ritrovavano per ragioni di studio a vivere momentaneamente in quella città si trattava solamente di ricordare i volti e poi, se a qualcuno interessava qualcun altro, attivare le proprie conoscenze più prossime per arrivare alla conoscenza interessata: era un autentico gioco da ragazzi.
Birra scadente, giochi bizzarri col bicchiere traboccante in mano, discorsi effimeri, finti interessamenti reciproci: tutto proseguiva nella solita normalità segnata. Ad un certo punto però lui la adocchiò e tutto si fermò: il flusso di parole incubate in quell’appartamento si fece largo, e andarono a stamparsi gocciolanti sulle pareti di un angusto corridoio che indicavano l’unica direzione da seguire: lei. Strano, piuttosto notevole come situazione, pensò. Il suo volto gli era nuovo. Fece riflessioni sulla sua provenienza, sul come fosse giunta proprio lì, e del perché lui, prima di allora, non si fosse mai accorto della sua presenza. Strano e bello: per lui significò una boccata d’ossigeno rigenerante. Una cosa nuova. Si avvicinò, si presentò, e lei lo accolse con un sorriso, con uno scintillio d’occhi che pareva essere d’intesa. Un’intesa che aveva percorso tanti tragitti per concretizzarsi fino a lì e che ora si svelava nella sua massima e visibile rappresentazione: le labbra si contorcevano insospettatamente, gli occhi si incrociavano e si nascondevano nella dolce intermittenza, e il resto tutto intorno andava svanendo: indicava solo un contorno insignificante. Alle prime parole impacciate seguirono i momenti di condivisione, di vissuti, e il tutto culminò subito in un bacio aiutato dall’ebbrezza del momento: calda e rincuorante come l’alba del mattino, annunciata dal pescatore in barca lento sull’olio del mare.
A quella festa seguirono altri incontri, tutti teneri, tutti oltremodo saltellanti, e la pioggia invisibile, che bagnava spesso le strade che momentaneamente li dividevano, aveva il naturale compito di tonificare le passioni. Fu forse un colpo di fulmine, come vuole l’immaginario collettivo, ma di fulmini se ne vedevano ben pochi da quelle parti. Era sempre tutto grigio lì fuori, e la nebbia rendeva faticoso distinguere al mattino le ringhiere di balconi persi nel bianco nulla. Fu una trepidazione amorosa la loro, un amore sbocciato dal nulla, come accade spesso in quei casi in cui le questioni smielate e concitate si rendono alla fin fine effimere, nulla di più. Il problema stava nel disaccordo percettivo che entrambi davano alla questione. Lui non si capacitava del suo anzitempo abbandono dal gioco, del suo allontanarsi senza una spiegazione plausibile, perché non ci sono spiegazioni, questo si sentiva ripetere spesso. E quindi incominciò la trafila dei ricordi del recente passato che lo ossessionavano, che lo vedevano preda del suo amore travolgente per lei, tutto intento a ricoprirla di attenzione di ogni sorta, di un’attenzione incanalata in una sola e unica direzione, priva del rispetto per se stesso.
Lei, poetessa alle prime armi, in quel passato appena passato, aveva dato sfoggio delle sue parole in versi per lui, con accostamenti che toccavano la delicatezza, la cieca propensione, la dedizione incondizionata, lo stesso sentimento che, nei gesti, raggiungeva vette di inaudita bellezza, e che poi trovavano il loro giusto posto: il suo candido e profumato abbraccio.
Birra scadente, giochi bizzarri col bicchiere traboccante in mano, discorsi effimeri, finti interessamenti reciproci: tutto proseguiva nella solita normalità segnata. Ad un certo punto però lui la adocchiò e tutto si fermò: il flusso di parole incubate in quell’appartamento si fece largo, e andarono a stamparsi gocciolanti sulle pareti di un angusto corridoio che indicavano l’unica direzione da seguire: lei. Strano, piuttosto notevole come situazione, pensò. Il suo volto gli era nuovo. Fece riflessioni sulla sua provenienza, sul come fosse giunta proprio lì, e del perché lui, prima di allora, non si fosse mai accorto della sua presenza. Strano e bello: per lui significò una boccata d’ossigeno rigenerante. Una cosa nuova. Si avvicinò, si presentò, e lei lo accolse con un sorriso, con uno scintillio d’occhi che pareva essere d’intesa. Un’intesa che aveva percorso tanti tragitti per concretizzarsi fino a lì e che ora si svelava nella sua massima e visibile rappresentazione: le labbra si contorcevano insospettatamente, gli occhi si incrociavano e si nascondevano nella dolce intermittenza, e il resto tutto intorno andava svanendo: indicava solo un contorno insignificante. Alle prime parole impacciate seguirono i momenti di condivisione, di vissuti, e il tutto culminò subito in un bacio aiutato dall’ebbrezza del momento: calda e rincuorante come l’alba del mattino, annunciata dal pescatore in barca lento sull’olio del mare.
A quella festa seguirono altri incontri, tutti teneri, tutti oltremodo saltellanti, e la pioggia invisibile, che bagnava spesso le strade che momentaneamente li dividevano, aveva il naturale compito di tonificare le passioni. Fu forse un colpo di fulmine, come vuole l’immaginario collettivo, ma di fulmini se ne vedevano ben pochi da quelle parti. Era sempre tutto grigio lì fuori, e la nebbia rendeva faticoso distinguere al mattino le ringhiere di balconi persi nel bianco nulla. Fu una trepidazione amorosa la loro, un amore sbocciato dal nulla, come accade spesso in quei casi in cui le questioni smielate e concitate si rendono alla fin fine effimere, nulla di più. Il problema stava nel disaccordo percettivo che entrambi davano alla questione. Lui non si capacitava del suo anzitempo abbandono dal gioco, del suo allontanarsi senza una spiegazione plausibile, perché non ci sono spiegazioni, questo si sentiva ripetere spesso. E quindi incominciò la trafila dei ricordi del recente passato che lo ossessionavano, che lo vedevano preda del suo amore travolgente per lei, tutto intento a ricoprirla di attenzione di ogni sorta, di un’attenzione incanalata in una sola e unica direzione, priva del rispetto per se stesso.
Lei, poetessa alle prime armi, in quel passato appena passato, aveva dato sfoggio delle sue parole in versi per lui, con accostamenti che toccavano la delicatezza, la cieca propensione, la dedizione incondizionata, lo stesso sentimento che, nei gesti, raggiungeva vette di inaudita bellezza, e che poi trovavano il loro giusto posto: il suo candido e profumato abbraccio.
Alle ossessioni, al frastuono interiore, al malessere per un qualcosa di svanito chissà dove lui lentamente cambiò, il suo volto si fece cupo, tenebroso questa volta di un miasma di fulmini interiori, altamente contrariato e offeso, perché non riusciva più a cogliere in lei quello stesso sguardo che lo aveva accolto nel suo mondo: era diventata ad un tratto un’altra persona, e tutto questo senza un perché; il perché non esisteva. Era difficile per lui comprendere che tutto quello che c’era stato era stato veramente sentito, donato ad ogni incontro con la stessa autenticità che ora gli rifuggiva, che non faceva che nascondersi o che semplicemente non esisteva più, come diceva lei. Aveva cambiato volto. L’autenticità c’era ma parlava un’altra lingua, che lui da lei non aveva mai udito. Parlava di dispiacere, di incomprensione dell’accaduto, di un sentimento che c’era stato, sì, ma che ora lei non riconosceva più come suo. La semplice constatazione di lei si imbatteva nelle continue complessità tramortite di lui, o, diversamente, la complessità del cangiante atteggiamento di lei si imbatteva, senza appello, sull’impaurita semplicità di lui, che voleva darle di nuovo solo un bacio, sentire lo stesso suo profumo accoglierlo, tutto come era successo poco tempo prima, un tempo che era come ormai blindato. Non fu così: si allontanarono. I primi periodi lo s-legame si fece assordante e poi, con la medicina del tempo, il suo eco si attenuò, via via, per prendere le strade diverse della coscienza. Lui si laureò ben presto e partì: il periodo immediatamente prima aveva condotto una vita solitaria, lontano da tutto e da tutti, e trovò conforto nelle sue letture, in quelli che poi sarebbe diventanti i suoi maestri di vita. Gli insegnarono che a tutto, quasi a tutto, c’è sempre una soluzione e che non aveva senso scoraggiarsi per qualcosa di bello che era successo: era successo e basta, bisognava solo avere il coraggio di andare avanti. Così scoprì altri luoghi, conobbe la gente del mondo e tutta la sua ammaliante e travolgente diversità. Ciononostante, il ricordo di lei ogni tanto sopraggiungeva sbiadito, e l’istantanea che li raffigurava insieme, sorridenti e innamorati, cominciò ad assumere per lui altri colorati significati, sfumature smussate da sorrisi interiori appena accentuati.
E intanto gli anni passarono e, per circostanze del tutto eccezionali, si incontrarono nuovamente, per strada, sempre in quella stessa nebbiosa e fantasma città. Le loro fisionomie si riconobbero leggermente mutate e il tono di voce aveva assunto una qualità strutturata, più consapevole, più dedita ad un incontro costruttivo, ad una situazione nuova. Avevano occhi diversi l’uno per l’altra. Tuttavia, durante i loro timidi dialoghi, uno scintillio nascosto si caricava ogni tanto di luminescenza, e quegli occhi tentavano a stento di trattenere delle emozioni che facevano capolino tra l’attrazione sempre presente e ancora, sì, ancora viva. Il nuovo incontro si sviluppò senza troppi slanci verso il passato e il tutto si risolse con una piacevole chiacchierata intrattenuta tra libri di un bar piuttosto accomodante. A distanza di giorni lei partorì una nuova poesia, stesse parole incantante, stessi versi ondeggianti, come un sughero abbandonato nella marea delle sensazioni per lui. La poesia venne letta, una sola volta. Lui ne assaporò tutta la di nuovo autentica essenza, perché è di questo che si trattava, nuovamente. Ma non fece nulla, non rispose: solo un altro sorriso gli venne, questa volta in volto. Conservò allora il bel ricordo e ripose quelle splendide parole in un diario che era stato amoroso sì, ma che nel presente, nel divenire della vita che avanzava, si trattava solamente di un diario appena, solo appena sfogliato. Nulla di più.
E intanto gli anni passarono e, per circostanze del tutto eccezionali, si incontrarono nuovamente, per strada, sempre in quella stessa nebbiosa e fantasma città. Le loro fisionomie si riconobbero leggermente mutate e il tono di voce aveva assunto una qualità strutturata, più consapevole, più dedita ad un incontro costruttivo, ad una situazione nuova. Avevano occhi diversi l’uno per l’altra. Tuttavia, durante i loro timidi dialoghi, uno scintillio nascosto si caricava ogni tanto di luminescenza, e quegli occhi tentavano a stento di trattenere delle emozioni che facevano capolino tra l’attrazione sempre presente e ancora, sì, ancora viva. Il nuovo incontro si sviluppò senza troppi slanci verso il passato e il tutto si risolse con una piacevole chiacchierata intrattenuta tra libri di un bar piuttosto accomodante. A distanza di giorni lei partorì una nuova poesia, stesse parole incantante, stessi versi ondeggianti, come un sughero abbandonato nella marea delle sensazioni per lui. La poesia venne letta, una sola volta. Lui ne assaporò tutta la di nuovo autentica essenza, perché è di questo che si trattava, nuovamente. Ma non fece nulla, non rispose: solo un altro sorriso gli venne, questa volta in volto. Conservò allora il bel ricordo e ripose quelle splendide parole in un diario che era stato amoroso sì, ma che nel presente, nel divenire della vita che avanzava, si trattava solamente di un diario appena, solo appena sfogliato. Nulla di più.
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Una storia
lunedì 2 dicembre 2013
L’ipertestualità ci appartiene
Mi occorrono più parole e più parole ancora per descrivertelo, non so come dirti. Sto cercando di spiegare cosa mi sta passando per la mente in questo preciso momento e tu non lo saprai mai di preciso che cosa in questo momento ci sta passando, se non cerco di rendertelo leggibile, raffigurabile, io, a parole mie, con tutto quanto ciò che sempre in questo preciso momento dovrebbe essere in mio precario quanto tangibile possesso, almeno stando a quello che gli esperti dicono. Sembra un’assurdità, ma è un esercizio di funzionamento esplicativo tremendamente difficile se ci pensi, al cospetto delle tue orecchie che ascoltano e dei tuoi occhi che osservano, quegli occhi che impercettibilmente cercano anche di cogliere le movenze di quelle sonorità che provengono da quelle mie parole a fatica concatenate e che, guarda caso, si fanno addirittura gesto per venirti in contro, pensa un po’: siamo delle roccaforti di pensiero indipendenti e cerchiamo continuamente di gettare ponti in qua e in là per cercare di farci capire, tutt’al più; ma, in realtà, quando ci capacitiamo per rendere possibile tutto ciò arriva solo una coda di bagliore di quello che la nostra mente ha così ingegnosamente architettato per rendersi fruibile. E questo non vuol dir certo che io ci riesca per davvero a fare tutto quanto questo, sappilo. Devi cercare di immaginare ponti che si costruiscono per attingere e dunque per accumulare, ma anche ponti per comunicare la risorsa esterna agli altri, ponti che si presuppone, alla cieca, siano possibilmente solidi e stabili, ma anche suscettibili di quelle vibrazioni afferenti il consenso e il dissenso per rimanerci in piedi, sai, non si sa mai, in base ai casi. Non si tratta più di gestire il lineare delle informazioni e renderle altrettanto lineari in uscita, a quel nostro interlocutore diretto o a quella schiera di potenziali interlocutori che sono lì e attendono con occhioni sornioni le risposte alle nostre bizzarre e animalesche movenze. Si tratta, più che altro, di rendere spendibile il concreto funzionamento della nostra mente che pesca alla rinfusa e crea altre connessioni che derivano da altre afferrate in precedenza: parliamo, per farla breve, di connessioni di connessioni che si connettono con un altro tipo di connessioni attivate precedentemente da molto più lontano e sì, lo so, anche tu c’hai ragione, è piuttosto un gran casino riuscirci a cavarci qualcosa, in base ai casi. E cerca di capirmi però quando te lo dico: un resoconto dettagliato di tutto ciò sarebbe pressappoco impossibile attuarlo, anche se ci metto tutta la premura di questo mondo, e lo sai che, in fondo, e questo spero che riuscirai a farlo tuo, lo sai nel tuo intimo che ti voglio bene. E dunque collegamenti che si trasformano in verbo, rimandi di parole che disegnano altrettanti mondi paralleli: devo raffigurarti e dipingere, per mezzo di pennelli inzuppati di cerebrale, il caleidoscopio che c’ho in testa per fartelo capire, e devo rendertelo più intellegibile che posso affinché vi sia una presunto incontro conoscitivo tra noi due, qui ed ora, che così a raccoglimento ci studiamo amorevolmente in volto, seduti a dialogo, sorseggiando un tè caldo i cui fumi lenti e ascensionali aleggiano dietro una finestra riparata dal frastuono raggelante di un inverno prorompente. E devo cercare di fare tutto ciò attraverso quella minuta cassetta degli attrezzi che conosco solo io e che a te è completamente fuori portata, credimi, non so come spiegartelo, perché semplicemente si tratta di attrezzi che so usare solo io, e no so credimi il perché; forse perché vengono forgiati da una formazione esperenziale tutta mia e sola mia, insomma: questo è quello che chiamano la portata individuale, nulla di più. Quello che chiamano “il background personale” cerca di svelarsi e di emergere e di fecondare in pensieri prima e in parole poi, in un miscuglio singolare e sui generis che avrà un suo risvolto reale o immaginifico, o tutte e due assieme se è necessario, sempre in base ai casi. La mia mente perciò, come la tua di certo (ma posso solo immaginare in quale altra inconsueta combinazione), funziona un po’ come un motore di ricerca, e attraverso immagini e la ricerca di parole e di significati ad esse sottesi è una spugna di ipertesto che rilascia liquidi conoscitivi, e tu mi capirai quando cerco di farti arrivare il mio filtrato afflusso di pensiero, perché è di amorevoli filtri costruiti con la dovuta cura che stiamo parlando. Devo ogni volta trovare quei filtri congeniali che mi consentono di governare l’ingovernabile, di ordinare la complessità assordante che si fa caos, e si catapulta senza mezzi termini contro di me, e per me, affinché io possa spiegarmi con te. E poi quei filtri che ho fatto miei a fatica devo renderteli più filtrati di prima, e si tratta di un tipo d’amore per l’altro che non tutti proprio riescono a possedere. L’ascolto attivo è il riuscire a mettersi nei panni dell’altro. L’empatia non è altro che cercare di comprendere quella fatica che contraddistingue il tuo interlocutore, e dirgli poi semplicemente: “Sì ok ti seguo. Ma aiutami anche tu a seguirti perché più in là potrei non poterlo più fare”. Il mettere nelle condizioni l’altro di emergere e di farsi suo e potersi donare in quei termini così peculiari è tutt’altro che farsi una passeggiata disinteressata: questa è la vera ricchezza del discorso conoscitivo e reciproco. E non importa dove sei, ma importa con chi ti trovi, e se quel tè è ancora caldo e fumante, intervalla tutti quei pensieri e cerca di prenderti una pausa una volta ogni tanto, perché ci vuole molto tempo per collegarti alle connessioni di chi ti sta parlando. Prenditi quel tempo e attendi, e vedrai che, assieme, i vostri scambi di parole usciranno dal loro recinto e andranno ad immettersi in quei movimenti umani che vedi in questo momento proiettati da quella finestra: perché, se trattati bene e con la massima cura, andranno a suggellare lo sposalizio discorsivo che fa muovere tutta quella gente incappucciata per strada, tutta racchiusa in protezione dal freddo: tutta quella gente che, come te, non vede l’ora di padroneggiare i propri ipertesti mentali al caldo, in compagnia, solo con l’intento finale di dare un seppur lontano minimo contributo alle movenze di tutto quanto il mondo che verrà, assieme.
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