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lunedì 15 settembre 2014

Il senso di devozione per l'illusione

Se lo Stato è assente, il popolo se ne crea un altro tutto per sé, su misura, dove delinquere può diventare normale e la norma di quella normalità vede il più furbo o il più forte prevalere sugli altri. Se lo Stato non riesce ad infondere un sentimento collettivo, una reciproca comunanza in cui, cascasse il mondo, tutti si possano sentire riconosciuti e valorizzati, allora ogni individuo si ritrova spaesato, e privo di questa importante garanzia il suo contributo alla società si declinerebbe senza dubbio in un'ottica di sopravvivenza spregiudicata, in una traiettoria di vita che è chiaramente individuale; votata all'isolazionismo più che alla condivisione; destinata ad un futuro privo di quell'illusione salvifica di cui è fatta l'intera vita: come l'illusione della piccola ed intermittente luce di stelle, che dal firmamento quasi del tutto ignoto giunge fino a noi, in differita.
Si tratta di un'illusione poiché magari quelle stelle non ci sono più, e a noi quella luce arriva semplicemente in un ritardo di milioni di anni. Ma è chiara la salvezza che deriva dal fatto di non percepire la loro luce tutta quanta assieme. In quel caso, oltre a non saper più distinguere nulla, si perderebbe il tatto per le cose veramente importanti, e senza dubbio la mancanza di un cielo così lattiginoso e spolverato di luminescenze non alimenterebbe più il mistero esistenziale; quello stesso mistero che ci permetterebbe, in un'inconsulta stretta di mano, di andare avanti nel nostro cammino. Quindi l'illusione è la possibilità del diverso; tale diversità è cambiamento e costruzione: elementi fondamentali per il procedere umano.      
Certo, ogni agire sociale è prima di tutto individualistico, personale e bisognoso delle necessità immediate. Ma queste ultime prendono forma e vivono solo in un senso sociale, che è organizzato e tacito, e permette la sorprendente coordinazione di diversità ed eterogeneità individuali mozzafiato; un bacino inesauribile se ci si ferma un attimo a pensare. Ecco: è esattamente il tipo di coordinazione sociale vigente che si è andata ad inceppare, che non funziona più, e che non rende, ai popoli, un tipo di giustizia che si avvicina ad una che può essere chiamata umana.
Troppo della ricchezza e delle ultime risorse rimaste viene accumulato in poche mani, sadiche e spietate. E troppo poco, viceversa, rimane sulle braccia di chi, stanco per aver lavorato onestamente una vita, si ritrova a dover combattere ancora, e ancora, solo per strappare un sorriso alle persone care. Non va bene così. Le opportunità devono essere equamente distribuite. Le possibilità di redenzione personale devono trovare un comune accordo in una collettività che esalta le qualità del singolo, perché uniche e preziose per le assetate e bisognose comunità.
Chi detiene e pratica e preserva quelle qualità deve poterle spenderle localmente, affinché ci sia una ripercussione sana e positiva in senso globale. Pensare globalmente e agire localmente è una strada positiva, ma solo se i contesti in cui la si intraprende riconoscano le risorse dei soggetti, mettendole a sistema, valorizzandole e permettendone uno sviluppo cosciente. Evitando quindi una loro mortificazione, che arriva subito in senso "assistenziale" qualora quelle stesse risorse risultano impoverite e in deficit. Il puro assistenzialismo non serve a nulla, non costruisce proprio nulla: sperpera solamente quei pochi aiuti rimasti. Quest'ultimi, al contrario, dovranno essere spesi per uno sviluppo personale e cosciente delle risorse personali, e ciò significa riattivare quelle stesse risorse latenti, ed espanderle, e immetterle nel circuito della comunità sfilacciata di legami sociali.  
Non esistono solo le risorse economiche: bisogna estirpare dalla testa questo cancro onnipresente. Non è che da questo tipo di risorse si ricavano tutte le altre importanti alla vita. Non è che aumentando a dismisura questo tipo di beni materiali si ottiene poi automaticamente un benessere diffuso, condiviso. È una visione sbagliata questa.
Le risorse umane, quelle spirituali per semplificare, creano col tempo le prime, ma ci vuole pazienza, lungimiranza, senso di devozione: occorre la canalizzazione di pratiche sane e decenti alla vita buona. Solo così, con il lavoro sociale nel sociale e per il sociale si può avere la ghiotta probabilità di moltiplicare la ricchezza, una ricchezza fatta di testa e braccia che è però prima di tutto umana.

sabato 26 aprile 2014

La pensabilità della speranza

Sono a terra, sento che sono a terra. Sono lastricato, nient’altro.
È tutto buio attorno a me: la risacca del mare non c’è e l’asfalto mi stride in viso, severo. Tanto bella era la spensieratezza; peccato che se l’è portata via il vento, con le sue ragioni, e le sue giornate animate d’agosto, quando il fervido pullulare della sera andava risposandosi in quella candida stanchezza meritata a fine giornata e che non chiedeva più nulla, no, più nulla, se non il richiamo disinteressato di enormi e invisibili cicale nel loro battibecco infinito, un rimando ancestrale tremendamente confortante.
Un battito sordo, un tumulto appena passato, una confusione che lambisce le sfere della coscienza. E poi una luce, un’inspiegabile luce mi rischiara in viso e viene a cercarmi. Un soccorso repentino probabilmente, non saprei, ma chiaramente un-autentico-dono-salvifico.
Quando penso che sia tutto finito e non c’è davvero più nulla che si possa fare è proprio allora che si presenta la forma del riscatto, quello scatto umano che si riflette in una consapevolezza nuova, quella stessa che percepisci e che non sapevi minimamente di avere, prima. Sembra come se si sia formata a tua insaputa, pazientemente, nel rovo di una fucina lenta e saggia, che vuole darti consiglio, che prova a bisbigliarti ogni tanto, ma solo quando il suo pulsare è ancora timido e inesperto ai tuoi occhi, e sarà proprio per questo che, probabilmente, in quei primi immaturi frangenti, ne ignori completamente l’esistenza.
Tutto non è mai perduto, e se giaci al suolo e ancora respiri vuole dire che puoi rialzarti, prima o poi, con calma, puoi prenderti tutta la calma di questo mondo, il tempo c’è, c’è sempre stato...
Ho sempre pensato di avere un obiettivo nella vita, uno scopo prioritario: fare bene quello che sapevo fare meglio: impegnarmi, lavorare sodo, cercare curiosamente l’inspiegabile di uno spettacolo troppo forte per essere recepito tutto d’un fiato: la vita.
Ora, invece, mi ritrovo ad essere svuotato della mia essenza, di quell’unico senso che mi aveva sviluppato il mondo dinnanzi. E allora combattuto e chino reggo, al cospetto di una realtà all’apparenza vuota, la mia formazione, dettata dal ritmo di quel passato effervescente e carico di un esperienziale tutto mio, personale. E mi domando quanto ne sia valsa la pena, sì, quanto per la miseria, sì: questo costantemente mi chiedo.
Chi come me appartiene a queste generazione bruciata di diseredati dalle emozioni, dai desideri, dall’impulso vitale, questiona costantemente riguardo al suo futuro, un futuro gravido di incertezze: un chiodo fisso. Chi come me, dopo anni passati nel nomadismo più sfrenato di questa vita, si domanda se tutto il contenuto di senso di quegli attimi sacrificati alla propria gioia, alla propria tranquillità, alla propria spensieratezza, possa essere reso spendibile in un sistema sociale esterno che possa offrirgli, dopotutto, finalmente, un misero e sorprendente qualcosa: oggi questa domanda, a conti fatti e col senno di poi, può sembrare abbandonata, del tutto inevasa, di fronte ad una complessità fatta della stessa materia di quell’asfalto: severa. Una complessità a cui non siamo stati neppure lontanamente educati; sta qui il problema: la società è implosa – in quella sua nebulosa di astri maculati e così confusi – e noi, per l’amor del cielo, non siamo stati educati minimamente a cotanta complessità. Nei fatti non la conosciamo; manco riusciamo a immaginarcela (che è la cosa più importante).
Tuttavia, nulla è ancora così perduto. C’è ancora la gente, le gente come te, e io – si possa dire e pensare quello che si vuole – io credo sempre nella gente, brutta o bella che sia (brutta e bella per e in ogni accezione). E c’è ancora l’Europa, mamma Europa. Un esperimento mai concepito prima da luminari che ripudiavano in tutte le sue forme la guerra; nelle sue gestualità, nei suoi ritmi, nei sui malsani tatticismi strategici: la sua inumana politica andava a colpire proprio il contrario di ciò che dovrebbe sbandierare e rendere realizzabile la vera politica, quella seria, ovvero: il bene comune, il bene di tutti noi.
E quindi... Ampio respiro, fratellanza dei popoli, uguaglianza di diritti che surclassano i confini, affinché quest’ultimi non si traducano nella vera piaga del mondo globalizzato attuale: la disuguaglianza sociale senza esclusione di colpi; quella disuguaglianza che etichetta la gente innocente di colpe inesistenti: colpe create su misura per escludere. Questa piaga – la disuguaglianza sociale – purtroppo, è ancora definita e normata entro dei confini nazionali, all’interno di Stati-nazione che pretendono di bacchettare la vera essenza che ci unisce tutti: la consapevolezza e la forza di avere gli stessi diritti vitali su questo pianeta che stiamo martoriando, silente ma incazzoso nelle sue impetuose manifestazioni naturali che, violente, si sbarazzeranno del suo unico e vero cancro: il nostro dannoso e vigliacco lato oscuro che ormai ha superato davvero ogni limite.
E allora via i confini! Prendete una gomma bella grande e fate festa sdrucciolando in lungo e in largo tutte queste linee complicate e insignificanti: bisogna sconfinare! E mamma Europa ci sta indicando la via: poveri illusi chi non trae da Lei il vero senso dell’umanità che cerca di prendere corpo, di darsi un tono. Serve l’anima a tutto questo processo, affinché si sviluppi e perduri nel tempo. Ma l’anima dobbiamo mettercela noi, con l’impegno di tutti, collaborando, assieme, nelle e fra le nostre straordinarie diversità.
“I nuovi saperi frutto dell’opera dell’intelligenza collettiva nascono in zone periferiche e mute. Sono destinati alla marginalità rispetto al pensiero dominante, ma se qualcuno li osserva, li racconta e li connette, la realtà può modificarsi. È vero che non ci sono maree di cittadini smaniose di liberarsi: la libertà (e la responsabilità che porta con sé) è ansiogena. Proprio questa condizione apre uno spiraglio. È il tema antico posto da Marx: se sono io stesso a co-produrre la mia alienazione, su questo spazio di libertà si può lavorare. C’è sempre una possibilità di (r)esistenza. Paul Freire diceva che bisogna creare il desiderio di libertà fra gli oppressi, restituire soggettività alle persone. Se si raggiunge una massa critica di nuovi comportamenti, questi potranno produrre cambiamento sociale al di là delle leggi e delle intenzioni dei governanti e dei finanzieri. Al di là non vuol dire contro [chiaro Grillini? Altrimenti riscrivo pazientemente di nuovo l’inequivocabile stralcio di citazione], ma semplicemente che la liberazione dell’intelligenza collettiva favorisce il re-innesco di circoli virtuosi disattivati a causa dello sfibramento dei legami sociali e del dominio della razionalità strumentale.” (Mazzoli, 2014).

E allora? Cosa stiamo aspettando? Il mio asfalto ora è lontano: è proprio sotto i miei piedi. Viene illuminato per giunta dal mio spiraglio di luce: trovatevi anche voi il vostro, o il vostro cercherà voi.
Ordunque: osservare, raccontare, connettere: la realtà può davvero modificarsi. Ciao.        

lunedì 24 marzo 2014

Lenteur/Slowness/Lentezza

En français

Si le matin tu ne t'arrêtes pas chez le boulanger ou le charcutier ou le maraicher pour échanger deux mots sur la dimension concrète de la vie, il n'y a rien d'autre à dire: t'es un gros naze.

Si tu penses être en retard au travaille et que ces bavardages, ces échanges qui sentent le vécu sont du temps perdu tu seras à nouveau, ne te fâche pas, je ne peux pas te le dire autrement, oui, t’as deviné: un super gros naze.

Si tu n’as pas bien compris que pour survivre à cette vitesse et à ce tas confus d’incitations qui te harcèle il te faut la lenteur, l’échange symbolique du don, un souri, une tranche de mortadelle qui surclasse de bonheur toutes les autres odeurs, un maraicher qui t’offre du persil vert de champ ruisselant car c’est normal pour lui de te le donner, un simple geste sans arrière pensée, bin, si tu rate tout ça et tu n’ambrasse pas la vrai mesure du temps, tu seras un gros naze qui dit de ne jamais avoir du temps.

Et c’est justement les personnes comme toi qui disent de n’avoir jamais le temps, qui en ont le plus; et alors arrête-toi sur ces dernières enclaves de vie humaine qui restent et prend ton temps, donne leur de l’espace et comble-les de lent réconfort, d’une tranche de pain frais et dégoulinant de chocolat coupée en deux.


In english

If you don’t stop in the morning with the baker, the butcher or the greengrocer for a chat on the concrete dimension of life, there is nothing else to say: you're a loser.

If you think about being late for work and think that those talks, those exchanges of experiences are a waste of time, you will be again, and don’t take this personally, I cannot tell you more, yes you guessed it: an emeritus loser.

If you have not understood that to survive at this speed and confused mass of stimuli that bombards you, you need to take the slowness, the slowness of symbolic exchange of the present, of a smile, of a slice of mortadella that surpasses the happiness of all other smells, like the greengrocer who gives you the green parsley dripping because it’s just normal for him to give it to you, a simple gesture without a double purpose, well, if you lose all of this and you don’t embrace the true measure of time you will be a loser who says ‘I never have time’.

And it’s people like you, who say that doesn’t have time, that have more time than all of us; so now focus on those last remaining enclaves of human life and give yourself time, space and fill them by their slow comparison, with a slice of fresh bread with chocolate divided in half.


Originale

Se alla mattina non ti fermi dal panettiere o dal salumiere o dal fruttivendolo per fare due chiacchiere sulla dimensione concreta della vita, non c'è altro da dire: sei uno sfigato.

Se pensi di essere in ritardo a lavoro e pensi che quelle chiacchiere, quegli scambi di vissuti siano tempo perso sarai di nuovo, non te la prendere, non posso dirti altro, sì, hai indovinato: un emerito sfigato.

Se non hai ben compreso che per sopravvivere a questa velocità e ammasso confuso di stimoli che ti bombarda ci vuole la lentezza, la lentezza dello scambio simbolico del dono, del sorriso, di una fetta di mortadella che surclassa di felicità tutti gli altri odori, del fruttivendolo che ti regala il prezzemolo verde di campo sgocciolante perché è solo normale per lui dartelo, un semplice gesto senza doppi fini, beh, se ti perdi tutto questo e non abbracci la vera misura del tempo sarai uno sfigato che dice di non avere mai tempo.

Ed è proprio gente come te, che dice di non avere tempo, ad averne più di tutti; e allora soffermati su quelle ultime enclavi di vita umana rimasta e datti tempo, dai loro spazio e riempile di lento confronto, di una fetta di pane fresco e cioccolatoso diviso a metà.


Traduzione francese di Dario Cazzorla
Traduzione inglese di Edna Arauz

Un ringraziamento speciale ad entrambi.

giovedì 13 febbraio 2014

L'abbraccio

L’abbraccio è un incontro di mondi, è la pace in terra di persone di sconfinata generosità; è l’assioma incontrovertibile che dona profusamente ristoro alle menti frustrate, che si proteggono a vicenda, nella gioia e nel dolore, e nel rifugio momentaneo scampato all’agitato frastuono posano gli occhi, e cantano.


Tale intreccio di braccia fusti e menti consiste semplicemente in una sospensione sconfinata, parcheggiata al centro di un momento religioso, che si accorda perfettamente all’eterea melodia di quelle anime innocenti e pure, che, con immane fatica, consentono al bene profondo di emergere, e di far sì che quell’instancabile palla blu, che taluni appellano come mappamondo veleggiante, possa ancora girare. 

lunedì 6 gennaio 2014

La vitale noia dello stacco segnato

Fuori è già buio. Il tuo giorno è passato senza troppi intoppi ma è andato comunque a nascondersi laggiù, da qualche parte. Il notiziario della sera brontola le solite sconcertanti notizie. Anche le giornaliste discutibilmente ben vestite sono parecchio imbronciate, e la loro fredda voce cadenzata ti risulta stridula, insopportabile; addirittura più fastidiosa di quelle finte voci gioiose che riempiono, di un tempo inutile e votato solo al denaro, quelle pessime pubblicità provinciali da quattro soldi che non smettono mai di passare alle frequenze radio più sfigate e sconosciute. Pensa un po’ cosa ti tocca ascoltare: ci saranno albe di tempi migliori, non temere. Ti senti piuttosto annoiato, e questo, da un punto di vista che non è proprio il tuo, potrebbe sembrare un miracolo, ma tu per il momento lo ignori completamente.
L’anno nuovo è bello che iniziato e ormai si è imposto su tutti i fronti, ma tu, ancora una volta, non ti sei accorto di nulla: eri troppo impegnato a girarti d’improvviso di spalle, per viverti, in seduta solitaria, tutte quelle cartucce di starnuti che non pensavi minimamente di possedere. La scatola dei kleenex che per tutta una serata ti ha tenuto compagnia, e che hai avuto la dolce premura di portarti costantemente sottobraccio, alla fine è riuscita nel suo ultimo intento semantico: chiedere resa ad ogni bianca sfilata di sventolamento. I fazzoletti bianchi di quella scatola amica, perciò, si sono dimostrati coraggiosi soccorritori, pronti a sacrificarsi ad ogni ripetuto e necessario tamponamento: finivano alla lunga per inzupparsi integralmente a fronte di tutte quelle colanti mucose burrascose che, anche qui, non pensavi assolutamente di custodire; che non sapevi potessero provenire da un tuo di dentro mai dimostratosi così abbondantemente provvisto. Ad ogni modo, tramite gruppi intestati di e-mail, ti sei impegnato ad inoltrare a tutti loro (agli eroi-kleenex così coraggiosi) i tuoi più sentiti e ormai prosciugati ringraziamenti, e sei stato parecchio carino e gentile: questo non potevo non dirtelo.
Il peggio è ormai passato, e sei finalmente ritornato a respirare libero, al di là di quella trincea che ti ha lobotomizzato tutti i sensi: sei riuscito a conquistarti una nuova respirazione felice. Molto più sereno, poco fa, stavi ripercorrendo nei tuoi pensieri una frase ricorrente e familiare che t’è venuta in mente quando eri ormai certo che la quiete post-starnutifera era vicina: “Mai avuto così, che io ricordi”, il raffreddore immagino che sia.
E quindi Buon Anno, è giunta l’ora di dirtelo, a scanso di germi che, si spera, non siano più polleggiati nei tuoi paraggi per socializzare tra loro. E allora arriva il momento in cui si può annunciare che le festività natalizie la signora imbacuccata e col naso oblungo se le porta tutte via, e tu, nel frattempo, hai appoggiato le braccia al caldo davanzale riscaldato dal termosifone che si trova subito sotto, quello stesso che distribuisce, invisibilmente, aria calda ascensionale sbuffando sulle tendine che appena si rigonfiano scostandosi da quella finestra da dove ora stai scorgendo non so cosa, forse nulla in particolare, ma sicuramente non avrai la possibilità di cogliere nessuna scia di scopa armata di pazienza, e che raccoglie quelle luci così colorate e gioiose che continuano a ricordarti un periodo di stacco, una sospensione da tutto il resto. Gli stacchi che riguardano quelle cose che prima o poi rivedrai sicuramente, si prendono tutto il loro tempo prima di dirti Ciao con la manina. Sono lenti, li vedi ancora anche quando tutto è finito, e sono quasi degli arrivederci, perché sai che, in un altro similare periodo identico a quello che hai appena vissuto, li rivedrai sicuramente. Sono invece gli altri stacchi, quelli stessi che chiami di-stacchi perché inaspettati e inspiegabili e se vogliamo tremendamente prematuri, a non degnarti minimamente di un briciolo di saluto: vanno via e basta, si slacciano da te, e non ritornano più, per sempre.
E mentre componi nella tua testa queste considerazioni tutto sommato scontate rimani piantato a quella finestra, assaporando quella stessa noia che ti ha invaso poco fa, e che cominci a comprendere, perché in tutte queste feste appena trascorse (sì, nei stai raccogliendo gli ultimi sgoccioli proprio ora) è stata la tua salvezza sin dal principio, e ora lo sai.
La televisione è spenta, l’orologio continua a ticchettare, il movimento lento delle auto fuori dalla finestra sta allestendo il nuovo giorno che verrà, e tu ti godi il momento: gli attimi che riempiono la cerimonia di uno stacco segnato; il lasciare andare di alcune giornate sospese che chiudendo e aprendo gli anni, a cavallo, rappresentano le dentellature delle tue cerniere interiori, quelle che potrai chiudere sempre da solo e con sicurezza, per custodire quei giorni natalizi passati con un curante amore per la noia perpetua, quella stessa noia e ripetizione e legame sanguigno che ti lega a chi tieni più di chiunque altro, a coloro che in fondo compongono, con stacchi ripetitivi e sempre presenti, la tua insignificante ma così sorprendente vita. Rimani ancora alla finestra, e osservati. Ciao.    

lunedì 2 dicembre 2013

L’ipertestualità ci appartiene

Mi occorrono più parole e più parole ancora per descrivertelo, non so come dirti. Sto cercando di spiegare cosa mi sta passando per la mente in questo preciso momento e tu non lo saprai mai di preciso che cosa in questo momento ci sta passando, se non cerco di rendertelo leggibile, raffigurabile, io, a parole mie, con tutto quanto ciò che sempre in questo preciso momento dovrebbe essere in mio precario quanto tangibile possesso, almeno stando a quello che gli esperti dicono. Sembra un’assurdità, ma è un esercizio di funzionamento esplicativo tremendamente difficile se ci pensi, al cospetto delle tue orecchie che ascoltano e dei tuoi occhi che osservano, quegli occhi che impercettibilmente cercano anche di cogliere le movenze di quelle sonorità che provengono da quelle mie parole a fatica concatenate e che, guarda caso, si fanno addirittura gesto per venirti in contro, pensa un po’: siamo delle roccaforti di pensiero indipendenti e cerchiamo continuamente di gettare ponti in qua e in là per cercare di farci capire, tutt’al più; ma, in realtà, quando ci capacitiamo per rendere possibile tutto ciò arriva solo una coda di bagliore di quello che la nostra mente ha così ingegnosamente architettato per rendersi fruibile. E questo non vuol dir certo che io ci riesca per davvero a fare tutto quanto questo, sappilo. Devi cercare di immaginare ponti che si costruiscono per attingere e dunque per accumulare, ma anche ponti per comunicare la risorsa esterna agli altri, ponti che si presuppone, alla cieca, siano possibilmente solidi e stabili, ma anche suscettibili di quelle vibrazioni afferenti il consenso e il dissenso per rimanerci in piedi, sai, non si sa mai, in base ai casi. Non si tratta più di gestire il lineare delle informazioni e renderle altrettanto lineari in uscita, a quel nostro interlocutore diretto o a quella schiera di potenziali interlocutori che sono lì e attendono con occhioni sornioni le risposte alle nostre bizzarre e animalesche movenze. Si tratta, più che altro, di rendere spendibile il concreto funzionamento della nostra mente che pesca alla rinfusa e crea altre connessioni che derivano da altre afferrate in precedenza: parliamo, per farla breve, di connessioni di connessioni che si connettono con un altro tipo di connessioni attivate precedentemente da molto più lontano e sì, lo so, anche tu c’hai ragione, è piuttosto un gran casino riuscirci a cavarci qualcosa, in base ai casi. E cerca di capirmi però quando te lo dico: un resoconto dettagliato di tutto ciò sarebbe pressappoco impossibile attuarlo, anche se ci metto tutta la premura di questo mondo, e lo sai che, in fondo, e questo spero che riuscirai a farlo tuo, lo sai nel tuo intimo che ti voglio bene. E dunque collegamenti che si trasformano in verbo, rimandi di parole che disegnano altrettanti mondi paralleli: devo raffigurarti e dipingere, per mezzo di pennelli inzuppati di cerebrale, il caleidoscopio che c’ho in testa per fartelo capire, e devo rendertelo più intellegibile che posso affinché vi sia una presunto incontro conoscitivo tra noi due, qui ed ora, che così a raccoglimento ci studiamo amorevolmente in volto, seduti a dialogo, sorseggiando un tè caldo i cui fumi lenti e ascensionali aleggiano dietro una finestra riparata dal frastuono raggelante di un inverno prorompente. E devo cercare di fare tutto ciò attraverso quella minuta cassetta degli attrezzi che conosco solo io e che a te è completamente fuori portata, credimi, non so come spiegartelo, perché semplicemente si tratta di attrezzi che so usare solo io, e no so credimi il perché; forse perché vengono forgiati da una formazione esperenziale tutta mia e sola mia, insomma: questo è quello che chiamano la portata individuale, nulla di più. Quello che chiamano “il background personale” cerca di svelarsi e di emergere e di fecondare in pensieri prima e in parole poi, in un miscuglio singolare e sui generis che avrà un suo risvolto reale o immaginifico, o tutte e due assieme se è necessario, sempre in base ai casi. La mia mente perciò, come la tua di certo (ma posso solo immaginare in quale altra inconsueta combinazione), funziona un po’ come un motore di ricerca, e attraverso immagini e la ricerca di parole e di significati ad esse sottesi è una spugna di ipertesto che rilascia liquidi conoscitivi, e tu mi capirai quando cerco di farti arrivare il mio filtrato afflusso di pensiero, perché è di amorevoli filtri costruiti con la dovuta cura che stiamo parlando. Devo ogni volta trovare quei filtri congeniali che mi consentono di governare l’ingovernabile, di ordinare la complessità assordante che si fa caos, e si catapulta senza mezzi termini contro di me, e per me, affinché io possa spiegarmi con te. E poi quei filtri che ho fatto miei a fatica devo renderteli più filtrati di prima, e si tratta di un tipo d’amore per l’altro che non tutti proprio riescono a possedere. L’ascolto attivo è il riuscire a mettersi nei panni dell’altro. L’empatia non è altro che cercare di comprendere quella fatica che contraddistingue il tuo interlocutore, e dirgli poi semplicemente: “Sì ok ti seguo. Ma aiutami anche tu a seguirti perché più in là potrei non poterlo più fare”. Il mettere nelle condizioni l’altro di emergere e di farsi suo e potersi donare in quei termini così peculiari è tutt’altro che farsi una passeggiata disinteressata: questa è la vera ricchezza del discorso conoscitivo e reciproco. E non importa dove sei, ma importa con chi ti trovi, e se quel tè è ancora caldo e fumante, intervalla tutti quei pensieri e cerca di prenderti una pausa una volta ogni tanto, perché ci vuole molto tempo per collegarti alle connessioni di chi ti sta parlando. Prenditi quel tempo e attendi, e vedrai che, assieme, i vostri scambi di parole usciranno dal loro recinto e andranno ad immettersi in quei movimenti umani che vedi in questo momento proiettati da quella finestra: perché, se trattati bene e con la massima cura, andranno a suggellare lo sposalizio discorsivo che fa muovere tutta quella gente incappucciata per strada, tutta racchiusa in protezione dal freddo: tutta quella gente che, come te, non vede l’ora di padroneggiare i propri ipertesti mentali al caldo, in compagnia, solo con l’intento finale di dare un seppur lontano minimo contributo alle movenze di tutto quanto il mondo che verrà, assieme.     

domenica 24 novembre 2013

Il dolce far nulla serve un sacco

Lavorando come osservatore e ricercatore sociale nei nidi d’infanzia ho imparato una cosa che mi è sempre sfuggita o che, a dire il vero, ho disimparato da tempo: il dolce far nulla serve un sacco. Tale prescrizione è sempre stata avanzata, con un vigore altamente sfacciato, da qualunque modello pedagogico che si rispetti. Sì, proprio così. Perché i bambini, sin dalla più tenera età, in vista di un loro virtuoso sviluppo affettivo, cognitivo e creativo, devono imparare ad occupare il loro prezioso tempo anche cominciando ad identificare quelli che sono i loro momenti di solitudine, quegli spazi così ricercati che riconoscono il vuoto come governatore delle loro prime e minute azioni; attimi e momenti di vuoto che prevedono la ripetitività, la lentezza, e i primi bagliori di quello stato d’umore che riconosciamo tutti con l’annoiarci. Dobbiamo dunque imparare dai bambini: dobbiamo re-inventarci partendo dalla noia più falsamente frustrante, quello condizione che così, in maniera errata, cerchiamo di rigettare da noi stessi alla prima occasione. Solitamente, i genitori postmoderni di questi pargoli alle loro prime zampettate sono piuttosto ansiosi. Chiedono spasmodicamente alle educatrici/agli educatori se i loro bimbi oggi hanno fatto questo e quello, cosa hanno imparato di così importante per rasserenare le loro menti così tormentare per un così prematuro distacco. Dovete sapere, infatti, che i genitori in oggetto (nella maggior parte dei casi), impossibilitati dai loro carichi lavorativi, ricorrono al nido per i tempi di cura e, quotidianamente, sono costretti a vivere un senso di colpa imperdonabile: l’”abbandono” a degli estranei dei primi anni di vita dei loro figli. E quindi cercando di compensare preoccupandosene a più non posso, esigono sempre di riscontrare quel passo qualitativo che possa far pensare “comunque sta facendo e imparando tante cose e quindi, per lo meno, non va tutto perso: qualcosa di buono, in fondo, la sto facendo”. Quello che non sanno però è che anche quando i loro bimbi non fanno assolutamente niente è molto più che bene per loro, e su questo non si dovrebbe discutere. La verità è che questa società supersonica e sempre più frenetica e votata all’esaltazione della prestazione efficiente a tutti costi ha scombussolato realmente le nostre coordinate di riferimento. Il tempo e lo spazio vanno a braccetto, sì, ma si dissolvono reciprocamente nell’insensatezza di ciò che ci rimane dopo, dopo aver compiuto tutto quello che dovevamo per forza di cose fare per non annoiarci; tutte quelle attività di intrattenimento che sempre di più ci stanno allontanando inesorabilmente dal rumore sordo della nostra mente in solitudine. Certo, forse viviamo, più che in altre epoche, il regno della solitudine esistenziale, ma lo facciamo sempre interfacciandoci a qualcosa che potrebbe distrarci, a qualcosa che ci distanzia dalla vera auto-riflessione rigenerante. Dobbiamo ricominciare ad elogiare per noi stessi la lentezza, l’attendere che qualcosa prima o poi verrà, sicuramente. E non stare lì, impazienti di voler produrre tutto e subito, anche a costo di non capirci nulla e di bere tutte le bevute disponibili su quel banco al bar che chiama a suon di euro la quantità. Diversamente, la qualità è tutto, e va assaporata incessantemente, attimo dopo attimo, come falso grigio di quel vuoto che ci invade nei momenti di panico, un panico che si riscopre un lusso non appena cominciamo a dialogare veramente al cospetto di noi stessi, risultando ripetitivi certo, ma per nulla scontati, poiché quello che viene da dentro di noi è sempre unico e va gelosamente custodito e coccolato e fatto crescere. Dobbiamo educarci alla lentezza di una passeggiata che non porta a nulla, quel sentiero che tocca solo noi stessi e il mondo, che sempre e comunque è lì e ci dona inaspettatamente qualcosa. Dobbiamo rigettare la cultura del fare per forza e riprenderci le nostre pause interiori di silenzio, che non significano più rimorso di un tempo che ci hanno fatto credere come sprecato: nulla è davvero così sprecato se lo si valorizza come nostro e come peculiarmente singolare da poter condividere gratuitamente assieme. Dobbiamo cominciare a vedere di nuovo e, con questo, riguardo alla cecità di questa performatività che ci assale e ci sgomenta annientandoci nell’oblio dell’esistenza, vorrei concludere con l'aiuto di uno fra i maestri indiscussi della letteratura, un colosso che mi ha insegnato tanto e che porto sempre con me: “Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.” (Cecità, José Saramago)