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martedì 22 ottobre 2013

Sangu meu #6

(… segue da parte #5)

Se fosse ancora stato fedele, ancora una volta in questa cruciale occasione, alla filosofia economica appena brevemente descritta, allora avrebbe, come suo solito, alimentato quel suo narcisistico individualismo indiscusso, e avrebbe quanto meno richiesto alla compagna di una vita delle spiegazioni logico-razionali su ciò che, incredulo, aveva assistito là, nella sua ormai-ex-camera-da-letto, in piedi e impietrito. Oppure, nel caso più normale di tutti, avrebbe dovuto incazzarsi come una bestia inferocita e, tramite la sua dialettica da manipolatore efferato, far valere indiscutibilmente (come aveva sempre fatto, per giunta) la sua figura da uomo virile e orgoglioso e di successo, e veramente, era sempre stato il migliore di tutti, non ce n’è per nessuno, e anche di questo puoi starne certo/a. Un uomo, insomma, che mai nella sua vita era riuscito a perdere in nulla e con nessuno, nemmeno se si divertiva a farlo apposta. Doveva dunque in teoria, nella norma del suo approccio all’esistenza, tentare di salvaguardare quel suo animo calcolatore freddo e spietato, il quale, non sia mai, era stato appena oggetto di un attacco terroristico inferto alle spalle, i cui (dell’attacco) suoni gracchianti e ritmici di un letto comodissimo ma anche piuttosto cigolante gli erano, a lui, sempre rimasti estranei, mentre, d’altra parte, quegli stessi cigolii, erano da tempo entrati a far parte dell’immaginario-uditivo sociale e collettivo di quel vicinato tanto curioso quanto sempre più famelico di indiscrezioni di ogni sorta, e a questo, mi sa, si era già accennato prima. Evidentemente, in questa straordinaria occasione, le cose andarono piuttosto diversamente. Le cieche passioni (di una forse, appena nata, propria sfera sociale interiore/quindi in contrapposizione con le fredde leggi economiche) presero su di lui il sopravvento e, volendo una volta tanto coccolarsi un po’ decise, forse, perché no, di ascoltare una volta tanto quegli impulsi irrazionali che tante volte aveva tralasciato, e che cercava di accontentare solo indirettamente nella sua sfera privata. Perché indirettamente? E in che modo? Sbollendo e calmierando quei suoi istinti egoistici da manager incallito nella “donazione filantropica” di praticamente tutta la propria ricchezza – dato che ne godeva, umilmente, solo di una minima parte – alla compagna di una vita che, come si è già brevemente illustrato in una nota precedente, godeva di incondizionate e sperperanti attenzioni materiali; sempre, e tutto quanto, solo per amore, questo è ormai chiaro. E quindi la sfera sociale interiore, in quell’occasione, avrebbe avuto la meglio, non si sa come, dato che un senso civico per se stesso e per il resto del mondo lui, nei fatti, non l’aveva mai avuto. La sua purtroppo vera realtà, consisteva nel fatto di essere marcio succube della bellezza apollinea della compagnia di una vita, la cui sudditanza che ne derivava lo rendeva schiavo sul lavoro e, quindi proprio per questo, un genio indiscusso della pronta e servita impostura ai danni del prossimo in affari. Questo gli permetteva di fregare meschinamente e in continuazione le disparate persone con cui entrava in contatto, persone molto spesso transoceaniche con cui concludeva affari a dir poco suonanti. E quindi successi imprenditoriali a fiumi, e un’attività aziendale degna di nota: un modello di approccio al e di colonizzazione vergognosa del mercato che cercarono di emulare in molti, con stessi “servizi di qualità” e magari, anche, cercando di abbattere i diversi costi per tentare di alimentare un po’ la concorrenza (dato che, nel settore, il nostro lui, con il suo vero e proprio impero, aveva sempre avuto un’indiscussa priorità da monopolio, credimi, proprio impossibile sia da delegittimare che da sradicare); difatti, nulla di nuovo avvenne sotto il cielo di quei mercati: mai nessuno, come lui, con quella spietatezza di chi sa vederci lungo, riuscì in un’impresa di tali fattezze. Il succo di tutto questo è stato che, per la prima volta, quando per l’appunto diede finalmente adito al potere delle passioni, il nostro lui si era sorprendentemente accorto di essere un Essere Sociale e Umano in mezzo a molti altri simili a lui. Una cosa lontanissima e inconcepibile per le sue mappe cognitive fino a quel momento attivate. Inoltre, dispensare tutto ciò che aveva alla compagna di una vita piuttosto che a se stesso o all’intera altra umanità di cui, da sempre, è popolato il mondo intero beh, era una follia calcolatrice da puro economista amante del sesso e, in verità, diciamola tutta questa verità, dell’amore-in-funzione-del-sesso. Di fatti, le cose cambiarono piuttosto velocemente da quell’avvenimento in poi, e il fatto di assecondare, seppur per la prima volta, il potere tumultuoso delle passioni, e quindi dell’irrazionale che sbeffeggiava senza pietà il freddo calcolo razionale, gli fece scoprire un mondo degno di nota, e mai esplorato prima. Un mondo che, se lo si vede dall’esterno, può essere giudicato di perdizione assoluta, ma posso assicurarti che, ad un sguardo più attento, più oculato e sensibile per l’alterità, fu per lui una specie di ritorno alle origini: una sorta di vocazione atavica che gli consentiva di donare al mondo tutto quello che, fino a quel momento, non era mai riuscito a dare. Dato che ci siamo, vediamo di approfondire insieme cosa effettivamente successe dopo. Parto dal presupposto che ti va, quindi procedo tranquillamente se mi dai l’ok; vedo che ammicchi curioso/a, benone: vado avanti.

(Ciò che avete letto, fino alla parte sesta compresa, non è che un tentativo strampalato di un burrascoso prologo di un’opera che, nella sua piccola ambizione, vuole farsi chiamare nel complesso “Sangu meu”; ciò che ne seguirà dovrebbe essere, a breve, in corso di elaborazione. Per questo motivo, i tempi di sviluppo e di ipotetica conclusione non sono ancora del tutto stimabili con certezza qui su due piedi. L’autore, infatti, sta valutando la fattibilità concreta della cosa, cercando di architettare le ipotetiche pieghe che può eventualmente prendere il prosieguo della sua scrittura in merito alla vicenda; una vicenda che, come avete forse cercato di comprendere, ha i tratti cerebrali e realisticamente isterici del postmoderno. L’autore, pertanto, con un sopracciglio che si alza pensieroso, si scusa sentitamente per il momentaneo disagio.)

giovedì 17 ottobre 2013

Sangu meu #5

(… segue da parte #4)

Dopo questa tiepida mattina (solamente in riferimento alla temperatura atmosferica) il rapporto ufficiale della storia non dà chiare spiegazione su ciò che ne seguì nei giorni immediatamente successivi. Per fare un esempio, non si sa in che modo si dispiegò il ritorno di lui nella sua ormai ex abitazione[6]; se ci fu, in qualche modo, una specie di confronto chiarificatore tra i due, e cosa in questo famigerato incontro si dissero; o se, davvero (e se è andata veramente così, non c’è che dire, è stata proprio un’eventualità drasticamente concepita dal fato), il nostro lui non ha mai beccato la nostra lei nell’unico ritorno alla sua ex abitazione per recuperare “quel poco che gli restava”, dato che, punto primo, 1) probabilmente, sarà rincasato proprio in quelle ore in cui lei era fuori, in centro città, intenta a concludere selvaggiamente più acquisti che poteva, in una delle sue solite escursioni terapeutiche da shopping sfrenato (che, data la tragicità interiore e piuttosto incasinata del passaggio esistenziale che stava attraversando, riusciva a donarle (lo shopping terapeutico) momenti di indiscussa serenità, soddisfazione capillare dei sensi assieme ad una pace interiore del tipo distensivo-riflessiva); punto secondo, 2) rifacendoci alla seconda parte del messaggio, scritto da lui su quel famoso post-it giallo svolazzante e appiccicato in bella mostra sullo specchio ovale, seconda parte che, ricordo, recitava lapidariamente “se sei o meno in casa non mi tange”, si può facilmente dedurre che, nel caso in cui, per l’appunto, lui non l’avesse trovata in casa, non avrebbe avuto nessunissima intenzione di richiamarla precedentemente o successivamente a quell’ultima volta che decise di farsi vivo nella sua ex abitazione, nulla di nulla, vuoto assoluto, davvero spiazzante e inspiegabile per uno come lui, che sempre si era rifatto, per ogni evenienza che capitava nella sua vita, al pensiero economico neoliberale, che fonda, è risaputo, la sua primigenia ragion d’essere sul culto dell’individuo, e dove, per inciso, impera l’individualismo metodologico, “che non vuole né può contemplare altro che le azioni volutamente e coscientemente calcolate da attori isolati in vista di fini individuali ed egoistici altrettanto deliberatamente posti.”[7] Una concezione della vita che si accordava, smaccatamente, con una filosofia implicita dell’economia e del suo rapporto con la politica (la politica intesa e praticata per il “bene comune”), consistente (questo rapporto) in “una visione che conduce a stabilire una frontiera invalicabile tra l’economia, retta dai meccanismi fluidi ed efficienti del mercato, e la sfera sociale, abitata dall’arbitrio imprevedibile della tradizione, del potere e delle passioni.”[8] (continua parte #6...)


[6] Sì, proprio quella lussureggiante abitazione lasciata interamente nelle mani di lei, senza nessuna firma di trasferimento di proprietà per un eventuale pagamento di alimenti, né un lascito dichiarativo dove si sottoscriveva un’ipotetica soluzione disgiuntiva dei beni di proprietà da sempre posseduti in comune; insomma, nulla di nulla. Solo un presumibile, e parecchio strano, silenzio assenso che consegnava, di fatto e nei fatti – dato che lui non si era fatto più vivo dopo quella sola volta in cui ritornò a prendersi “quel poco che gli restava” – tutto il patrimonio racimolato con tanta fatica dopo anni di messa in pratica di “business ideas” geniali e lungimiranti da parte di lui che, non pago dei suoi reiterati successi, lavorava sempre più accanitamente per vederne realizzati di altri (di successi), salvo godersi davvero umilmente e quando capitava – e quindi si potrebbe dire che quasi quasi la denigrava – l’immensa ricchezza che, da sempre, aveva solo dispensato con amore (perché questo sì che è vero amore – come anche quando mangi, per esempio, il cornetto Algida e concedi il momento finale di goduria cioccolatosa al tuo amore che è lì, e che ti guarda con occhioni supplichevoli di sole coccole gustative che saranno unicamente ed interamente concesse dal momento finale/croccantoso di cioccolato, e non da te, sappilo) dicevo, che quasi denigrava l’enorme ricchezza racimolata negli anni, la stessa che veniva dispensata con amore alla compagna di una vita, beccata – ormai il fattaccio è ritrito – a letto con l’amante di sempre (l’amante di lei, se non fosse ancora ben chiaro).
[7] Pierre Bourdieu; Intervento al Colloquio Raison d’agir – Loccumer Kreis, Loccum (Germania) 16-17 ottobre 1999
[8] Ibidem.

venerdì 4 ottobre 2013

Sangu meu #4

(… segue da parte #3)

E quindi in quell’immagine immortalata le cose stavano essenzialmente così: lei in preda allo shock inaudito e trincerata in un armadio rimbombante dei suoi movimenti al buio cerca-vestito, e lui fermo, fisso, nell’eternità immutabile del momento. Ad un tratto però il frastuono di questa stramba situazione mutò, letteralmente, per incalzare nei classici momenti immediatamente successivi, quei timidi attimi di ripresa che fanno presagire una specie di dopo, per quanto bistrattato e malconcio e all’apparenza accessoriato di un caduco futuro senza speranza. Il mutamento, dicevo, fu nitidamente riconoscibile quando lui si sfilò la sempre-presente stilo dal taschino di quella sua consueta giacca firmata per affari e, con fare distratto, recuperò uno dei tanti post-it che armavano la sua scrivania, testimone della rottura (la scrivania), ormai per sempre bandita (sempre la scrivania) dal loro regno amoroso. E dunque quasi chirurgicamente, e senza un minimo di risentimento incazzoso, attraversò quel mini-foglio giallo d’inchiostro tagliente, scrivendo semplicemente e a chiari caratteri “Passo domani a prendere quel poco che mi resta: se sei o meno in casa non mi tange”. Dopo aver riposto la stilo nel taschino-che-sempre-gli-spetta attaccò distrattamente il post-it svolazzante sullo specchio ovale del comò, dove era solito osservarsi ogni mattina per rivisitare e risistemare visibilmente la simmetria impeccabile di quella schiera di cravatte multi-colore, che cambiava, pedissequamente, in base all’ordine del giorno dettato dalla sua agenda digitale. Fatto ciò, il nostro lui, così come era arrivato in-casa così se ne andò di-casa, silenziosamente, senza lasciare traccia, con l’unica differenza di un suono di chiavi dietro la porta che durò due mandate in più rispetto all’apertura iniziale[5] della porta d’ingresso, dato che, evidentemente, per lui, aveva un peso specifico chiudere doppiamente dietro di sé la compagna di una vita, che era, per il momento, ancora imprigionata goffamente e inspiegabilmente in quel suo armadio rigonfio di indumenti senza uno stralcio di spiegazione (quindi la nostra lei era chiusa ermeticamente e simbolicamente in triplo modo – nel suo armadio, in casa sua a due mandate, e in qualche regione nascosta e tramortita della mente di lui, che ora, davvero, aveva buttato la chiave e non ne voleva più sapere niente di lei; incredibile). E quando la nostra lei ne uscì, mezza nuda e raccapezzata alla meglio di stracci firmati, non sapeva più davvero cosa pensare e come reagire al gran casino che era successo, e subito dopo corse verso il telefono tentando un disperato incontro almeno vocale con il compagno da una vita, ma nulla: allentando simbolicamente il nodo della cravatta lui aveva chiuso, interrotto e staccato letteralmente tutto: lo smartphone, la sua vita d’affari che ne conseguiva assieme ai mille pensieri che girovagavano senza una direzione nella sua mente irriconoscibile che, dopo il fattaccio e stremata da uno stress immane e complessivo del tipo “lavoro-giungla-e-compagna-di-una-vita-beccata-a-letto-con-l’amante-di-sempre”, andava disperdendosi tra le stradine del centro storico solo in cerca di un dormiente ristoro, per favore, in qualche clemente B&B che lo avrebbe accolto, perché no, anche alle prime luci del mattino. Il fattaccio era accaduto nel giro di 20 minuti scarsi. Erano ancora le 7.11 di una tiepida mattina di metà settembre. La località di mare si risvegliava da poco dal trambusto/brulichio delle vacanze-infuocate, periodo in cui, solitamente, veniva presa d’assalto da turisti provenienti da ogni dove. Solo in quel momento (quindi nel post-vacanze) la cittadina, forte della brezza marina proveniente dell’est, dava un po’ di respiro alle sue coste, lambite, per di più, da un lento mare verde cristallino e da un sole che, per dirtela tutta, sulle spiagge sgombre di settembre si sta proprio da Dio. (continua parte #5...)


[5] Apertura iniziale in cui, meglio specificarlo, non c’era stato alcun bisogno di dare alcuna mandata inversa di apertura – sembrava, per inciso, che la nostra lei avesse accolto spensieratamente il suo amante di sempre e avesse fatto scivolare la porta dietro di sé per semplicemente chiuderla, senza chiusure ulteriori di sicurezza: un evidente segno di assoluta tranquillità mentale su un’impossibile sorpresa da parte di lui, che avrebbe sicuramente avvisato lei – tramite smartphone ultratecnologico in viva voce sull’auto aziendale – prima di un suo ipotetico rincasare.

mercoledì 2 ottobre 2013

Sangu meu #3

(… segue da parte #2)

Posso confidarti con tutta sincerità, e puoi anche non credermi ma le cose sono andate effettivamente così, che il nostro lui era rimasto per tutto il tempo dov’era, senza muoversi, senza batter ciglio, nemmeno una parola, gli occhi sbarrati e vuoti, forse attraversati ogni tanto da qualche lacrima insignificante che mostrava, ancora, per fortuna, una flebile conferma della sua esistenza interiore su questo pianeta, e veramente, non ci si poteva aspettare minimamente una reazione come questa, proprio da un tipo come lui poi, sempre stato fermo nelle sue convinzioni di essere amato alla follia dalla compagna di una vita, sempre recintato nel giardino sempre verde delle sue idee lungimiranti assieme a lei, che gli permettevano di programmare sempre qualsiasi cosa e di reagire alle eventualità più stralunate della vita con una prontezza e lucidità impeccabili, da guinness dei primati per dirtela tutta; e quindi ci si aspettava, da lui, un ribollire cieco e spietato che si sarebbe tradotto in un soffocante assalto nei confronti di lei, in termini di richieste esasperate di delucidazioni causa-effetto su ciò che appena si era materializzato davanti ai suoi occhi, una sorta di impeto incazzoso e logico-razionale su quanto era appena accaduto (e che chissà da quanto accadeva); ma in questo caso, inspiegabilmente, il nostro lui non proferì alito di parola. Neppure si sa con certezza se stesse architettando qualcosa nella sua testa da manager affermato, sempre carismatico, intuitivo, subdolo manipolatore e conoscitore dei suoi polli quando le necessità glielo imponevano (e cioè quasi tutti i giorni, visto il contesto-imprenditoriale-giungla in cui lavorava da anni). Insomma, un vero e proprio shock mentale per entrambi, ma soprattutto per lei che, ancora blindata nel suo armadio in cerca di indumenti al buio, ebbe un inaudito shock nello shock, dato che si aspettava una reazione a catena del compagno da una vita fatta di discorsi votati alla finta morale più altezzosa; alla sua dignità di uomo calpestata perfidamente da una raffica dei più affilati tacchi a spillo in circolazione; insomma: discorsi filosofici senza senso, venati da una manciata di luoghi comuni per il popolino affamato che sempre tornano utili in situazioni del genere: o per intenerire gli animi o per far nascere sensi di colpa davvero fuori luogo, o, ancora, per far prevalere certe categorie di attivazione piuttosto che altre, nulla di più. Ma a chi poteva essere attribuita, dopotutto, la colpa del misfatto? All’amante che se l’è svignata sgattaiolando? Macché! Che diamine centra in tutta sta storia quell’imbusto bello, sprovveduto e stagionalmente abbronzato? Certo, non sarà stato un campione di correttezza nei confronti nel nostro lui ma, in realtà, diciamocela tutta, non si conoscevano nemmeno i due – e poi stava solo soddisfacendo quelli che, in gergo, vengono solitamente chiamati “appetiti sessuali opportunistici”, e che dopo un po’, se non sei bravo ad arginarli per quello che realmente sono, rischiano di mutare la loro stessa natura travolgendoti senza ritorno, poiché, si dà il caso, sembra che si verifichi quello che viene riconosciuto dai più come sviluppo necessario dell’”affettività coccolosa”, dell’abitudine più ostinata, del voler stare insieme per tutto il tempo che è materialmente possibile, senza freni, con quella persona che, molto probabilmente, “ti aiuta” a soddisfarli alla grande (quegli appetiti sessuali opportunistici).[3] E quindi, in ultimo, mi domando: l’accusa andrebbe rivolta alla nostra lei che, ormai già da tempo, organizzava compiacente riunioni clandestine con l’amante per estraniarsi dalla noia della routine, o al nostro lui, che preso dagli impegni lavorativi così inderogabili e massacranti e transoceanici trascurava bellamente, ma forse davvero senza accorgersene, le esigenze passionali della compagna di una vita? Senz’ombra di dubbio, da quando la nostra lei se la spassava con nonchalance con l’amante di sempre, aveva cominciato a serpeggiare un problema di comunicazione interna (ovvero interno alla nostra coppia), e lei, nonostante i primi segnali di questo scricchiolamento comunicativo, di certo non avrebbe abbandonato la sua comoda situazione da celebre donna mantenuta, di quelle classiche che si dedicano con sistematico zelo tanto al decoro domestico quanto allo shopping terapeutico[4] – a suon di passate di carte di credito d’orate e sempre belle cariche e a disposizione per ogni evenienza capricciosa. Ma c’è anche da dire che la faccenda con l’amante stava andando avanti già da un pezzo, e il fatto che lei, in un certo senso, se la facesse solo con lui (almeno questo è quello che riporta il racconto ufficiale, non possiamo sapere altrimenti), ci può far pensare che davvero ci tenesse un sacco all’amante di sempre, e che, diciamo così, aveva fatto scivolare un tantino di più le cose invece di arginarle semplicemente nelle pieghe del puro piacere. (continua parte #4...)


[3] In realtà, il nostro amante non ci stava capendo proprio nulla dei propri sentimenti (sempre se voleva provare a sentire qualcosa di minimamente avvicinabile ad un sentimento); infatti, da un lato il suo atteggiamento remissivo, che probabilmente lo portava a pensare di non essere più un semplice amante, ci porta sulla strada che, tra i due, si stesse innescando un qualcosa che, a lungo andare, avrebbe sicuramente, un giorno, vinto il silenzio e lo stato di clandestinità in cui versavano; d’altro canto, la vigliaccheria dimostrata nel suo comportamento volatilizzabile da farfalla (quando per l’appunto è avvenuto il malaugurato fattaccio) ci fa pensare, invece, che non vedeva l’ora – in quel momento – di tagliare letteralmente la corda, senza voler dimostrare, neppure lontanamente, un granello di orgoglio possessivo nei confronti di lei. Dunque, dopo queste delucidazioni abbastanza ingarbugliate, non sappiamo proprio cosa pensare in merito alla presunta presenza di eventuali sentimenti del nostro amante, nati, molto probabilmente, nell’alveolo dei sui “appetiti sessuali opportunistici” consumati.
[4] Dopo che la nostra lei aveva auto-individuato mentalmente tra sé e sé una diagnosi prettamente simbolica che la catalogava tra i soggetti affetti dal cosiddetto stress-per-mancanza-affettiva-post-traumatico. Come è noto, un’altra terapia in soccorso molto comune a questo tipo di stress è la consumazione di cioccolato in quantità industriali (in qualsiasi formato) – nella fattispecie, uno dei più famosi e rinomati e indiscussi psichiatri al mondo è la Nutella, come dichiarato dallo stesso Signor Ferrero (presumibilmente il nipote di quel Signor Ferrero inventore di Nutella) in un’intervista rilasciata, rigorosamente in inglese, ad un reporter britannico.

lunedì 30 settembre 2013

Sangu meu #2

(… segue da parte #1)

E dunque mi chiederai giustamente cosa avvenne. Ebbene, avvenne che in qualche modo tutto prese il segno di una scena veramente pirotecnica, davvero balorda da tutti i punti di vista che proprio non te lo aspetti, sul serio, perché lui che, come ho già detto, era sempre stato abituato ad esternare tutto quanto, ogni suo singolo sentimento programmatore ed interiore, rimase, oltre che attonito e impacciato e fermo e impalato lì come un lampione spento, completamente imbalsamato in quel suo muto silenzio che, tramite la sua assordante potenza (del muto silenzio), riuscì addirittura ad infrangere di un pianto sordo i suoi occhi vitrei, increduli, e mentre lui se ne stava lì forse balbettando mentalmente qualcosa tra sé e sé, o forse pensando davvero al nulla che avrebbe caratterizzato l’eternità da quella visione in avanti, lei fu presa invece da un senso di panico assoluto, travolgente e raccapricciante se pensi all’intensità dell’imbarazzo sessuale concentrato in quella stanza, che riuscì (il panico di lei) in un solo singolo istante a cancellare completamente ogni singolo momento armonioso e di dedizione assoluta che lei aveva riservato solo ed esclusivamente a lui in tutti questi anni. Com’è facile supporre, lei era completamente nuda nella sua bellezza, ma il fatto sorprendente è che si vergognava febbrilmente di quella sua nudità peccaminosa, sia con lui che con l’amante, come se entrambi vestissero i panni di due estranei piombati all’improvviso nella sua camera, e avessero voluto oltraggiare la sua inattaccabile intimità alle prime luci del mattino. E non puoi immaginare cosa fece! Invece di sistemarsi per benino sul letto e di tirare a sé le lenzuola come segno di protezione davanti all’evidenza della catastrofe, e invece di proporre al compagno da una vita un’inutile scusante, o se vogliamo anche una specie di motivazione che non stava né in cielo né in terra – visto il palese epilogo drammatico della vicenda clandestina – decise, invece, di catapultarsi con un balzo felino nel suo armadio rigonfio di indumenti (l’armadio sì: era semiaperto) e si blindò al suo interno in cerca di qualche vestito da indossare e ci rimase, lì dentro, al buio e immersa nel profumo dei suoi vestiti, per parecchi minuti buoni. E l’amante, lecitamente mi chiederai, che cosa ha fatto? Come si è comportato a seguito del suo elevato gradiente d’imbarazzo sopraggiunto senza preavviso? Posso solo dirti che il ruolo dell’amante è passato piuttosto inosservato, sì, decisamente, e sai perché? Perché come in tutte queste storie in cui l’importanza di molti anni passati insieme viene travolta e cestinata da un apparente indizio che passa inosservato, ma che nella sua fugacità nasconde un cesto bello pieno di problematiche da sbucciare, anche nella versione ufficiale di questa storia l’amante ha rappresentato quel battito di farfalla apparentemente innocuo che ha stravolto, in verità, l’intero piano esistenziale di due persone che da tempo condividevano quella stessa esistenza, e, come una farfalla ben colorita[1], ha preso il largo svolazzando, cercando al contempo (ragionevolmente sempre l’amante, non la farfalla, quindi fuor di metafora) di raccogliere con sé tutti gli indumenti necessari[2] per coprirsi degnamente, almeno per il breve percorso che lo avrebbe condotto alla sua macchina parcheggiata proprio lì, sotto il loro appartamento, appena lucidata in tutto il suo splendore, e che si procurava già da tempo (la macchina splendente) una nomea degna di questo nome tra le curiosità fameliche di vicini piuttosto indiscreti. E dunque il nostro amante birichino e abbronzato lasciò quella scena con un sorrisino di circostanza e se la diede a gambe filate, letteralmente, come un gelido soffio che spegne le candeline di un nuovo drammatico inizio, e, sgattaiolando con i suoi indumenti tra le gambe, uscì dall’appartamento raggiungendo la sua macchina splendente in tutta fretta, parcheggiata sempre sotto l’appartamento, in bella mostra, e quindi precipitandosi alla guida accese immediatamente il motore e sfrecciò come non mai, e infine, dopo la goffa fuga rocambolesca, scomparve in un miasma invisibile di rumori a piroetta. Dopotutto, come dargli torto: perché doveva alimentare ancor di più quel concentrato di imbarazzo che, a momenti, mancava poco, si sarebbe trasformato sicuramente – almeno in una situazione umanamente normale – in un cataclisma malsano di parolacce, bestemmie, insulti, colpe attribuite da ambo le parti e chi ne ha più ne metta? Ma tornando alla camera da letto scopriremo che la faccenda non è andata esattamente così... Mi chiedi perché? Mi sembra anche giusto. (continua...)

[1] L’amante in oggetto figurava nei racconti ufficiali come un bell’imbusto piuttosto prestante; benché apparentemente innocuo nella sua abbronzatura stagionata – vista la località di mare dove e il mese post-vacanze in cui è accaduto il fattaccio – in quel concentrato di situazione del tipo cosa-si-fa-in-questi-casi? (sempre l’amante) non causò di sicuro più danni di quelli che già aveva causato andando a letto soventemente con la nostra lei. Certo, visto il soggetto in questione, a prima impatto, non poteva assolutamente essere paragonato ad una leggiadra e graziosa farfalla, per carità; ma i modi in cui se l’è svignata, diciamo così, in silenzio e lasciando uno strascico di vestiti dietro di sé non-indifferente, ha lasciato presagire una similitudine, seppur forzata, tra le sue gestualità, le sue movenze che impercettibilmente fendevano un’aria piuttosto pesante, e l’atto dello svolazzare indifferente di una comunissima farfalla – benché sgargiante e colorata – che deposita, ovunque si poggi, la famosissima polvere delle sue ali, né più né meno.
[2] Molto probabilmente anche polverosi (gli indumenti) – visto che erano stati abbandonati, per tutta la notte, su un pavimento che non si spolverava da tempo (e questo, dunque, ci fa forse pensare che i nostri piccioncini clandestini se la stavano spassando da più e più giorni, mentre il nostro lui era in giro per il mondo a sgobbare di fatica nella giungla di affari da tachicardia; quindi, molto probabilmente, è lecito pensare che la nostra lei è stata impegnata in tutt’altre faccende passionali piuttosto che dedicarsi armoniosamente all’immancabile decoro domestico che, in questo caso, molto plausibilmente è stato mancato in pieno).

mercoledì 25 settembre 2013

Sangu meu #1

Fu colta in flagrante. L’orologio multifunzione sul comodino laccato di fresco segnava le 6.52 di un tiepido mattino di settembre, quando accadde. Lei era a letto, con l’amante di sempre, con l’amante che, ormai, non sapeva più se essere solo amante o qualcosa di più. Un click clack improvviso di chiavi dietro la porta si intrufolò nell’atmosfera furtiva e frettolosa che caratterizzava quella loro storia nascosta, clandestina, fatta dei soliti palpitanti minuti fuggitivi afferrati per un orecchio e scaraventati a letto con passione, apparentemente lontani (i minuti fuggitivi) dai riflettori pubblici delle loro anime consensuali. Il tintinnio delle chiavi non era altro che il suono dell’ingresso inaspettato del compagno di lei da una vita, che rientrava da un lungo viaggio di lavoro prima del previsto, senza preavviso, forse per una sorpresa che, per una volta, lui si era azzardato di fare, giusto così, per saggiarne l’effetto che fa, dato che era sempre stato un tipo abbastanza programmatico e non riusciva assolutamente, e per nessuna ragione, a tenersi qualcosa per sé, neanche un piccolo segreto, nulla di nulla, macché scherzi? Perché aveva troppo bisogno di esternare tutto quanto, e proprio non ce la faceva a trattenere tutto quel fervore programmatico dentro di sé, e allora lo esternava al primo interlocutore che gli capitava a tiro (tormentandolo il più delle volte), e quando tutto ciò non era proprio possibile – poiché immerso nella sua infrangibile solitudine – si limitava prepotentemente a scarabocchiarlo (il fervore programmatico) su un post-it volante e appiccicoso su un lato, quel lato in bella vista che gli ricordava perennemente che c’era qualcosa da fare, quel lato sicuro di sé che riusciva, nonostante la velocità vorticosa del suo mondo, a dare senso al flusso indistinto degli eventi, sempre. Nel frangente però di questa immotivata e sbalorditiva sorpresa, quasi palpitante per una nuova esperienza non solo sua ma pensata appositamente per lei, si diresse direttamente verso la camera da letto, senza pensarci, perché sapeva che a quell’ora l’avrebbe trovata sicuramente nel suo bozzolo di lenzuola dolcemente addormentata e, ai suoi pacati rumori, lei lo avrebbe come sempre accolto aprendo i suoi occhi innamorati, solo per lui, quegli occhi teneri che si aprono e si chiudono ad intermittenza di soffio, perché attendono semplicemente che le loro invitanti pause di chiusura siano intervallate dai freschi baci di lui: stampe di labbra familiari e voluttuose di cui non poteva più, lei, assolutamente farne a meno. Almeno questo era quello che pensava lui, nella sua convinta percezione che aveva maturato nel corso degli anni passati assieme a lei, prima di quel suo fatidico tragitto in quel lungo corridoio che lo stava conducendo all’ultima porta sulla sinistra, alla sua ultima visione immacolata della loro consueta camera da letto, che si trovava subito dopo i quadri appesi alla parete che contenevano alcune felici fotografie che li ritraevano insieme, dappertutto, raggianti buffi e sorridenti nei loro viaggi di piacere, persi e innamorati per il vasto mondo. Svoltò quindi sulla sinistra, la porta era semiaperta; dei movimenti loquaci si dimenavano sul letto formando lente e scoscese colline di lenzuola, e non si trattava certo di folate di vento improvvise sopraggiunte da una finestra anche questa semiaperta, no, assolutamente, perché la finestra era ben chiusa, anche se faceva trapelare dalle persiane i primi raggi di un’alba piuttosto infelice e rocambolesca, per altri versi piuttosto immobile (sempre l’alba), come per lo scatto di un’immagine che per sempre si sarebbe stampata nella memoria di lui, irrimediabilmente, un’immagine che, prima di quel momento, sarebbe stata impensabile concepirla, almeno per lui, ma non per lei a questo punto, visto che la storia clandestina stava prendendo una piega abbastanza durevole e sdrucciolevole e oltraggiosa, e non so minimamente come lei facesse a nascondergli tutto quanto, davvero, dietro quell’apparente armoniosità di tutti i giorni, orchestrati con un tale senso di devozione per lui da catturare in ogni singolo istante passato insieme un’eternità amorosa che era più che strameritata, e di questo puoi starne certo/a. (continua parte #2...)

venerdì 6 settembre 2013

Sangu meu (postilla)

Tanto per iniziare si dovrà specificare il significato recondito della lussuriosa espressione "Sangu meu", poi si vedrà...

Espressione idiomatica siciliana che, letteralmente, può essere tradotta come “Sangue mio” e che, per quanto mi è sembrato di capire, viene espressa con una sonorità abbastanza accentuata e pittoresca e foneticamente distorcente che il suono pronunciato verrebbe più o meno così: “Sango meeeoo”; salvo, ovviamente, percepibili differenze da provincia a provincia nella stessa terra Sicula che, nella fattispecie, non ho avuto la fortuna di approfondire. Ancora per quanto mi è sembrato di capire, questa significativa espressione viene utilizzata prevalentemente da soggetti di sesso maschile allorquando, alla visione di una “bedda fimmina” (bella femmina) in qualsiasi contesto essa si manifesti, vogliano, come dire, esprimere tutto il loro appagamento visivo e magari anche sensoriale – dovuto magari ad un profumo promanato dalla stessa fimmina – in maniera metafisica, ovvero trascendendo in maniera mistico-sessuale il contesto in cui è avvenuta la visione stessa. C’è da dire, per giunta, che nei soggetti più scoppiati e bramosi o semplicemente più sensibili, tale manifestazione di spassionato apprezzamento viene solitamente accompagnata da modalità semiotiche piuttosto familiari, tipo nell’insieme “spalancare la bocca, ruotare gli occhi verso l’alto e sbattere le ciglia muovendo la mano chiusa a pugno”; tali modalità semiotiche, nel loro insieme, donano un maggior vigore e una virilità più denotativa all’espressione in sé; mentre i rimandi connotativi del linguaggio nel suo complesso – verbale e del corpo – li lasciamo volentieri all’estro fantasioso del lettore.