martedì 8 ottobre 2013

Non tutte le stelle sono pulsanti #2

(...segue da parte #1)

Sebbene in quel momento gli suscitò un ricordo sfuocato, completamente immotivato nel suo sopraggiungere, arrivò alla conclusione affrettata di non averla mai vista prima: pensò che fosse capitata lì per caso, trasportata dal solito caldo vento del flusso migrante di turisti, tipico di quelle spiagge soprattutto in estate. Mentre la contemplava nelle sue gesta danzanti si sentì come un groppo interiore aggrovigliarsi di emozioni inaudite, simile ad uno spasmo fremente e misterioso che lo catturava attonito. Questa volta ne era certo: non aveva mai provato una sensazione di quel genere, dolce e soffocante allo stesso tempo. Quasi stranito dall’inconsueta attrazione, e prima che gli venissero in mente strane idee di approcci imbarazzanti, decise di spezzare l’incantesimo tuffandosi in mare, portandosi con sé il piacevole fardello delle impressioni accumulate su di lei e, così facendo, si sprigionò a bracciate nella spuma serale di un’acqua tiepida e accogliente. Di ritorno dalla suggestiva nuotata, e mentre si affaticava per raggiungere nuovamente la riva, la beccò con lo sguardo in un angolo, sola, una mano poggiata su uno scoglio, la testa reclinata verso il basso, tutta intenta a rovesciare sulla sabbia conati di vomito fosforescenti. Mentre riviveva attimo dopo attimo il fotogramma di quella visione dispiaciuta, si accorse che Fulvio, il macellaio del paese, stava sboccando nell’immediato anche lui, senza preavviso, proprio quando il bar continuava a riempirsi senza sosta, eletto da chi passava da quelle parti come il rifugio più appropriato in caso di pioggia. Non c’era stato verso dunque: Fulvio aveva alzato il gomito per l’ennesima volta, più e più volte, dandoci giù di brutto, tralasciando bellamente e senza soluzione di continuità i severi moniti della moglie che, preoccupata e rassegnata al contempo, non sapeva più davvero cosa fare. Due fra gli avventori si interessarono dell’accaduto, sincerandosi con Fulvio delle sue condizioni e, quasi premurosi, lo invitarono a darsi una rinfrescata nella toilette a due passi da lì. Martino, l’immancabile barista smunto, si affrettò in un lampo nel dietro magazzino per recuperare mazza panno e secchio, l’essenziale insomma per raggiungere l’angolo chiazzato di vomito e ripristinare alla meglio un senso di nuovo decoro al locale.
– Ah! Ah! Ah! Ah! Fulvio, il solito debole di stomaco! – L’inconfondibile fragorosa risata di Oscar irruppe nei dialoghi sovrapposti che animavano incessantemente il bar; era un tuttologo dalla battuta pronta Oscar, 51 anni in marzo, una vita da scapolo convinto, anche se, a dire il vero, alla sua solitudine si era ormai rassegnato da tempo; malgrado ciò era il postino più affidabile e puntuale che si fosse mai visto in giro. Sguardo fiero e sincero, portatore sano di quell’inconfondibile schiettezza, era capace di inchiodarti spalle al muro con poche semplici e imbarazzanti lucide parole che facevano capolino, sornione, sulla sua lingua ruvida e senza peli. Voltandosi verso Italo, e continuando anche lui l’ostinata alzata di gomito, aggiunse sogghignante – Pensa che Fulvio la settimana scorsa era talmente ubriaco che non ricordando il proprio numero di telefono ha iniziato a comporre numeri a caso; noi bastardi incuriositi l’abbiamo lasciato fare: ci sembrava un ottimo esperimento empirico sul calcolo delle probabilità. Ammettiamolo: c’erano scarse possibilità di riuscita...
– E alla fine, l’ha beccato il numero giusto? – Chiese Italo col bicchiere di birra in mano.
– Ci sono controverse interpretazioni, dovute al fatto che quando finalmente una voce di donna rispose, Fulvio chiese candidamente se il marito fosse in casa in quel momento. Il caso volle che il marito della donna all’altro capo della cornetta non fosse in casa; a quel punto sul viso di Fulvio si stampò un’espressione teatrale e partorì la seguente lapidaria affermazione: “Sono io tuo marito! Vienimi a prendere che sono ubriaco lercio!” Inutile dirti che entra a pieno titolo nella top ten delle frasi epiche pronunciate qui “Da Ninni”. – E tra rivoli sparsi di voce continuò a ridersela tra sé, pensando con trasporto all’accaduto.
– A modo suo, forse quella sbagliata, ma una moglie alla fine l’ha trovata! Oscar, secondo te, cosa gli farà la moglie a Fulvio, questa volta, quando glielo riportano a casa ubriaco marcio?!
– Secondo me, lo mena! – Rispose su due piedi divertito. E poi osservando Italo attentamente e con occhio sospettoso incalzò – Sicuro di non averle prese anche tu? Hai la faccia di un cane bastonato?
– In un certo senso... Beh sai, cose che capitano: sono stato colpito da una mora dai capelli ondulati.
– Ahi Ahi Ahi!! Como me duele el corazon! – Oscar sfotteva allegramente e a tutto spiano il povero Italo e, facendo finta di ricomporsi, continuò – E ora dov’è questa ragazza?
– Sparita.
– Magari è solo nascosta bene, oppure... È una maga! Sì, mi sa che è esattamente così: sei chiaramente sotto l’effetto di un incantesimo; non c’è niente da fare, hai tutta l’aria di esser stato stregato per bene, per non dire un’altra parola tanto affine per consonanza, caro il mio giovane Italo. E continuò, pareva, via via sempre più serioso – E dimmi un po’, da quanto tempo va avanti quest’evidente sequela di espressioni bastonate sul tuo viso?
– All’inizio pensavo fosse una cosa da nulla, sai l’inaspettata visione della ragazza superfiga e irraggiungibile che ti fa fantasticare solo per qualche ora e poi tutto passa... E invece tornando a casa e nei giorni successivi ho cominciato a lavorare di ricordi, di associazioni mnemoniche che non sentivo mie, come se un’altra mente dentro di me si stesse risvegliando da un sonno profondo, e volesse rendermi partecipe di un qualcosa di veramente importante a botta di voci situazioni e gesti familiari. L’ho vista in spiaggia qualche settimana fa. Hai presente la notte di San Lorenzo? Alcol, musica scintille e piccoli falò? Bene... Lei era lì, e ballava e si divertiva con un gruppo di amici. Ad un certo punto della serata l’ho vista appartata dietro uno scoglio che ci stava lasciando letteralmente l’anima: vomitava a fiotti, non so se mi spiego. Quel movimento giulivo, associato a tutto quell’alcol in corpo, gli avrà sicuramente causato una reazione tanto indesiderata che alla fine non ha retto più. E poiché pareva che i suoi amici si schermissero dietro un atteggiamento di indifferenza, o forse proprio in quel momento non si erano assolutamente accorti di nulla, ho pensato immediatamente di raggiungerla in soccorso, di essere lì con lei – intendiamoci – come un essere umano che si interessa in modo disinteressato ad un altro essere umano, per presentarmi, certo, in viscide circostanze, ma per sostenerla – come avrebbe detto David Foster Wallace – “in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi”; fornendole insomma, per quanto avrei potuto, un pratico aiuto di sostegno che si sarebbe indubbiamente sposato con quel suo riserbo malcelato nella sofferenza dell’attimo. Poi però la timidezza mi ha vinto, e ho preferito non essere troppo indiscreto, sai: non volevo fare figure di merda inopportune; così ho lasciato correre gli eventi come venivano, senza che la mia presenza estranea si interponesse fuori luogo, senza che quel mio possibile intervento si fosse manifestato, solo ed unicamente, per il suo misero intralcio impacciato...
(continua parte #3)

lunedì 7 ottobre 2013

Attesa Non-luogo

Era la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo. Era seduto. Le gambe le aveva accavallate, un piede che in pendenza ritmava una sonorità inesistente. Uno sguardo assente, quasi beffardo, un modo come un altro per ingannare un tempo severo. Si divertiva così, occultamente, discorrendo tra sé e sé pensieri lungimiranti e degni di nota, ma che la sua mente vedeva perdersi nel vuoto così repentinamente da assomigliare a fuochi artificiali fiacchi e slavati, simili a raffiche di code di comete piangenti. Spesso in situazioni del genere si crogiolava ostinatamente in allusioni astratte, e i suoi tentativi di appigliarsi a qualcosa di concreto si mostravano alla lunga per quello che realmente erano: impulsi vaghi e vacui di un emisfero che non gli apparteneva. La sua presunta lucidità che lo aveva da sempre contraddistinto in quel momento si era volatilizzata, e gli esiti che lo aspettavano di quell’incontro erano figli non ancora in fasce di un futuro che non c’era ancora. Era lì dunque, seduto, in un ambiente che ricordava vagamente una sala d’attesa aeroportuale. Attendeva un turno invisibile creato ad hoc, ciò che comunemente viene chiamato un appuntamento. L’enorme vetrata che si apriva slanciata verso l’alto svelava un sole settembrino nell’arco d’ascesa, e tutto faceva sperare ad un nuovo inizio terso e libero da nuvole minacciose, come quel cielo dipinto ad acquerello che padroneggiava limpido sulla città. Un’atmosfera ovattata, un rullio di luminescenze saettanti provenienti da display ben congeniati, un rumore sordo e inconsueto di una scala mobile che viene su, quasi sospinta da sbuffi di vapore lenti e lamentosi. Un pubblico a lui disinteressato, un via vai di studenti frettolosi e dormienti nelle rispettive caselle di vita. Era una situazione nuova in un luogo nuovo: il tipico interesse per un qualcosa che si fa incalzante e si rende inaspettato. Decise di aprire il suo libro, quello che da qualche giorno custodiva in borsa, e continuò a leggerlo e a sfogliarlo e a decifrarlo, esattamente dal punto dove un bizzarro segnalibro gli ricordava una persona a lui cara, ormai nascosta e solo interpellata nelle segrete del suo passato. Ad ogni fruscio di pagina un ricordo, ad ogni parola un rimuginare concatenato di pura meraviglia inaspettata: colpi di scena di un mondo che allora viveva sulla carta e che per questo vivrà per sempre. Attendeva paziente. La sua lettura donava al tempo un trascorrere lento e pacifico, proprio di chi è ormai pronto a prender parte ad una cerimonia ben consolidata, vista e vissuta tante volte. L’unica differenza però consisteva nel fatto che lui quella cerimonia non l’aveva mai vissuta, e i rituali che l’avrebbero accompagnata si sarebbero mostrati nuovi e colmi di aspettative: domande e risposte che l’avrebbero visto come indiscusso protagonista. Malgrado ciò sembrava non curarsene affatto, e la sua pacata ostentazione del viandante capitato lì quasi per caso trasmetteva a chi lo osservava una candida quanto austera tranquillità. Ad un certo punto alzò lo sguardo. La parola che aveva memorizzato per dare senso alla frase appena letta prese forma, e cominciò lentamente ad avanzare verso di lui. Ci fu da parte sua una specie di sussulto, poi un’immediata auto-chiarificazione per quello che stava accadendo: le parole ormai liquide sotto i suoi occhi lo sottoposero ad un caleidoscopio di sensazioni forti e maneggevoli, simile ad una giostra impazzita dagli ingranaggi invisibili. Al termine di questo abbaglio quasi onirico il tutto si delineò nella sua istantaneità reale: una ragazza alta e ben vestita, dai capelli rossi e ondulati e drappeggianti, accompagnata per di più dalla sonorità cadenzata di un tacco non indifferente, gli si fece contro, e con sommo garbo gli diede il benvenuto.


domenica 6 ottobre 2013

Non tutte le stelle sono pulsanti #1

Si ritrovò sotto un cielo oscuro, fitto di nuvole cerebrali e minacciose. La gravità di quel cielo, che incombeva imponente sferragliando qua e là saette luminose, lo indusse a cercar subito un riparo. Era un tardo pomeriggio di una domenica qualunque, una lenta e apparentemente insignificante domenica del falso riposo: la celebre giornata che al calar del sole vive in funzione del suo giorno venturo. Incominciò a correre, percorrendo all’impazzata viottoli acciottolati conosciuti, e prima che se ne accorgesse era già zuppo di se stesso, grondante di stupore per lo scampo appena afferrato. Quasi incespicando, e con smania frettolosa, si inoltrò a capofitto nel solito bar della piazza all’angolo, “Da Ninni”, un locale anni ’70 che persisteva ancora vivido alle intemperie del tempo. Chiese all’immancabile barista la consueta birra, leggera e luminosa, schiumosa e sempre rassicurante. Non esiste nulla paragonabile al primo sorso di birra, pensò. Si sedette. Il bar era languidamente frequentato. Visi conosciuti e dinamiche sociali di routine si estrinsecavano in un dolce balletto indifferente, la tipica ballata scanzonata che accompagna il giorno che muore. Centellinava con rispetto la sua birra, e le diverse scanalature che il liquido dorato formava sulla parete del bicchiere lo riportavano con lo sguardo ai finestroni di fronte, opachi e bagnati di pioggia che quel cielo violentemente buttava giù. Pensava. Quei ritmi altalenanti tra dentro e fuori cercavano di accordare il suo animo, tentavano a stento di predisporlo ad una sorta di stasi pre-notturna, in cui si cerca di divagare con moderazione per non finire preda di facili rebus irrisolvibili. Tale combinazione però risultò vana. La sua vita, da tempo, era diventata una registrazione scontata di attimi consunti, azioni di provincia che non lasciavano spazio a cambiamenti di rotta repentini. Tutto era definito e conosciuto, stabilito a priori sin nei minimi dettagli. Solo la birra rappresentava il suo conforto quotidiano, insostituibile, benché il suo gusto non cambiasse di una virgola, nei secoli dei secoli, così sia! Questa rilassante cerimonia lo accompagnava solitamente dopo lavoro, ogni giorno, ma quel pomeriggio fece finta di parteciparvi per caso, con la scusa di quel cielo capitato lì, reietto, gravido di nuvole piangenti. Pensava. Sollevava il bicchiere, sorseggiava e lo riponeva con cautela sul banco: tutti gesti automatici che gli consentivano quel passo in più a fronte della scorreria iraconda dei suoi pensieri affannati. Si proiettò così oltre quell’atmosfera imbevuta di noiosa normalità, adagiandosi con la mente in un posto lontano, dove il chiarore della luna lambiva un litorale frastagliato e tutto filava liscio come seta morbida di brezza. Era la magica notte di San Lorenzo, quando una moltitudine di gente è solita raggrupparsi attorno a fuocherelli illegali e cerca, nell’attesa, di conquistare un bagliore di felicità con l’avverarsi di un desiderio inespresso, che ha come corrispondente illuminato la scia di una stella infuocata che ammicca da lontano per poi sparire per sempre. In quella serata voci suoni e musica accompagnavano l’andirivieni del mare, con schizzi di acqua giocosa che si alternavano, festosi, ai tintinnii di bottiglie aperte e subito pronte per essere vuotate. Il tutto segnato da umori e predisposizioni caratteriali differenti: c’era infatti chi preferiva muoversi e danzare a ritmi sguainati e lussureggianti e chi, al contrario, prediligeva una postazione più tranquilla e appartata, tutta propria, da dove si potevano cogliere, istantaneamente, i frutti cadenti di un cielo maculato di stelle. Lui se ne stava lì, seduto su un telo da mare, tranquillo e solitario, con le ginocchia raccolte al petto e i piedi intascati in una sabbia umida e fine, e osservava. Nel vivido trambusto di una spiaggia in effervescenza riuscì a distinguere nettamente la figura di una splendida ragazza, che danzava e si contorceva dal ridere, proprio perché di lì a poco si sarebbero realizzati alcuni simpatici intenti: mini-mongolfiere con lumini incorporati venivano pian piano abbandonate all’accoglienza del cielo, sospinte dolcemente in alto dall’ilarità collettiva che si sfumava in melodia silenziosa, un silenzio criptato di pace verso l’universo lontano e misterioso. Mentre lei trafficava nei suoi movimenti più disparati la sabbia accoglieva i suoi piedi nudi come dono, per poi restituirli ad un tracciato labile ma riconoscibile, in cui la traiettoria disegnata dei suoi passi dispensava a tutto tondo cerchi di felicità animata. I mori capelli ondulati le incorniciavano un viso luminoso e particolare, dai tratti inconfondibilmente delicati. Il luccichio sfrontato dei suoi occhi marroni destava un fascino arcaico, come se fosse stato per tanto tempo sepolto sotto fiumi di lacrime in piena e, proprio allora, si rianimava libero audace e consapevole. Aveva un corpo sinuoso e formoso allo stesso tempo, difficile da trascurare. La leggera pressione del costume sulla sua pelle creava facilmente, all’occhio di un osservatore maschio anche distratto, fantasie bramose di ogni sorta. Chiunque, a primo acchito, avrebbe pensato ad una ragazza piacevole e dai modi gentili, con cui senza difficoltà si sarebbe potuta intavolare una conversazione di ogni tipo: dai massimi sistemi che governano subdolamente il mondo alle frivolezze scherzose di battute compiacenti. Era, sotto molti aspetti apparenti, il prototipo congeniale della ragazza perfetta. (continua parte #2...)

venerdì 4 ottobre 2013

Viaggio alcolemico

Ero in viaggio per il mondo. Presi due diverse coincidenze di aerei corazzati in terra tedesca, per poi imboccare il largo nell’immensa distesa dell’oceano atlantico, e andare. Mi sentivo libero, spensierato, e per nulla impaurito: fu un viaggio sorprendentemente distensivo. Nel primo volo dall’Italia, l’accecante luce solare traspariva furtivamente tra ammassi di nuvole gravi, sovrastanti impetuose vette aguzze e alpine, protese verso di loro in una lotta scorrevole di forme strambe e arcuate, che si specchiavano in quell’immenso e piccolo oblò in cui potevo scorgerle severe, scoscese. E allora quelle nuvole divenivano all’improvviso zucchero filato e i promontori cioccolata fondente, con spruzzate ritoccate qua e là di morbida e candida panna montata di purezza, docilmente raggelata nella sua persistente e altezzosa disparità glaciale... Nell’ultima coincidenza presa, corruppi l’hostess di volo affinché mi passasse, ad ogni suo sopraggiungere nelle mie vicinanze, tutte le lattine di birra Warsteiner che volevo, a condizione però che gli altri passeggeri, lì seduti come me nello stesso comparto, non avessero desiderato anche loro le stesse lattine di birra che gli sarebbero spettate di diritto (dato che il prezzo di volo le comprendeva tutte alla grande). Con quella specie di connivenza da sottobanco mi assicurai svariate bevute: si trattava per di più di una birra che portavo sempre nel cuore, la stessa birra che così tanto avevo degustato ed imparato ad amare durante la mia prima giovinezza. Mi andò abbastanza bene. Il risultato più evidente, palesemente sgamabile, fu il riuscire, tranquillamente e senza nessuna fretta, a raccattare una sbronza di quelle memorabili. Tuttavia in tutto ciò, e in questo viaggio che iniziava davvero alla grande, avevo fatto male i miei calcoli: un’ora prima dell’atterraggio, sempre la stessa hostess, mi consegnò con molta meticolosità (la stessa cura con cui mi passava le birre come se fossero soluzioni preziose durante un compito in classe) il modulo da compilare per sbarcare in terra americana, un modulo di cui l’ufficio immigrazione (che scoprii dopo essere davvero intransigenze e accessoriato di omini e donnine piuttosto incazzati) non concedeva alcun tipo di dichiarazione menzognera: stavo letteralmente sorvolando un immenso oceano di cacca. Per fortuna lo spirito d’intraprendenza italiano si ricordò che figuravo trai suoi figli e mi illuminò di un’immensa passione creativa, guarda caso proprio nel momento del bisogno. Alla fine riuscii a comprendere tutto il modulo, a squadrarlo contro-luce e compilarlo tutto d’un fiato, con uno sforzo che teneva tranquillamente testa alle più ardimentose concentrazioni per sempre stampate nella fortezza della memoria, quelle stesse che necessitavano bisognose di uno sbocco salvifico: ero sudato fradicio. Lo sbalzo di orario mi catapultò sei ore indietro e, incrociando il giorno che mi salutava con la manina e che andava in direzione contraria alla mia, atterrai in una delle città più belle del mondo: New York. Arrivato al mio sobborgo di destinazione, mi meravigliai di quanto a volte il mondo possa dispensare incondizionatamente chicche peculiari di una bellezza incontrastata, la stessa che puoi ritrovare ovunque a dire il vero, solo se ti impegni sul serio: lo stesso formato di bellezza che tanto ci ha insegnato il film “American Beauty”, dove c’è quello psicopatico spilungone morettino e dagli occhi blu che riprende ogni tipo di bellezza incontrata per strada e, a mo’ di busta volante e danzante al vento, ricollega fenomeni apparentemente dissociati l’un l’altro in una comunione immaginifica che è da orgasmo. Ad ogni modo, la bellezza che vi ritrovai si identificò nel sorprendente balletto prematuro concesso da fiocchi di neve che cadevano dal cielo: la stagione era nel vigore autunnale ma si concesse uno slancio di benvenuto che non potevo non concepire come solo a me dedicato. Gli innumerevoli alberi in perenne tramonto dorato scioglievano le loro glasse di neve rigonfie, in un dileguarsi quasi artificiale di pioggia ghiacciata e assente. Di tanto in tanto, qualche scoiattolo rigonfio nella sua pelliccia spelacchiata affondava le sue zampette incredibilmente vivaci in quel bianco manto, disfacendolo graziosamente del proprio peso che risultava delicatamente impercettibile. I raggi del sole fendevano l'aria sospesa, creando scomparti di luce forieri di un segreto ristoro, il quale annunciava solennemente il dispiegarsi di una giornata incantevole.

Sangu meu #4

(… segue da parte #3)

E quindi in quell’immagine immortalata le cose stavano essenzialmente così: lei in preda allo shock inaudito e trincerata in un armadio rimbombante dei suoi movimenti al buio cerca-vestito, e lui fermo, fisso, nell’eternità immutabile del momento. Ad un tratto però il frastuono di questa stramba situazione mutò, letteralmente, per incalzare nei classici momenti immediatamente successivi, quei timidi attimi di ripresa che fanno presagire una specie di dopo, per quanto bistrattato e malconcio e all’apparenza accessoriato di un caduco futuro senza speranza. Il mutamento, dicevo, fu nitidamente riconoscibile quando lui si sfilò la sempre-presente stilo dal taschino di quella sua consueta giacca firmata per affari e, con fare distratto, recuperò uno dei tanti post-it che armavano la sua scrivania, testimone della rottura (la scrivania), ormai per sempre bandita (sempre la scrivania) dal loro regno amoroso. E dunque quasi chirurgicamente, e senza un minimo di risentimento incazzoso, attraversò quel mini-foglio giallo d’inchiostro tagliente, scrivendo semplicemente e a chiari caratteri “Passo domani a prendere quel poco che mi resta: se sei o meno in casa non mi tange”. Dopo aver riposto la stilo nel taschino-che-sempre-gli-spetta attaccò distrattamente il post-it svolazzante sullo specchio ovale del comò, dove era solito osservarsi ogni mattina per rivisitare e risistemare visibilmente la simmetria impeccabile di quella schiera di cravatte multi-colore, che cambiava, pedissequamente, in base all’ordine del giorno dettato dalla sua agenda digitale. Fatto ciò, il nostro lui, così come era arrivato in-casa così se ne andò di-casa, silenziosamente, senza lasciare traccia, con l’unica differenza di un suono di chiavi dietro la porta che durò due mandate in più rispetto all’apertura iniziale[5] della porta d’ingresso, dato che, evidentemente, per lui, aveva un peso specifico chiudere doppiamente dietro di sé la compagna di una vita, che era, per il momento, ancora imprigionata goffamente e inspiegabilmente in quel suo armadio rigonfio di indumenti senza uno stralcio di spiegazione (quindi la nostra lei era chiusa ermeticamente e simbolicamente in triplo modo – nel suo armadio, in casa sua a due mandate, e in qualche regione nascosta e tramortita della mente di lui, che ora, davvero, aveva buttato la chiave e non ne voleva più sapere niente di lei; incredibile). E quando la nostra lei ne uscì, mezza nuda e raccapezzata alla meglio di stracci firmati, non sapeva più davvero cosa pensare e come reagire al gran casino che era successo, e subito dopo corse verso il telefono tentando un disperato incontro almeno vocale con il compagno da una vita, ma nulla: allentando simbolicamente il nodo della cravatta lui aveva chiuso, interrotto e staccato letteralmente tutto: lo smartphone, la sua vita d’affari che ne conseguiva assieme ai mille pensieri che girovagavano senza una direzione nella sua mente irriconoscibile che, dopo il fattaccio e stremata da uno stress immane e complessivo del tipo “lavoro-giungla-e-compagna-di-una-vita-beccata-a-letto-con-l’amante-di-sempre”, andava disperdendosi tra le stradine del centro storico solo in cerca di un dormiente ristoro, per favore, in qualche clemente B&B che lo avrebbe accolto, perché no, anche alle prime luci del mattino. Il fattaccio era accaduto nel giro di 20 minuti scarsi. Erano ancora le 7.11 di una tiepida mattina di metà settembre. La località di mare si risvegliava da poco dal trambusto/brulichio delle vacanze-infuocate, periodo in cui, solitamente, veniva presa d’assalto da turisti provenienti da ogni dove. Solo in quel momento (quindi nel post-vacanze) la cittadina, forte della brezza marina proveniente dell’est, dava un po’ di respiro alle sue coste, lambite, per di più, da un lento mare verde cristallino e da un sole che, per dirtela tutta, sulle spiagge sgombre di settembre si sta proprio da Dio. (continua parte #5...)


[5] Apertura iniziale in cui, meglio specificarlo, non c’era stato alcun bisogno di dare alcuna mandata inversa di apertura – sembrava, per inciso, che la nostra lei avesse accolto spensieratamente il suo amante di sempre e avesse fatto scivolare la porta dietro di sé per semplicemente chiuderla, senza chiusure ulteriori di sicurezza: un evidente segno di assoluta tranquillità mentale su un’impossibile sorpresa da parte di lui, che avrebbe sicuramente avvisato lei – tramite smartphone ultratecnologico in viva voce sull’auto aziendale – prima di un suo ipotetico rincasare.

giovedì 3 ottobre 2013

A cena con Amartya Sen

Influenze sociali sulle nostre molteplici diversità

“Le classificazioni possono assumere molte forme differenti, e non tutte le categorie che è possibile generare coerentemente possono servire da base plausibile per l’identità. Si consideri l’insieme degli individui nel mondo nati fra le nove e le dieci di mattina, ora locale. Si tratta di un gruppo definito, ma è difficile immaginare che molti sarebbero infiammati dalla solidarietà interna di un gruppo del genere e dall’identità che potrebbe produrre. In modo simile, le persone che appartengono al gruppo di individui che calzano 42 non sono per questo legate fra loro da un forte sentimento di identità. Le classificazioni sono a buon mercato, l’identità no. Il fatto che un particolare raggruppamento possa plausibilmente generare un sentimento di identità oppure no dipende da circostanze sociali. Ad esempio, se, per qualche ragione commerciale o tecnologica, le scarpe di numero 42 diventassero molto difficili da reperire, il bisogno di calzature di quella misura potrebbe in effetti trasformarsi in una difficoltà condivisa e fornire sufficienti ragioni di solidarietà (nell’agire comune e armonico). Allo stesso modo, se scoprissimo che, per ragioni ancora sconosciute, le persone nate fra le nove e le dieci di mattina sono particolarmente vulnerabili a un certo tipo di patologia, allora, ancora una volta, un pericolo condiviso potrebbe contribuire alla nascita di un sentimento di identità. Per considerare una variante dello stesso esempio, se un dittatore volesse limitare la libertà delle persone nate in quel particolare orario – forse a causa della sua convinzione soprannaturale che le persone nate in quell’arco di tempo siano perfide o perché qualche strega macbethiana lo ha informato che sarebbe stato assassinato da qualcuno nato fra le nove e le dieci – , ecco di nuovo una ragione di solidarietà e di identità per le vittime della persecuzione. Talvolta una classificazione difficile da giustificare sul piano intellettuale può nondimeno diventare importante a opera della struttura sociale. Pierre Bourdieu ha mostrato come un’azione sociale possa finire con il «produrre una differenza dove non esisteva» e come la «magia sociale» possa trasformare le persone dicendo loro che sono diverse. Questo è quanto succede, ad esempio, nei concorsi (il trecentesimo candidato è ancora qualcosa, il trecentounesimo nulla). In altre parole, il mondo sociale costituisce differenze semplicemente nominandole. Persino quando una classificazione è arbitraria o bizzarra, una volta articolata e riconosciuta come linea discriminativa, individua tra i gruppi differenze che acquisiscono di riflesso importanza (nel caso del concorso pubblico, la differenza tra avere un buon lavoro e non averlo), il che può essere una base piuttosto plausibile per la costruzione di identità da ambo i lati della linea di demarcazione. Il ragionamento che conduce alla scelta delle identità rilevanti deve dunque muoversi, ben oltre il terreno puramente intellettuale, in un ambito di significati sociali contingenti. Alla scelta dell’identità non concorre solo la ragione, ma possono rivelarsi in particolare necessarie alcune analisi sociali collaterali. La riflessione condiziona anche l’uso delle identità e il valore che viene loro attribuito. Abbiamo l’opportunità di determinare la rilevanza che riteniamo di voler riconoscere alle nostre differenti associazioni e distinte identità. Quando si è di fronte a un’alternativa, le diverse lealtà suscitate dall’appartenenza possono entrare in conflitto sulla priorità da assegnare, ad esempio, alla nazionalità, alla residenza, alla razza, alla religione, alla famiglia, all’amicizia, al credo politico, agli obblighi professionali o alle affiliazioni civiche. Dobbiamo scegliere e decidere, e l’alternativa a una scelta ragionata è una scelta irragionevole.”

Io adoro quest’uomo.

Parti in corsivo mie; l’intero testo tratto da Globalizzazione e libertà, Amartya Sen, Mondadori, 2002.

mercoledì 2 ottobre 2013

Sangu meu #3

(… segue da parte #2)

Posso confidarti con tutta sincerità, e puoi anche non credermi ma le cose sono andate effettivamente così, che il nostro lui era rimasto per tutto il tempo dov’era, senza muoversi, senza batter ciglio, nemmeno una parola, gli occhi sbarrati e vuoti, forse attraversati ogni tanto da qualche lacrima insignificante che mostrava, ancora, per fortuna, una flebile conferma della sua esistenza interiore su questo pianeta, e veramente, non ci si poteva aspettare minimamente una reazione come questa, proprio da un tipo come lui poi, sempre stato fermo nelle sue convinzioni di essere amato alla follia dalla compagna di una vita, sempre recintato nel giardino sempre verde delle sue idee lungimiranti assieme a lei, che gli permettevano di programmare sempre qualsiasi cosa e di reagire alle eventualità più stralunate della vita con una prontezza e lucidità impeccabili, da guinness dei primati per dirtela tutta; e quindi ci si aspettava, da lui, un ribollire cieco e spietato che si sarebbe tradotto in un soffocante assalto nei confronti di lei, in termini di richieste esasperate di delucidazioni causa-effetto su ciò che appena si era materializzato davanti ai suoi occhi, una sorta di impeto incazzoso e logico-razionale su quanto era appena accaduto (e che chissà da quanto accadeva); ma in questo caso, inspiegabilmente, il nostro lui non proferì alito di parola. Neppure si sa con certezza se stesse architettando qualcosa nella sua testa da manager affermato, sempre carismatico, intuitivo, subdolo manipolatore e conoscitore dei suoi polli quando le necessità glielo imponevano (e cioè quasi tutti i giorni, visto il contesto-imprenditoriale-giungla in cui lavorava da anni). Insomma, un vero e proprio shock mentale per entrambi, ma soprattutto per lei che, ancora blindata nel suo armadio in cerca di indumenti al buio, ebbe un inaudito shock nello shock, dato che si aspettava una reazione a catena del compagno da una vita fatta di discorsi votati alla finta morale più altezzosa; alla sua dignità di uomo calpestata perfidamente da una raffica dei più affilati tacchi a spillo in circolazione; insomma: discorsi filosofici senza senso, venati da una manciata di luoghi comuni per il popolino affamato che sempre tornano utili in situazioni del genere: o per intenerire gli animi o per far nascere sensi di colpa davvero fuori luogo, o, ancora, per far prevalere certe categorie di attivazione piuttosto che altre, nulla di più. Ma a chi poteva essere attribuita, dopotutto, la colpa del misfatto? All’amante che se l’è svignata sgattaiolando? Macché! Che diamine centra in tutta sta storia quell’imbusto bello, sprovveduto e stagionalmente abbronzato? Certo, non sarà stato un campione di correttezza nei confronti nel nostro lui ma, in realtà, diciamocela tutta, non si conoscevano nemmeno i due – e poi stava solo soddisfacendo quelli che, in gergo, vengono solitamente chiamati “appetiti sessuali opportunistici”, e che dopo un po’, se non sei bravo ad arginarli per quello che realmente sono, rischiano di mutare la loro stessa natura travolgendoti senza ritorno, poiché, si dà il caso, sembra che si verifichi quello che viene riconosciuto dai più come sviluppo necessario dell’”affettività coccolosa”, dell’abitudine più ostinata, del voler stare insieme per tutto il tempo che è materialmente possibile, senza freni, con quella persona che, molto probabilmente, “ti aiuta” a soddisfarli alla grande (quegli appetiti sessuali opportunistici).[3] E quindi, in ultimo, mi domando: l’accusa andrebbe rivolta alla nostra lei che, ormai già da tempo, organizzava compiacente riunioni clandestine con l’amante per estraniarsi dalla noia della routine, o al nostro lui, che preso dagli impegni lavorativi così inderogabili e massacranti e transoceanici trascurava bellamente, ma forse davvero senza accorgersene, le esigenze passionali della compagna di una vita? Senz’ombra di dubbio, da quando la nostra lei se la spassava con nonchalance con l’amante di sempre, aveva cominciato a serpeggiare un problema di comunicazione interna (ovvero interno alla nostra coppia), e lei, nonostante i primi segnali di questo scricchiolamento comunicativo, di certo non avrebbe abbandonato la sua comoda situazione da celebre donna mantenuta, di quelle classiche che si dedicano con sistematico zelo tanto al decoro domestico quanto allo shopping terapeutico[4] – a suon di passate di carte di credito d’orate e sempre belle cariche e a disposizione per ogni evenienza capricciosa. Ma c’è anche da dire che la faccenda con l’amante stava andando avanti già da un pezzo, e il fatto che lei, in un certo senso, se la facesse solo con lui (almeno questo è quello che riporta il racconto ufficiale, non possiamo sapere altrimenti), ci può far pensare che davvero ci tenesse un sacco all’amante di sempre, e che, diciamo così, aveva fatto scivolare un tantino di più le cose invece di arginarle semplicemente nelle pieghe del puro piacere. (continua parte #4...)


[3] In realtà, il nostro amante non ci stava capendo proprio nulla dei propri sentimenti (sempre se voleva provare a sentire qualcosa di minimamente avvicinabile ad un sentimento); infatti, da un lato il suo atteggiamento remissivo, che probabilmente lo portava a pensare di non essere più un semplice amante, ci porta sulla strada che, tra i due, si stesse innescando un qualcosa che, a lungo andare, avrebbe sicuramente, un giorno, vinto il silenzio e lo stato di clandestinità in cui versavano; d’altro canto, la vigliaccheria dimostrata nel suo comportamento volatilizzabile da farfalla (quando per l’appunto è avvenuto il malaugurato fattaccio) ci fa pensare, invece, che non vedeva l’ora – in quel momento – di tagliare letteralmente la corda, senza voler dimostrare, neppure lontanamente, un granello di orgoglio possessivo nei confronti di lei. Dunque, dopo queste delucidazioni abbastanza ingarbugliate, non sappiamo proprio cosa pensare in merito alla presunta presenza di eventuali sentimenti del nostro amante, nati, molto probabilmente, nell’alveolo dei sui “appetiti sessuali opportunistici” consumati.
[4] Dopo che la nostra lei aveva auto-individuato mentalmente tra sé e sé una diagnosi prettamente simbolica che la catalogava tra i soggetti affetti dal cosiddetto stress-per-mancanza-affettiva-post-traumatico. Come è noto, un’altra terapia in soccorso molto comune a questo tipo di stress è la consumazione di cioccolato in quantità industriali (in qualsiasi formato) – nella fattispecie, uno dei più famosi e rinomati e indiscussi psichiatri al mondo è la Nutella, come dichiarato dallo stesso Signor Ferrero (presumibilmente il nipote di quel Signor Ferrero inventore di Nutella) in un’intervista rilasciata, rigorosamente in inglese, ad un reporter britannico.