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domenica 13 ottobre 2013

Non tutte le stelle sono pulsanti (Fine)

(… segue da parte #3)

Studiò la busta, la annusò e non sapeva minimamente il perché; poi, con molta delicatezza, estrasse un foglio che pareva crittografato e che recitava così:

“...un'ansia, una giovanile ansia eccitata e in fondo dolorosa,
una dolorosa insostenibile tensione d'impazienza.”

Italo Calvino


Caro Italo,
Ho immaginato questo momento nascosto da sempre, pieno di un fragore intento a spingere cocciuto e a spuntare alla fin fine trionfale, indomito: un silenzio traboccante di emozioni durato fin troppo tempo, e che arrivato ad un certo punto non ne poteva più di resistermi. Devo dirti, che si è trattato di un tempo di lunghissime attese, alimentato da estenuanti blocchi mentali perseveranti che, pur non costringendosi rassegnati in gabbie di amori falliti, galoppavano in fuga per ogni dove, facendo pulsare sempre te, con loro, ovunque cercassero di andare... È stato un tempo che ha trasportato con sé il pesante rammarico per la nostra rottura prematura, le pause inspiegabili d’indifferenza che creavano una voragine risucchiante di non-risposte e, con esse, una mistura inebriante concepita appositamente per i disillusi d’amore... Un tempo che, nonostante il brulicare di vita trascorsa, ha riempito ogni volta le crepe sfilacciate del contatto che è venuto meno tra di noi, per mezzo di uno spazio ciclico e a me sempre familiare. Quello spazio, quell’occasione persistente, consisteva nelle consuete e immancabili vacanze estive che mi conducevano da te, senza che tu lo sapessi, senza che tu potessi in qualche modo riconoscermi ancora, dopo quella prima volta in cui quell’incontro così naturale ci immortalò per sempre insieme, con quel mio viso che ora è certamente cambiato, ma che ha ritrovato nei miei occhi consapevoli lo stupore sorprendente che ebbe la prima volta nell’osservarti. Non riesco a decifrare esattamente la portata di quello che la mia mano ora fremente scrive, probabilmente anche tu starai leggendo disorientato, spiazzato, incredulo, senza una presunta connessione logica; ma dovevo pur tentare un modo per raggiungerti nuovamente, perché fin troppe volte le mie non-decisioni si sono tramutate in decisioni altre, dove tutto si vanificava e basta, come un noncurante e rassegnato buco nell’acqua che si dipana concentrico e inesorabile in quel solo fisso punto d’impaziente inutile attesa... Ho viaggiato tanto, ho vissuto e conosciuto innumerevoli sensazioni: la mia vita si è sviluppata su percorsi erranti e affascinanti, sempre vividi, spesso increduli negli inciampi di sofferenze costantemente all’uscio delle mie porte... Eh sì, le sofferenze... Come quelle che mi investirono quando ebbi notizia del tuo sventurato incidente, sferzata malefica al mio cuore lontano e impotente, che nulla poteva nell’asfissiante lontananza, se non credere incessantemente in un minuto barlume di ricordo rimasto in te, e aggrappato tenace alle pareti innamorate delle tua cognizione per me. Vorrei tanto che quella tua perduta memoria di me riaffiorasse, languida brezza che mi ristora e che mi riporta finalmente a riabbracciarti felice. Vorrei tanto accarezzarti le mani, stringerti nuovamente a me, raccontarti a cuore aperto di come, a seguito della nostra parentesi insieme, la mia vita si sia avviluppata in storie senza senso... Mi piacerebbe ricordare con te il presente, quello che anche ora si sta materializzando sotto i nostri occhi; quello che nonostante tutto ritorna sempre sincero e più necessario di prima, in un ansante battibecco amoroso che assomiglia tanto al pulsare di due stelle che si distinguono nel nostro pezzo di cielo che è lì e ci è sempre spettato, e che ancora spero ci spetterà, accovacciati e stesi su quelle spiagge che si stendono lontane tessendo i fili della nostra storia che ricomincia, sì, ricomincia proprio da qui... perché non tutte le stelle riuscirai a vedere pulsare, e solo quelle che lo faranno per te custodiranno un intimo, luminoso ed intermittente segreto che ti cambierà per sempre la vita, perché così arditamente saranno riuscite a conquistarti toccando il pulsante giusto che, senza spiegazioni, ti renderà semplicemente quello che sei... Ricordi quella prima volta che ci conoscemmo per sbaglio, quando aspettando Alfredo giù per il cortile schiamazzasti urlando senza ricevere risposta, e allora ti precipitasti nel premere il pulsante del campanello errato che avrebbe interpellato anche me, in quella serata a dir poco indimenticabile, colma di risate e scandita dai battiti di un amore che appena cominciava... Vorrei che quell’errore-quanto-mai-azzeccato-di-pulsante ricapitasse ora, in questi giorni, inconsapevole come quella prima volta, perché come ogni anno sempre sarò qui, e sempre nei paraggi della tua memoria tramortita mi presenterò, affinché questa si desti finalmente risollevata dopo un tumulto di vuoto e di nulla e sia accolta così, con la stessa naturalezza di chi serve una carezza al chiarore di luna.

Viola, tua sempre


Una lacrima scese giù e bagnò un ricordo che forse cercava, con tutti gli sforzi del caso, di riemergere dagli abissi di un mare in burrasca. Il vento si infittì, e le ripetute raffiche sferzanti che ne derivarono accompagnavano rimbombanti quelle parole che ancora vorticavano nella sua mente in subbuglio. Si alzò; cercò di riordinare le idee. Sospinto da bagliori precari di lucidità, si convinse della falsa arbitrarietà della sua vita, di quanto non tutto potesse dipendere solo dalla pura convinzione soggettiva impregnata nelle cose. Doveva allora considerare anche le occasioni che non mostravano alcun apparente collegamento col sé, che erano trasportate dal vento, o abbandonate giù dalla pioggia o magari semplicemente scritte, in maniera inequivocabile, su un immane spazio bianco di una lettera. Come quasi colto da un guizzo di memoria, gli balenarono in mente alcune parole che, anni addietro, aveva dedicato ad una ragazza tanto amata, ma che ora rimaneva solo appannaggio di remote reminiscenze ancora un po’ annebbiate. Così, di faccia al mare, quasi intorpidito, si rivolse agli scogli in dirupo:
– “...il mare, con quel suo movimento semantico che è solo il mare, ti viene incontro e ti seduce, si alza maestoso e si scaraventa a capofitto sulle rocce increspate, debellando d’improvviso nel suo baluginare il noioso ritmo che esclude il pensiero. E quindi Lui ti sussurra segretamente all’orecchio, con la sua schiumosa e effervescente presenza ti riconduce alla naturalezza, quel sano sentore pacifico che riassetta tutti i tuoi sensi per ricondurli al vicino primordiale.”
Casa di Alfredo, dopotutto, non era poi così distante; giusto a pochi minuti da lì... (Fine)

venerdì 11 ottobre 2013

Non tutte le stelle sono pulsanti #3

(… segue da parte #2)

– Lo vedo bene come si sono sviluppati questi eventi senza un misero di intralcio! Guardati un po’: ti ritrovi qui, alla tua giovane età, seduto tra vecchi decrepiti rincitrulliti e per di più ubriaconi, a ingollare ogni sera litri e litri di birra, quando invece... Potresti benissimo essere in compagnia di una ragazza che ti fa perdere la testa, e che ti adora, e che si prende cura di te come tu di lei... Potresti accompagnarla al cinema, to’ al teatro se ti garba, e prepararle delle squisite cene a lume di candela su di una terrazza con vista mare e accoccolarti poi teneramente avvolto con lei, in un groviglio esasperato di lenzuola... Ecco bello e confezionato il tuo corso degli eventi! Bel lavoro, nulla da dire: impeccabile da ogni angolazione, davvero!... Ehi, pronto? Ci sei? Sveglia Ragazzo mio! Sì dico proprio a te!! Se mi fossi trovato io in una ghiotta occasione del genere mi ci sarei buttato a capofitto, altroché! Invece di stare lì a tentennare vacillante: questi succulenti varchi temporali, ragazzo mio, capitano poche volte nella vita; bisogna tenere sempre l’occhio allenato per riconoscerli subito, senza esitazioni, senza indugio, senza pensarci minimamente un attimo... Il mio consiglio è: calza una fionda e via, catapultati! In modo da cascarci letteralmente dentro... Fidati, non sbagli!
– Caro buon vecchio Oscar, – riprese interrogativo Italo tamburellando le dita sul banco – mi stai forse dicendo che tu alla mia età eri un tipo così sfrontato con le donne da navigare vittorioso in quella tempesta che ha solo e sempre seminato vinti? e che per la sua peculiarità si imbatte costantemente su chi, suo malgrado, tenta un approccio di apertura verso quel mondo così meravigliosamente problematico, ma anche così insensato nella sua complessità, che è stato alla fin fine definito come – racchiudendo l’enormità del concetto – Universo femminile? E che ci capivi alla grande di apro e chiudo le virgolette ghiotti-e-succulenti-varchi-temporali tanto da identificarli prontamente, riconoscerli nella loro inconfondibile potenzialità amorosa e immergerti in essi a capofitto senza alcuna esitazione?! Ma fammi il piacere! – E questa volta fu Italo che cominciò a ridacchiare di gusto, facendo segno a Martino se, per piacere, poteva portargli un’altra birra.
– Non sarò stato di certo un irresistibile latin lover, – aggiunse timidamente il postino – tuttavia ho fatto il mio, avendo amato le uniche due donne della mia vita che, caso ha voluto, mi hanno piantato entrambe per un altro; in scioltezza per di più... Così, mi sono ritrovato col vivere solo, coltivando, col passare degli anni, una sincera e amara disillusione verso questo desiderio tanto contradditorio quanto schizofrenico che ancora in molti chiamano amore. Dopodiché, avvilito da quelle piacevoli sensazioni rimaste solo un ricordo stropicciato, ho vinto un concorso fortuito alle poste e ho incominciato a sfrecciare indisturbato per le strade paesane, dedicando anima e corpo al lavoro, senz’altri pensieri, da una villetta a monte ad un’altra in riva al mare, consegnando posta e raccomandate sempre col sorriso stampato in viso: desideravo solo consegnare buone e indesiderate notizie, e magari anche qualche isolata lettera d’amore che desse un minimo di conforto nell’illusione... Perché vedi, anche se è solo una forte illusione che vive della sua precarietà l’amore è pur sempre un sentimento travolgente, per cui ne vale sempre la pena; perché nonostante tutto, nelle gioie e nelle tribolazioni, ti permette di sentire quando respiri e perché respiri, e magari, se tutto questo è così davvero sinceramente corrisposto, ti consente addirittura di condividere all’unisono il suo cerimoniale appassionato, con una persona che indossa come te il tuo stesso animo, reso forte e arrendevole al contempo poiché attinge alla fonte dell’incanto...
– Ma non avevi appena detto di essere un disilluso recidivo e solitario? – Domandò Italo con un sorrisino che si intromise nella pausa.
– Certo che lo sono, ma che scherzi? – Tuonò Oscar come mosso da un impeto confuso, e poi continuò – Ma non lo sai che la birra è famosissima per i suoi dannati sproloqui? Soprattutto se assunta in queste modeste quantità poi... Martino? – Fece segno al barista – Me ne porteresti gentilmente un’altra? Ti ringrazio.
E ordinata l’ennesima birra traboccante gli si illuminò la lampadina di un ricordo – A proposito di buste contenenti lettere, che idiota! Mi è sfuggito completamente di zucca... Qualche giorno fa è passata una ragazza mora alle poste, devo dire davvero un bel bocconcino... Ero appena rientrato dopo aver terminato il giro di consegne, e mi ha chiesto se, per cortesia, potevo recapitare una busta con francobollo, sebbene non fosse indicato alcun indirizzo sul retro; se conoscevo, insomma, il nominativo riportato sulla busta e potevo ugualmente consegnarla al legittimo destinatario... Ha detto che se l’è ritrovata erroneamente nella buca di casa sua; ma io non ci credo, dato che non l’ho mai vista da queste parti... E indovina un po’ che nome c’è scritto sulla busta immacolata? To’, per te: vista la consistenza e il peso suppongo contenga una lettera...
Così la lettera scivolò adagio nelle mani di Italo. Un sorriso d’intesa tra i due chiuse la conversazione e un sorso scese fresco lungo la gola. Proprio in quel momento la mente del nostro giovane rampollo tornò a quegli occhi luccicanti nella notte di San Lorenzo, come per meditazione, tra le sospese scintille scoppiettanti dei falò. Fuori intanto era ormai buio e la sera era calata da un pezzo. L’atmosfera sapeva di umido e le rimanenti goccioline sopravvissute alla pioggia accarezzavano lente le foglie degli alberi appesantiti. S’incamminò verso il mare senza pensarci, con andamento leggero e saltellante, proprio di chi si è appena fornito di un prezioso carico e non sa se dispensarlo in giro o goderselo tutto per sé, trasognato e passeggero. Era chiaro anche alle timide lumache spuntate qua e là che era riuscito a raccattare una sbronza di quelle memorabili. Al ché, aperto all’orizzonte delle onde rigate di bianco, abbracciò quel profumo di mare così amico e si rannicchiò, solo soletto, su un scoglio avvolto da improvvise folate di vento.
(continua parte #4)

martedì 8 ottobre 2013

Non tutte le stelle sono pulsanti #2

(...segue da parte #1)

Sebbene in quel momento gli suscitò un ricordo sfuocato, completamente immotivato nel suo sopraggiungere, arrivò alla conclusione affrettata di non averla mai vista prima: pensò che fosse capitata lì per caso, trasportata dal solito caldo vento del flusso migrante di turisti, tipico di quelle spiagge soprattutto in estate. Mentre la contemplava nelle sue gesta danzanti si sentì come un groppo interiore aggrovigliarsi di emozioni inaudite, simile ad uno spasmo fremente e misterioso che lo catturava attonito. Questa volta ne era certo: non aveva mai provato una sensazione di quel genere, dolce e soffocante allo stesso tempo. Quasi stranito dall’inconsueta attrazione, e prima che gli venissero in mente strane idee di approcci imbarazzanti, decise di spezzare l’incantesimo tuffandosi in mare, portandosi con sé il piacevole fardello delle impressioni accumulate su di lei e, così facendo, si sprigionò a bracciate nella spuma serale di un’acqua tiepida e accogliente. Di ritorno dalla suggestiva nuotata, e mentre si affaticava per raggiungere nuovamente la riva, la beccò con lo sguardo in un angolo, sola, una mano poggiata su uno scoglio, la testa reclinata verso il basso, tutta intenta a rovesciare sulla sabbia conati di vomito fosforescenti. Mentre riviveva attimo dopo attimo il fotogramma di quella visione dispiaciuta, si accorse che Fulvio, il macellaio del paese, stava sboccando nell’immediato anche lui, senza preavviso, proprio quando il bar continuava a riempirsi senza sosta, eletto da chi passava da quelle parti come il rifugio più appropriato in caso di pioggia. Non c’era stato verso dunque: Fulvio aveva alzato il gomito per l’ennesima volta, più e più volte, dandoci giù di brutto, tralasciando bellamente e senza soluzione di continuità i severi moniti della moglie che, preoccupata e rassegnata al contempo, non sapeva più davvero cosa fare. Due fra gli avventori si interessarono dell’accaduto, sincerandosi con Fulvio delle sue condizioni e, quasi premurosi, lo invitarono a darsi una rinfrescata nella toilette a due passi da lì. Martino, l’immancabile barista smunto, si affrettò in un lampo nel dietro magazzino per recuperare mazza panno e secchio, l’essenziale insomma per raggiungere l’angolo chiazzato di vomito e ripristinare alla meglio un senso di nuovo decoro al locale.
– Ah! Ah! Ah! Ah! Fulvio, il solito debole di stomaco! – L’inconfondibile fragorosa risata di Oscar irruppe nei dialoghi sovrapposti che animavano incessantemente il bar; era un tuttologo dalla battuta pronta Oscar, 51 anni in marzo, una vita da scapolo convinto, anche se, a dire il vero, alla sua solitudine si era ormai rassegnato da tempo; malgrado ciò era il postino più affidabile e puntuale che si fosse mai visto in giro. Sguardo fiero e sincero, portatore sano di quell’inconfondibile schiettezza, era capace di inchiodarti spalle al muro con poche semplici e imbarazzanti lucide parole che facevano capolino, sornione, sulla sua lingua ruvida e senza peli. Voltandosi verso Italo, e continuando anche lui l’ostinata alzata di gomito, aggiunse sogghignante – Pensa che Fulvio la settimana scorsa era talmente ubriaco che non ricordando il proprio numero di telefono ha iniziato a comporre numeri a caso; noi bastardi incuriositi l’abbiamo lasciato fare: ci sembrava un ottimo esperimento empirico sul calcolo delle probabilità. Ammettiamolo: c’erano scarse possibilità di riuscita...
– E alla fine, l’ha beccato il numero giusto? – Chiese Italo col bicchiere di birra in mano.
– Ci sono controverse interpretazioni, dovute al fatto che quando finalmente una voce di donna rispose, Fulvio chiese candidamente se il marito fosse in casa in quel momento. Il caso volle che il marito della donna all’altro capo della cornetta non fosse in casa; a quel punto sul viso di Fulvio si stampò un’espressione teatrale e partorì la seguente lapidaria affermazione: “Sono io tuo marito! Vienimi a prendere che sono ubriaco lercio!” Inutile dirti che entra a pieno titolo nella top ten delle frasi epiche pronunciate qui “Da Ninni”. – E tra rivoli sparsi di voce continuò a ridersela tra sé, pensando con trasporto all’accaduto.
– A modo suo, forse quella sbagliata, ma una moglie alla fine l’ha trovata! Oscar, secondo te, cosa gli farà la moglie a Fulvio, questa volta, quando glielo riportano a casa ubriaco marcio?!
– Secondo me, lo mena! – Rispose su due piedi divertito. E poi osservando Italo attentamente e con occhio sospettoso incalzò – Sicuro di non averle prese anche tu? Hai la faccia di un cane bastonato?
– In un certo senso... Beh sai, cose che capitano: sono stato colpito da una mora dai capelli ondulati.
– Ahi Ahi Ahi!! Como me duele el corazon! – Oscar sfotteva allegramente e a tutto spiano il povero Italo e, facendo finta di ricomporsi, continuò – E ora dov’è questa ragazza?
– Sparita.
– Magari è solo nascosta bene, oppure... È una maga! Sì, mi sa che è esattamente così: sei chiaramente sotto l’effetto di un incantesimo; non c’è niente da fare, hai tutta l’aria di esser stato stregato per bene, per non dire un’altra parola tanto affine per consonanza, caro il mio giovane Italo. E continuò, pareva, via via sempre più serioso – E dimmi un po’, da quanto tempo va avanti quest’evidente sequela di espressioni bastonate sul tuo viso?
– All’inizio pensavo fosse una cosa da nulla, sai l’inaspettata visione della ragazza superfiga e irraggiungibile che ti fa fantasticare solo per qualche ora e poi tutto passa... E invece tornando a casa e nei giorni successivi ho cominciato a lavorare di ricordi, di associazioni mnemoniche che non sentivo mie, come se un’altra mente dentro di me si stesse risvegliando da un sonno profondo, e volesse rendermi partecipe di un qualcosa di veramente importante a botta di voci situazioni e gesti familiari. L’ho vista in spiaggia qualche settimana fa. Hai presente la notte di San Lorenzo? Alcol, musica scintille e piccoli falò? Bene... Lei era lì, e ballava e si divertiva con un gruppo di amici. Ad un certo punto della serata l’ho vista appartata dietro uno scoglio che ci stava lasciando letteralmente l’anima: vomitava a fiotti, non so se mi spiego. Quel movimento giulivo, associato a tutto quell’alcol in corpo, gli avrà sicuramente causato una reazione tanto indesiderata che alla fine non ha retto più. E poiché pareva che i suoi amici si schermissero dietro un atteggiamento di indifferenza, o forse proprio in quel momento non si erano assolutamente accorti di nulla, ho pensato immediatamente di raggiungerla in soccorso, di essere lì con lei – intendiamoci – come un essere umano che si interessa in modo disinteressato ad un altro essere umano, per presentarmi, certo, in viscide circostanze, ma per sostenerla – come avrebbe detto David Foster Wallace – “in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi”; fornendole insomma, per quanto avrei potuto, un pratico aiuto di sostegno che si sarebbe indubbiamente sposato con quel suo riserbo malcelato nella sofferenza dell’attimo. Poi però la timidezza mi ha vinto, e ho preferito non essere troppo indiscreto, sai: non volevo fare figure di merda inopportune; così ho lasciato correre gli eventi come venivano, senza che la mia presenza estranea si interponesse fuori luogo, senza che quel mio possibile intervento si fosse manifestato, solo ed unicamente, per il suo misero intralcio impacciato...
(continua parte #3)

domenica 6 ottobre 2013

Non tutte le stelle sono pulsanti #1

Si ritrovò sotto un cielo oscuro, fitto di nuvole cerebrali e minacciose. La gravità di quel cielo, che incombeva imponente sferragliando qua e là saette luminose, lo indusse a cercar subito un riparo. Era un tardo pomeriggio di una domenica qualunque, una lenta e apparentemente insignificante domenica del falso riposo: la celebre giornata che al calar del sole vive in funzione del suo giorno venturo. Incominciò a correre, percorrendo all’impazzata viottoli acciottolati conosciuti, e prima che se ne accorgesse era già zuppo di se stesso, grondante di stupore per lo scampo appena afferrato. Quasi incespicando, e con smania frettolosa, si inoltrò a capofitto nel solito bar della piazza all’angolo, “Da Ninni”, un locale anni ’70 che persisteva ancora vivido alle intemperie del tempo. Chiese all’immancabile barista la consueta birra, leggera e luminosa, schiumosa e sempre rassicurante. Non esiste nulla paragonabile al primo sorso di birra, pensò. Si sedette. Il bar era languidamente frequentato. Visi conosciuti e dinamiche sociali di routine si estrinsecavano in un dolce balletto indifferente, la tipica ballata scanzonata che accompagna il giorno che muore. Centellinava con rispetto la sua birra, e le diverse scanalature che il liquido dorato formava sulla parete del bicchiere lo riportavano con lo sguardo ai finestroni di fronte, opachi e bagnati di pioggia che quel cielo violentemente buttava giù. Pensava. Quei ritmi altalenanti tra dentro e fuori cercavano di accordare il suo animo, tentavano a stento di predisporlo ad una sorta di stasi pre-notturna, in cui si cerca di divagare con moderazione per non finire preda di facili rebus irrisolvibili. Tale combinazione però risultò vana. La sua vita, da tempo, era diventata una registrazione scontata di attimi consunti, azioni di provincia che non lasciavano spazio a cambiamenti di rotta repentini. Tutto era definito e conosciuto, stabilito a priori sin nei minimi dettagli. Solo la birra rappresentava il suo conforto quotidiano, insostituibile, benché il suo gusto non cambiasse di una virgola, nei secoli dei secoli, così sia! Questa rilassante cerimonia lo accompagnava solitamente dopo lavoro, ogni giorno, ma quel pomeriggio fece finta di parteciparvi per caso, con la scusa di quel cielo capitato lì, reietto, gravido di nuvole piangenti. Pensava. Sollevava il bicchiere, sorseggiava e lo riponeva con cautela sul banco: tutti gesti automatici che gli consentivano quel passo in più a fronte della scorreria iraconda dei suoi pensieri affannati. Si proiettò così oltre quell’atmosfera imbevuta di noiosa normalità, adagiandosi con la mente in un posto lontano, dove il chiarore della luna lambiva un litorale frastagliato e tutto filava liscio come seta morbida di brezza. Era la magica notte di San Lorenzo, quando una moltitudine di gente è solita raggrupparsi attorno a fuocherelli illegali e cerca, nell’attesa, di conquistare un bagliore di felicità con l’avverarsi di un desiderio inespresso, che ha come corrispondente illuminato la scia di una stella infuocata che ammicca da lontano per poi sparire per sempre. In quella serata voci suoni e musica accompagnavano l’andirivieni del mare, con schizzi di acqua giocosa che si alternavano, festosi, ai tintinnii di bottiglie aperte e subito pronte per essere vuotate. Il tutto segnato da umori e predisposizioni caratteriali differenti: c’era infatti chi preferiva muoversi e danzare a ritmi sguainati e lussureggianti e chi, al contrario, prediligeva una postazione più tranquilla e appartata, tutta propria, da dove si potevano cogliere, istantaneamente, i frutti cadenti di un cielo maculato di stelle. Lui se ne stava lì, seduto su un telo da mare, tranquillo e solitario, con le ginocchia raccolte al petto e i piedi intascati in una sabbia umida e fine, e osservava. Nel vivido trambusto di una spiaggia in effervescenza riuscì a distinguere nettamente la figura di una splendida ragazza, che danzava e si contorceva dal ridere, proprio perché di lì a poco si sarebbero realizzati alcuni simpatici intenti: mini-mongolfiere con lumini incorporati venivano pian piano abbandonate all’accoglienza del cielo, sospinte dolcemente in alto dall’ilarità collettiva che si sfumava in melodia silenziosa, un silenzio criptato di pace verso l’universo lontano e misterioso. Mentre lei trafficava nei suoi movimenti più disparati la sabbia accoglieva i suoi piedi nudi come dono, per poi restituirli ad un tracciato labile ma riconoscibile, in cui la traiettoria disegnata dei suoi passi dispensava a tutto tondo cerchi di felicità animata. I mori capelli ondulati le incorniciavano un viso luminoso e particolare, dai tratti inconfondibilmente delicati. Il luccichio sfrontato dei suoi occhi marroni destava un fascino arcaico, come se fosse stato per tanto tempo sepolto sotto fiumi di lacrime in piena e, proprio allora, si rianimava libero audace e consapevole. Aveva un corpo sinuoso e formoso allo stesso tempo, difficile da trascurare. La leggera pressione del costume sulla sua pelle creava facilmente, all’occhio di un osservatore maschio anche distratto, fantasie bramose di ogni sorta. Chiunque, a primo acchito, avrebbe pensato ad una ragazza piacevole e dai modi gentili, con cui senza difficoltà si sarebbe potuta intavolare una conversazione di ogni tipo: dai massimi sistemi che governano subdolamente il mondo alle frivolezze scherzose di battute compiacenti. Era, sotto molti aspetti apparenti, il prototipo congeniale della ragazza perfetta. (continua parte #2...)