lunedì 24 marzo 2014

Lenteur/Slowness/Lentezza

En français

Si le matin tu ne t'arrêtes pas chez le boulanger ou le charcutier ou le maraicher pour échanger deux mots sur la dimension concrète de la vie, il n'y a rien d'autre à dire: t'es un gros naze.

Si tu penses être en retard au travaille et que ces bavardages, ces échanges qui sentent le vécu sont du temps perdu tu seras à nouveau, ne te fâche pas, je ne peux pas te le dire autrement, oui, t’as deviné: un super gros naze.

Si tu n’as pas bien compris que pour survivre à cette vitesse et à ce tas confus d’incitations qui te harcèle il te faut la lenteur, l’échange symbolique du don, un souri, une tranche de mortadelle qui surclasse de bonheur toutes les autres odeurs, un maraicher qui t’offre du persil vert de champ ruisselant car c’est normal pour lui de te le donner, un simple geste sans arrière pensée, bin, si tu rate tout ça et tu n’ambrasse pas la vrai mesure du temps, tu seras un gros naze qui dit de ne jamais avoir du temps.

Et c’est justement les personnes comme toi qui disent de n’avoir jamais le temps, qui en ont le plus; et alors arrête-toi sur ces dernières enclaves de vie humaine qui restent et prend ton temps, donne leur de l’espace et comble-les de lent réconfort, d’une tranche de pain frais et dégoulinant de chocolat coupée en deux.


In english

If you don’t stop in the morning with the baker, the butcher or the greengrocer for a chat on the concrete dimension of life, there is nothing else to say: you're a loser.

If you think about being late for work and think that those talks, those exchanges of experiences are a waste of time, you will be again, and don’t take this personally, I cannot tell you more, yes you guessed it: an emeritus loser.

If you have not understood that to survive at this speed and confused mass of stimuli that bombards you, you need to take the slowness, the slowness of symbolic exchange of the present, of a smile, of a slice of mortadella that surpasses the happiness of all other smells, like the greengrocer who gives you the green parsley dripping because it’s just normal for him to give it to you, a simple gesture without a double purpose, well, if you lose all of this and you don’t embrace the true measure of time you will be a loser who says ‘I never have time’.

And it’s people like you, who say that doesn’t have time, that have more time than all of us; so now focus on those last remaining enclaves of human life and give yourself time, space and fill them by their slow comparison, with a slice of fresh bread with chocolate divided in half.


Originale

Se alla mattina non ti fermi dal panettiere o dal salumiere o dal fruttivendolo per fare due chiacchiere sulla dimensione concreta della vita, non c'è altro da dire: sei uno sfigato.

Se pensi di essere in ritardo a lavoro e pensi che quelle chiacchiere, quegli scambi di vissuti siano tempo perso sarai di nuovo, non te la prendere, non posso dirti altro, sì, hai indovinato: un emerito sfigato.

Se non hai ben compreso che per sopravvivere a questa velocità e ammasso confuso di stimoli che ti bombarda ci vuole la lentezza, la lentezza dello scambio simbolico del dono, del sorriso, di una fetta di mortadella che surclassa di felicità tutti gli altri odori, del fruttivendolo che ti regala il prezzemolo verde di campo sgocciolante perché è solo normale per lui dartelo, un semplice gesto senza doppi fini, beh, se ti perdi tutto questo e non abbracci la vera misura del tempo sarai uno sfigato che dice di non avere mai tempo.

Ed è proprio gente come te, che dice di non avere tempo, ad averne più di tutti; e allora soffermati su quelle ultime enclavi di vita umana rimasta e datti tempo, dai loro spazio e riempile di lento confronto, di una fetta di pane fresco e cioccolatoso diviso a metà.


Traduzione francese di Dario Cazzorla
Traduzione inglese di Edna Arauz

Un ringraziamento speciale ad entrambi.

sabato 8 marzo 2014

Spaccato

Vediamo se ci riesco. Tu che fai? Fluttui? Dai, fluttuo anch’io. Vado bene così? Ok, ciao.

Ci sono esplosioni nelle mie cuffie, le loro sonorità avvengono in cielo però. Le vedo sì, ma solo in acustica. E allora il cuore comincia a pompare e ad accelerare e a inviare e ricevere il flusso sanguigno per tutte le estremità, cammino. Osservo dappertutto. Così mi lascio trasportare dagli eventi. Cos’è un evento se non la dimostrazione orchestrata di sprazzi di vita? Accade che sfreccia il blu emergenza dell’ambulanza e a seguire un puma di macchina poliziesca che urla al largo, mi defilo. Tre tipi loschi vengono braccati da altrettanti tipi ancora più loschi di loro che gli chiedono documenti e roba, qualsiasi roba, chimica e non: dispute di giustizia clandestina. Un altro tipo ha una busta sporca in mano, è claudicante, si piega nella sua sporcizia e raccoglie un mozzicone di sigaretta abbandonato, fumato a metà. Pensa bene di infilarlo distrattamente in quella sua busta e di continuare il suo percorso errante. Un bambino di colore piange, ha un cappellino blu notte e il viso rivolto al cielo, dove supplica un altro viso, quello di suo padre, che è lì e fa finta di ascoltarlo, e intanto le sue lacrime disinfettano la sporcizia accumulata sul marciapiede: un pianto inascoltato. Una ragazza attraente si ritrova appoggiata ad un palo, quello del semaforo, aspetta il verde, e intanto però, è anche al telefono, e le sue labbra si muovono e si contorcono di un piacere immaginato, un desiderio futuro la cui fonte, probabilmente, deriva dal tono di voce di quella chiamata che le trasmette, sempre probabilmente, allusioni serali in dolce compagnia. Ieri l’ho chiamata ma non mi ha risposto, e pensare che per me c’era sempre. Due sacchi di persone sono avvolti in coperte, quelle persone lì sotto non si vedono, sono invisibili. La loro casa è quel freddo e duro pavimento di strada: è vero che forse i barboni preferiscono Roma, ma qui ci sono i portici e in culo alla pioggia. Il rosso Bologna ha sempre ben pensato di trasmette una calorosità di benvenuto, così come il detto dice che dopo i tortellini venivano anche elargiti anche tutt’altri orali servigi, ma questa era una socialità concepita per altri tempi, per i rari e preziosi forestieri: ora ce ne sono troppi: lo siamo ormai tutti: forestieri del mondo globalizzato. Un tempo questa città vantava i servizi sociali più accoglienti al mondo, i più predisposti, i più pronti a recepire il malaugurato bisogno. Ora invece le risorse scarseggiano e tutto si riduce a fuffa elettorale.
Attraverso la strada: ero bello un tempo passeggiare con te mano nella mano, ora, invece, le mie mani sono in tasca, e si accontentano solo del calore di una piuma che viene da chissà dove. Un capannello di persone è radunato in un piccolo parco pieno di piccioni: anche questi sono radunati, ma attorno al pane duro e sparso e sedimentato come pietre, pietre di un castello di fame distrutto e rifiutato, scartato perché tanto ce n’è ed è stato pagato. Quelle persone, invece, incontrano calorosamente i richiami di un’identità lontana: stranieri non integrati, messi da parte; l’intercultura si fa beffa del multiculturalismo, e il multiculturalismo delle belle parole è sempre stato compreso solo sulla carta, almeno ad una prima lettura. Anziani, anziani ovunque: questa è ormai diventata la città più vecchia d’Europa, questo è un bene? Vivere a lungo potrebbe essere una grandiosa prospettiva: già, la vita è bella: ma dove è finita quella bellezza? Ah sì, è vero: ha vinto l’oscar, e in questo momento, probabilmente, è con la sua statuetta scintillante a sorseggiare un mojito in spiaggia, una spiaggia piuttosto lontana, penso. Biciclette, tante biciclette, speranza, aria verde e pulita: circolate e soffiate quella nuvola di smog, per favore: pedalate!
Comincia a fare caldo, strano per la stagione corrente, ah, vero: le stagioni non esistono più: fanno bene gli studenti francesi a non conoscerle, ecco perché, a ripensarci, non hanno mai imparato quante e quali sono: l’ignoranza è lungimirante, a tratti. Un ragazzo manda una colazione e dei fuori ad un altro ragazzo, nella bottega dove lavora quotidianamente: l’amore non conosce identità, genere letterario, distinzione di orientamento. Peccato che sia così complicato, anche se Tizianone nazionale canta e si sgola sul fatto che si tratti di una cosa semplice: lo stimo per questo: soffre e soffre, e non se ne vergogna. Tutti noi non dovremmo mai vergognarci di esternare un sentimento, un amore appena sbocciato, un tumulto di bene che ci ha sedotto: la paura del destinatario a cotanta bellezza deve essere messa da parte, bisogna solo aspettare le sue ragioni e comprenderle e raccontarle appieno, e dopo lo stare insieme farà il suo corso. Come quel fiume burrascoso a volte scende lento, e accarezza le sue sponde martoriate di brutti vissuti.
Uno stormo di uccelli spicca il volo, sembra ammaestrato, come i balletti sincronizzati di quelle ragazze che con cuffie e sorrisi disegnano cerchi nell’acqua alle olimpiadi. Dovrei saltellare sulle pozzanghere, Hoppipolla, dovrei farlo più spesso. Dove sei tu, ora, che tanto ti divertivi nel bagnarti d'acqua di pozzanghera? Mi chiedo ancora dove sei. Sfilano gonne, tante gonne, desideri espressi e accolti dai passanti che girano lo sguardo e seguono le formosità sinuose che nascondono. Linguaggi corporei, linguaggi visibili e muti, un linguaggio universale che si destreggia dalla parola consunta.
Boll fa parlale il clown, John osserva il pantofolare della mamma che va in cucina e che sfodera pietanze italiane in terra straniera. Dave parla di dipendenze, e la dipendenza dalle persone è la nostra droga più presente, l’antidoto contro la solitudine. Cormac racconta lo scenario apocalittico di un figlio e un padre in preda al cannibalismo del mondo: per fortuna c’è sempre una Coca-cola in un distributore scassato: lei e la sua scritta sinuosa ci sarà sempre, anche alla fine del mondo. Alda ci restituisce il miracolo in manicomio e Italo fa parlare un punto, QFWFQ, che si diverte a prenderci per il culo dallo spazio. Sì, come loro, io scrivo: o vivi o scrivi: ho vissuto e ora ho bisogno di scriverlo. Dove sei tu, poetessa, con le tue gonne fantasiose e con le tue parole di ritorno dalla salsedine di mare? Sì, dove sei? Sì, è vero: hai un’altra vita, lontano. Ricordo quando appena le prime volte incominciavi a chiamarmi amore: ti rannicchiavi sotto il mio viso, circumnavigando la pelle del mio collo, per non farti vedere, per non far vedere quel dolce imbarazzo malcelato che il tuo volto non ce la faceva proprio a trattenere. In quei momenti cominciavo a capire quanto di te si sarebbe poi riversato su di me: una barca spaccata a metà che sarebbe sicuramente affondata nel frastuono insostenibile della vita vissuta. Amore come concetto, come idea? Oppure amore come semplice sostantivo interpellato? Non l’ho mai saputo.
Attraverso nuovamente la strada ora sgombra, le macchine ferme al rosso sono frementi, e le loro code di nuvolette scodinzolano impazientite. Un’altra sirena blu impazzita, arresta tutti i timpani e anche in questo caso chiede il largo, il fermi tutti. E poi penso all’altra metà della medaglia, all’altra parte dell’umanità che si dispiega a conforto: la vera amicizia. Saremmo fottuti se non ci fossero quelle due o tre persone che ascoltano, che hanno piacere nel conoscere il tuo vissuto, coloro che nonostante le distanze che ci separano sono sempre presenti e si fanno in quattro per te, non conoscendo barriere: riconoscono in te anche la loro di salvezza e, per questo, vanno ringraziate tutti i giorni. A te che lotti per la vita, a te che non so dove ora tu sia, a te con la borsetta sempre verde riposta su quel tuo esile e delicato avambraccio, a te la cui forza col sorriso non l’ho mai incontrata in nessun'altro: i miei pensieri sono tutti per te ora, perché io, ne sono sicuro, ascolterò di nuovo la tua voce, da qualche parte.             

giovedì 13 febbraio 2014

L'abbraccio

L’abbraccio è un incontro di mondi, è la pace in terra di persone di sconfinata generosità; è l’assioma incontrovertibile che dona profusamente ristoro alle menti frustrate, che si proteggono a vicenda, nella gioia e nel dolore, e nel rifugio momentaneo scampato all’agitato frastuono posano gli occhi, e cantano.


Tale intreccio di braccia fusti e menti consiste semplicemente in una sospensione sconfinata, parcheggiata al centro di un momento religioso, che si accorda perfettamente all’eterea melodia di quelle anime innocenti e pure, che, con immane fatica, consentono al bene profondo di emergere, e di far sì che quell’instancabile palla blu, che taluni appellano come mappamondo veleggiante, possa ancora girare. 

giovedì 30 gennaio 2014

Idiosincratico

Idiosincrasia è un termine usato sia nel linguaggio parlato sia in campo medico, linguistico e di altre discipline.
Nel linguaggio comune, la parola viene utilizzata per indicare una forte avversione per situazioni o persone non gradite. In questo significato può ritenersi sinonimo di antipatia, avversione verso qualcuno o qualcosa.

L'origine risale al greco antico, ove il composto di idios ("proprio"; agg.) e di synkrasis ("carattere", "inclinazione spirituale") significava una peculiarità di temperamento dell'individuo, senza per forza evidenziarne negativamente le avversioni e repulsioni.

In linguistica, i fenomeni idiosincratici sono le creazioni linguistiche limitate a un ambito ristretto e costruite senza applicare le norme valide negli ambiti più ampi: in pratica, si intendono con questo termine soprattutto le invenzioni dei singoli parlanti, i quali formano parole e strutture sintattiche secondo la fantasia e la propria struttura cognitiva, spesso creando dei neologismi.


Fonte Wikipedia, Etimologia & Linguistica

martedì 28 gennaio 2014

Le lande della transizione difficile

I potenti della terra, i farabutti (e brutti), i cacciatori di capitali il cui unico intento è arricchirsi senza mai vedere la fine sono ormai sull’olimpo della grettezza, e da li su, pressoché indisturbati, comandano i loro mercenari affamati, che avanzano pilotati verso di noi, silenziosamente, sterminando le nostre vitali lande identitarie, passando per tutti i palazzi o l’erba del mondo: truffano, corrompono, cooptano, rapiscono e deridono il nostro, ultimo rimasto, spirito umano e solidale: ci stanno letteralmente prosciugando, e noi cominciamo ad avere sete, una secchezza rassegnata. Andiamo a tentoni cercando disperatamente le ultime gocce di risorse rimaste, e, a pieni palmi, stiamo cominciando a toccare letteralmente il fondo, sul serio.
Le idee sono ridondanti e non hanno più una direzione. C’è un bla bla insignificante che serve solo a spillare soldi all’audience, quei pochi quattrini che ancora sono rimasti nelle tasche sporche e rovesciate. Le nette distinzioni, i confini confortanti, non ci sono più: è tutto morto e tremendamente desolato: lo scenario vero è un’immensa distesa polverosa. Siamo entrati in un pensiero-labirinto circolare, accessibile quasi a tutti e, ciononostante, siamo incapaci di fissare dei punti fermi, familiari: si procede solo per blandi tentativi, e se quello che è stato appena compiuto non è andato a buon fine si ritorna ancora indietro, per tentare ancora una volta un’altra nuova via.
La speranza a tutto questo però vive nella condivisione dei saperi di ognuno, nelle specifiche differenze che attualizzano le esperienze passate e cementate nelle nostre menti, e che danno ogni giorno i loro frutti potenziali, le possibilità di un riscatto da lacrime. Questa condivisione è composta da mini-sistemi che nascono all’occorrenza, in base alle circostanze, e che operano in maniera innovativa per far fronte alle contingenze che saltano fuori come funghi: l’umido si ramifica e fa emergere molteplici e sofisticati bisogni sociali, chi più chi meno. La verità è che ci sono tanti bisogni inevasi e tutto questo rimane lettera morta perché si cercano le risposte in sistemi lenti e ultra-burocraticizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti, non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Occorre invece un pensiero fluido, che possieda un bagaglio ben accessoriato, in cui gli attrezzi, congeniali alle singole situazioni, siano complementari e lavorino assieme, sempre. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nelle loro singole competenze, la cultura comune del coordinamento necessario. Al contrario, essere convinti di riuscire a farcela sempre da soli fidandosi del proprio istinto e battagliando alla disperata davanti alla celebrazione del denaro è roba da incapaci: questi personaggi perderanno sempre, in partenza, oppure diverranno anche loro irrimediabilmente dei mercenari, il ché è lo stesso. Il vero senso è il saper costruire insieme, confrontarsi, dibattere, scannarsi, trovare delle comunanze longeve ma pur sempre pronte a trovare quello spirito di adattamento capace di vederci chiaro. Ormai è lampante a tutti che ci hanno fatto le scarpe: i ricchi si arricchiscono sempre di più e si auto-celebrano tirando una pista di riscatto post-frastuono sul fondoschiena della prostituta. La fetta bella massiccia e grondante della società che ne resta è invece preda dell’isterismo, associato a stress pre-immaginifico per il futuro che l’attende, vivendo una rassegnazione che mi ricorda il muschio irlandese, perché sì: il muschio in Irlanda è di un verde diverso, un verde che col tempo si è tramutato in rassegnazione. Pensare al complotto è ormai cosa passata. Il complotto è bello che passato, ma anche tutto compiuto se ci si vede attorno, e ormai, di questo immane sfacelo, non si possono che raccattare solo i frutti acerbi, quelli già spolpati dagli insetti arrivisti. La gente sta male, lo si nota, lo si percepisce, si incontra il malessere sociale ad ogni passo umano che s’incontri. E non va bene: il futuro non esiste più, non è manco più rischioso, o per essere buoni "incerto". “Una transizione difficile vuol dire attraversare una strada trafficata e pericolosa, senza semafori né passaggi pedonali. Oppure attraversare un torrente impetuoso, con tante rapide e rocce scivolose, attraversarlo in un punto senza aver potuto ben valutare se sia quello più favorevole. Abbiamo paura perché prima di tutto, per passare, dobbiamo guardare bene dove siamo, e ci accorgiamo che partiamo da e con qualcosa che non è solido e che fa pensare «bene, posso staccarmi, ma se perdo anche questo dove vado?». Se sbaglio, se nell’attraversamento ci perdiamo, dove andiamo a finire? Abbiamo paura, una paura che ci rende anche difficile anticipare i processi che ci consentono il passaggio, cioè guardare dove mettere i piedi: dove le auto passano un po’ meno velocemente? Come riesco ad intrufolarmi in maniera tale da non essere investito? E ancora la paura ci fa vedere in modo confuso quel che c’è dall’altra parte. È vero che non sappiamo bene dove si può approdare, ma questo è inevitabile: ormai la nostra vita è fatta così; per tutto non sappiamo cosa ci riserva il domani: dalla nostra salute, alla nostra abitazione, alle nostre condizioni di lavoro. Ma essere consapevoli di tutto questo non toglie la paura. Si tratta allora di attrezzarsi per la transizione difficile: questo consiste nel riuscire a co-costruire un’organizzazione temporanea, che si agganci alle istituzioni esistenti, ma che sia anche differenziata e articolata diversamente, come una sorta di appendice, un elemento a parte che interagisce con le situazioni preesistenti ma che si differenzia, perché è orientata verso una progettualità integrata che le istituzioni normalmente al loro interno non riescono a realizzare: hanno barriere, vincoli, hanno paratie e compartimento stagno, che impediscono movimenti, possibilità, aperture: mantengono attaccamenti e permanenze.” (Manoukian, 2013).

martedì 21 gennaio 2014

Il Salmone sopra il letto di limone


Anime abbandonate, anime sprovvedute: che fine ha fatto la felicità?

Pare di danzare attraverso il vento, e volteggi nel suo tempo la tua melanconica rinuncia

Apri gli occhi e ti osservi in vetta; li riapri subito dopo e non ti capaciti più per quanto rocambolesco e fuorviante può apparire quel misero e illusorio ristoro

E quindi...

Bar, luci e ombre: il tintinnare di bicchieri lucenti serviti in piroetta, da ragazze formose e sorridenti che ti mostrano il conto, lo stesso conto di tutti quei sorrisi che adesso vengono solo animati dall’amarezza dell’ingollo

Destra o sinistra, avanti o indietro: l’eterno ritorno è conforme agli stati d’animo, li riflette e li adegua, li rappresenta e li mette in scena: dà loro una voce teatrale

Febbre, temperatura, rossore... Animazione: spasmi a tradimento

Il dialogo si fa interiore e non smette di parlare. Discute, crea neologismi, cerca con tutte le forze di cavarci qualcosa: le parole si illuminano prima e indietreggiano poi, sparendo nel buio nulla

La materia grigia è confusa: acquerelli di fresca gittata imbevono il riconoscibile, appannandolo

La tv è sempre spenta, le sue antenne invisibili cercano un contatto con il mondo digitale, ma non lo trovano

La strada fuori dalla finestra è illuminata dall’illuminazione pubblica: c’è scritto a chiare lettere sui tombini sparsi tra i ciottoli; sono le strade maestre, quelle civiche e collettive, che non sono più illuminate dalla stessa luce

C’è una luce diversa, verde, come la luce del mio corridoio, un trip di menti sane ritrovatesi nella convivialità del privato assoluto: intangibile, pazzo, lunatico, per forza di cose diverso da te

Le relazioni sono come le spie dei comandi che popolano l’abitacolo di una macchina: sono talmente complicate e nascoste che neanche le istruzioni o le illustrazioni adiacenti riescono a render giustizia alla tua frustrata rassegnazione

E la cucina è colore salmone: ti pare di stare dentro alla sua paffuta pancia colorata, e attendi: no, non nella balena, attendi nella pancia del salmone; ed è buono il salmone, come la pazienza del suo grasso per essere digerito (meglio arrostito sopra un letto di limone: l’acido lo aromatizza di più)

Ma tanto, perché dispiacersi? Non è tutta una finzione? Non è stato detto che la realtà non esiste? Sì, penso di sì. Per quello che risulta dall’obiettivo della mia percezione è solo un calderone di sensazioni soggettive, sparute, sparse per ogni dove e alla rinfusa, senza alcuna precisa direzione: un orgiastico fuoco d’artificio che si spegne nell’immenso mare della realtà, su quella immensa superficie che ricopre i suoi abissi imperscrutabili

Quale direzione allora prendere? “Sii spontaneo” “Dai alito ai tuoi istinti”... Si ma... Se me lo dici con l’imperativo non risulta più spontanea la cosa; come dire: non mi viene più di seguire quelle rare alitate dell’istinto che copiosamente riscontravo in fanciullezza

Anime gioiose, anime in festa: godetevi non l’attimo, per carità, ma le sensazioni che quell’attimo vi produce dentro, e mandatele a ripetizione sui vostri schermi, quelli stessi schermi dove vengono proiettati i vostri occhi interiori, perché quando saranno inondanti dalle lacrime lo scoglio dello zigomo sarà dolce, non rude, ma sensazionale: una filtro di rigenerazione che si lancia a strapiombo, e via (è solo una metafora, fermi lì)  

mercoledì 15 gennaio 2014

La musica cova la melodia di una società nuova (forse)

Cantanti diversi nello stile che dialogano in musica. Cooperazione musicale, fare collettivo, creare dei sogni di condivisione, trovare lo spunto giusto per esaudire l’essere umano che è in noi: è una tendenza attualmente dilagante nel panorama pop musicale, un timido tentativo di risveglio. La competitività ci rende miseri, soli: si sta forse avvertendo che la classica popolarità dell’individuo solitario è una condizione che alla lunga logora, logora e basta. Hanno pensato bene di chiamarsi a vicenda, telefonarsi, chattarsi, chiedere con tono amicale e sereno, chiedere come stai. Semplice: una semplice presa d’atto della fratellanza che ci unisce, nulla di più.
In queste collaborazioni stilistiche e musicali che spuntano come funghi all’uscita di un nuovo pezzo, si accoglie il responso positivo del grande pubblico, e quest’ultimo ne è piuttosto entusiasta. Sì, perché è davvero ammaliante (io mi tiro fuori) lasciarsi trasportare dalle melodie diversissime ma anche incredibilmente vicine di mondi così divergenti che dialogo, si miscelano e creano il mondo col botto: fuochi umani nella disinvoltura del sincero. Ancora sì, perché è un qualcosa che sa ben coniugare le intime sofisticatezze degli stili di ognuno in un qualcosa di veramente nuovo, di così sorprendentemente diverso.
Non c’è alcun bisogno di capirne di musica (io personalmente ascolto e basta), di stare lì a criticare ogni singola distorsione che nasce dal primo scettico contrasto di due linguaggi che, si pensa sempre erroneamente, parlano solamente al proprio specchio egoistico. Questo semplice lavoro lo lasciamo ben volentieri all’estro degli esperti in materia. È piuttosto l’idea di fondo che disappanna da ogni minimia perplessità, da dubbi fondati su una moda passeggera che passa da lì solo per beccarsi la fetta di torta che gli spetta. Quest'idea è solo un dialogo fatto di sincerità, iniziato, sembra, da una prima impressione che intravide un accostamento di generi diversi non poi tanto pensato ma buttati lì, e lanciato dallo spirito dell’entusiasmo.
Certo, queste strambe unioni fanno fare soldi a palate, e su questo, mi sa, anche qui, e mi dispiace tanto ammetterlo, non ci sono ombre attribuibili a dubbi. L’utopia di un mondo felice dove avrebbero potuto comandare il fair play, la stretta di mano, o la spallata accostata, o ancora l’empatia ma quella vera, viene soppiantata dalla cruda e amara realtà; come sempre, quando si aprono davvero gli occhi sulla melmosa realtà.
Alla fine poco importa se lo facciano a fini di lucro personale o per un vero slancio verso la concezione di un mondo più umano, più solidale, più aperto. Anche loro, alla fine, devono campare, e per campare, e poter dunque riuscire nell’intento di sopravvivere, si sa, bisogna tutti quanti sgambettarsi l’uno l’altro, senza esclusione di colpi. Tutta la vita sociale su questo pianeta è fatta così: un’inutile sterminio consumato a vicenda sulle rovine di ciò che poteva essere: un mondo che nella sua splendida complessità, è semplice. È vero, probabilmente nella musica si può nutrire ancora una speranza di redenzione. Si può ancora riconoscere in essa, e nonostante tutto, una lontana convinzione che ci parli sulla possibilità di farcela, e che, dopotutto, è ancora lungo il cammino da compiere, come sempre, e che non dobbiamo arrenderci, per nessun motivo, perché la riconosciamo benissimo quelle naturale predisposizione che possediamo tutti, ma verso la quale facciamo spesso finta di nulla, per narcisismo, per pigrizia, e cioè: decifrare l’elegante codice che c’è dietro la sua audace bizzarria, dietro quella enigmatica soluzione che non riusciamo a chiamare diversamente se non vita.
Lo sappiamo, ne sono sicuro, lo sento. Ma dobbiamo prendere atto che siamo ancora lontani dal saperlo ben coccolare, da saperlo ben custodire quel codice, quella cosa che ci pare irrimediabilmente lontana, ma che nella luce soffusa della sera riusciamo a scorgere... Sì, proprio lì: nel luccichio che si crea in un nostro sguardo di reciproca intesa.
Può essere una grande rilevazione questa, e cioè che cantanti o gruppi musicali comincino a scrivere album insieme, e tutto questo, agli inizi, non può che essere un tentativo laboriosamente sperimentale. Se davvero la musica tutta è tanto importante, in qualsiasi forma essa invada e conquisti i regni dell’acustica umana, ed è cruciale a tal punto da affermare che senza di essa la vita sarebbe completamente sbagliata, allora si potrebbe fare un pensiero benigno; perché no?
Certo, poi ti viene sicuramente da pensare che sarà partito tutto per una trovata di tipo commerciale, come succede spesso nei festival di cantanti famosissimi, che non sono altro che uno sposalizio vantaggioso per tutti in termini di brand personale e d’immagine. E quindi capita di ascoltare cantanti della musica popolare che si affiancano, nelle voci, a questo linguaggio più rude, violento, proveniente dal ghetto incatenato per strada, ai Rapper per intenderci.
Ma nonostante queste negative considerazioni, sembra proprio di ascoltare la voce di un popolo unito che, finalmente, e per una volta, sembra voler riconoscere le diversità di ognuno, le proprie peculiari libertà espressive. Il collettivo, quindi, non reprime le singole individualità ma le esalta, mettendo ancor di più in un contrasto inaspettato le loro specifiche pecche e ricchezze: tutto assieme. L’idea di competitività si arresta giusto il tempo della melodia e poi, forse, va a conquistarsi un proprio status invidiabile: il frutto di una collaborazione tanto sperata e che è riuscita magnificamente nel suo intento.
Insieme è meglio, insieme è divertente, insieme conviene di più a tutti: più tutti vivono la loro musica senza nessun censura sulla propria espressività singolare e più le cose girano meglio, più la melodia acquisisce dei tratti così sofisticati che non pensava di avere prima, proprio perché è tramite l’incontro col diverso che lo specchio si infrange e cominciamo finalmente a vedere meglio noi stessi.
Però sarebbe davvero bello, lo so, un’utopia forse, e quindi dobbiamo accontentarci dell’attimo di consapevolezza e basta, quell’attimo in cui almeno si ha la possibilità di fantasticare, e di trovare connessioni utili per il nostro animo affamato di bellezza, assettato di un mondo che ha le sue chiavi per entrare nelle porte del cambiamento e non le sfrutta, facendo finta di non sapere dove le ha dimenticate...
E quindi quell’attimo inebriato, poco prima del freddo disincanto, lo colgo in queste parole, le parole di uno scrittore che mi fa davvero tenerezza, trattasi del buon vecchio Boll che, passeggiando per la verde Irlanda, ci racconta uno dei suoi mille incantevoli quadri: "Le palline ruzzolano ancora contro la pietra dei gradini, gocciole bianche di gelato cadono nel vicolo, si posano un attimo sul fango come stelle, un attimo soltanto, prima che la loro innocenza si distrugga nel fango." Ecco, vorrei sapere che gusto ha quell’attimo, quell’attimo precario in cui quelle gocciole di gelato disegnano delicatamente stelle posandosi sul fango...

P.S. La musica pop e/o commerciale non mi piace poi tanto, anzi direi che non mi piace affatto. Piuttosto, sono le occasioni di ascolto del diverso, di un qualcosa che per te non è per nulla familiare che ti portano, bizzarramente, a fantasticare su cose a cui non avevi mai pensato prima.