martedì 15 ottobre 2013

Un Paese con le ginocchiere

Ancora alcune riflessioni del mio caro amico Federico; a lui la parola...

“L’analfabetismo funzionale designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente e compiuto le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella vita quotidiana, ma anche l’incapacità di esprimere adeguatamente sentimenti, emozioni, stati d’animo o sofferenza in maniera propria”, da ciò risulta che “gli adulti funzionalmente analfabeti non sono capaci di operare efficacemente nella società moderna” e “non possono svolgere adeguatamente compiti che vengono loro assegnati perché non in grado di comprenderne sempre il senso e la finalità”(p.57)
In Italia, “le statistiche ci dicono che il 5% della popolazione compresa fra i 14 e i 65 anni non è in grado di distinguere una lettera dall’altra, un numero da un altro; il 38% riesce a malapena a leggere singole scritte o cifre e non è in grado di leggere una frase composta da più parole e comprenderne il significato. Per Il 33% (della pop. adulta) un testo che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è ben oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile” (p.59)
“Queste tre categorie, sommate tra loro, rappresentano il 76% della popolazione adulta italiana. Se negli Stati Uniti si calcola che il 45% degli abitanti sia costituito da analfabeti funzionali, in Italia il loro numero supera i tre quarti della popolazione adulta” (p.58)
Basterebbero queste poche righe estratte dal saggio di Elio Cadelo e Luciano Pellicani (Contro la Modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia, Rubbettino, 2013, pp.172, euro 12) per capire la vacuità degli appelli alla crescita economica che ogni giorno sentiamo pronunciare dalle colonne dei principali quotidiani, dai banchi del Parlamento, dalle iperuraniche sedi delle istituzioni europee.
Basterebbe portarsi dietro questi pochi appunti, scarabocchiati alla buona in un quaderno, per sconfessare i soloni nei summit internazionali e comprendere le cause di un declino che ci ostiniamo a descrivere come peste o epidemia portata da qualche batterio straniero; rimosso il quale – magari attraverso l’antidoto “riforme strutturali” cioè più mercato, più concorrenza, più meritocrazia – ci incammineremmo di nuovo nella via luminosa del benessere


QUALE ECONOMIA DELLA CONOSCENZA?

“Economia della conoscenza, knowledge economy”. E’ il paradigma che si è imposto nelle società avanzate dopo i mutamenti tecnologici ed istituzionali intervenuti alla fine dello scorso secolo: rivoluzione telematica e globalizzazione dei mercati. Le parole magiche dell’economia della conoscenza sono: Innovazione, sostenibilità, coesione sociale. Le tre colonne portanti sulle quali si vuole costruire l’Unione Europea del 2020. L’unica via per generare ricchezza e benessere in un mondo post industriale, di servizi avanzati.
In questo contesto, l’istruzione assume un ruolo cruciale. “Education, education, education” fu il motto del New Labour di Anthony Giddens e Tony Blair negli anni ‘90, reiterato poi da quasi tutti i leader europei occidentali. Bisogna peraltro fare un po’ di chiarezza sui fini dell’istruzione. A cosa serve l’istruzione? serve a dotare gli individui di “competenze” pratiche o per formare cittadini? I sistemi scolastici devono educare per il profitto o per la democrazia?
Per i neoliberisti, gli investimenti pubblici in istruzione sono strumentali alla crescita economica, alla massimizzazione del Prodotto Interno Lordo (PIL). Essi privilegiano l’istruzione funzionale alle logiche del mercato, mentre considerano sprecate le risorse impiegate per sostenere, ad esempio, la ricerca nelle materie umanistiche. Per chi segue il “capability approach” di studiosi sociali come Amartya Sen e Martha Nussbaum , invece, l’istruzione non deve seguire solo una logica strumentale alla produzione di merci, ma deve contribuire a sviluppare le capacità dell’individuo in maniera più ampia possibile. Competenze tecniche da spendere sul mercato del lavoro, certo, ma anche capacità critiche, empatia per le problematiche sociali e ambientali, partecipazione attiva al dibattito politico (v. Sen, 2010, Nussbaum, 2011).
Quando atterriamo sul pianeta Italia, però, ci accorgiamo dell’irrilevanza di questa contrapposizione. Da noi una “visione” dell’Istruzione non c’è, semplicemente. Si leggano questi dati. Nel 2010, in quella che è ancora la settimana economia del mondo, il 18,8% degli alunni (circa 700mila ragazzi) ha abbandonato gli studi, contro l’11,6% della Francia e il 10,5% Germania e il 14,1% della media europea (Istat,2011). Dovrebbe allarmare più questo spread che quello virtuale del mercato del debito pubblico. Ancora. Il numero di ore giornaliere e annuali passate a scuola dagli studenti italiani sono di gran lunga minori rispetto a quelle di altri Paesi. Cadelo e Pellicani (p.60) specificano che sono le stesse famiglie, in molti casi, a determinare l’abbandono scolastico: si preferisce che questi si dedichino a lavorare nell’azienda di famiglia o che imparino il mestiere del padre o del parente. Questa predilezione italiana per la veduta corta, per il guadagno immediato, privato ma di corto respiro, costa al paese intero 70 miliardi l’anno (Checchi, 2013). Cioè quanto gli interessi finanziari che ogni anno dobbiamo ai rentier che detengono il nostro debito pubblico.
A quarantacinque anni dalla pubblicazione di Lettera ad una professoressa di Don Lorenzo Milani, il problema dell’abbandono scolastico, più attuale che mai, sembra essere scomparso dall’agenda politica. Come si fa a discutere di Crescita economica senza affrontare seriamente questo tema? Come si fa a parlare di Crescita quando abbiamo poco più della metà di persone, tra i 25 e i 64 anni, che è in possesso di un diploma di scuola media secondaria, mentre la media Ocse è del 73%, ed in Germania è dell’85%?


LA FAVOLA DEL “TUTTI DOTTORI”

Tocchiamo l’argomento laurea. La percezione diffusa nell’opinione pubblica è che i laureati siano troppi nel nostro paese: molti, compresa l’ex ministra Fornero, non si sono affatto allarmati della caduta verticale delle immatricolazioni che si è verificata in questi anni (58.000 studenti in meno, anni 2007-2011). Anzi: l’hanno preso come un segnale positivo; la laurea è semplicemente uno “status symbol”, una tipica ossessione piccolo borghese. Meglio che i giovani si dedichino immediatamente a mestieri cosiddetti pratici (“i nostri giovani non vogliono più fare certi mestieri” è il mantra che viene ripetuto da più parti), e non perdano tempo sui libri. A questo punto, dispiace deludere chi è convinto che in Italia siano “tutti dottori”, ricordando i dati Ocse. “In Italia solo il 19,8% dei giovani è laureato; queste percentuali ci consegnano al terz’ultimo posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea, peggio di noi sono solo Malta ed Estonia. In Germania i giovani laureati sono il 27% del totale, in Francia il 43% e in Gran Bretagna il 45%. Si aggiunga che nel 19,8% dei laureati italiani vanno in ogni caso considerate le lauree brevi e le lauree rilasciate dalle università telematiche” (p.62)


LA DISOCCUPAZIONE DEI PIU’ ISTRUITI

Cadelo e Pellicani spiegano gli allarmanti dati Ministero per l’Istruzione e la Ricerca (Miur) sul basso tasso numero di laureati e sul preoccupante numero di abbandoni nelle facoltà scientifiche (20% degli immatricolati) con le scarse prospettive di lavoro qualificato offerte dal mercato.
In effetti, secondo l’associazione Almalaurea (si vedano i Rapporti 2012 e 2013), lo stipendio medio dei laureati in Ingegneria, Fisica, Matematica, Statistica, a dieci anni dal conseguimento del titolo è di 1600 euro, di gran lunga inferiore a quello dei loro omologhi stranieri. E l’indagine Excelsior 2012 sulle previsioni di assunzioni delle aziende private italiane mette in luce che, su 407mila assunzioni previste, il 14,5% riguarderà i laureati e il 32,3% lavoratori senza alcuna formazione specifica (p.75).
Citare dati di questo tipo in maniera estemporanea crea solo irritazione, indignazione e scoramento nel lettore; tocca invece fornire un’immagine più dettagliata del problema in questione, comprendere cioè le ragioni strutturali della disoccupazione del capitale umano più qualificato. Bisogna sciogliere un apparente paradosso: com’è possibile che le imprese italiane richiedano così pochi laureati, nonostante la loro bassa incidenza nella popolazione attiva? Non dovrebbero fare a gara per aggiudicarseli, data la loro “scarsità relativa”?
Per formulare una risposta corretta, la prima variabile da considerare è la dimensione delle imprese. In Italia, operano 4,5 milioni di imprese (Istat, Archivio Statistico Imprese Attive, 2009). Il 95% di queste (4.250.000) sono classificate come microimprese: hanno meno di 10 addetti. Salendo nelle classi di addetti, il numero di imprese si restringe: le imprese con più di 250 dipendenti – le grandi imprese - sono solamente 3.630. Da notare che il peso delle grandi imprese è sceso moltissimo negli ultimi venti anni (cfr. Coltorti, 2013), da quando, negli anni ’90, è iniziata la ritirata dello Stato imprenditore dall’economia del paese. Partiamo quindi svantaggiati nei confronti di competitor come Germania e Francia, che invece hanno un buon numero di colossi multinazionali in grado di assorbire la manodopera più qualificata. In più, l’85% delle imprese italiane è a conduzione familiare, e nel 66% dei casi il management è diretta emanazione della proprietà familiare, non di una selezione meritocratica (v. Bankitalia, 2009). L’Eurostat (citato in Almalaurea 2013) ci informa che quasi il 40% dei manager italiani ha completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 paesi e il 7% della Germania.
Seconda variabile da tenere in mente è la specializzazione produttiva della nostra economia: i beni che produciamo. Il peso più grande, in termini di valore aggiunto, ce l’hanno 4 settori: 1) Metallurgia e prodotti in metallo; 2) Macchine e apparecchi meccanici; 3) Alimentari e bevande: 4) Tessile, abbigliamento, cuoio e calzature. Come argomentato in un interessante Report della Banca d’Italia del 2009, sono tutti settori caratterizzati da bassa innovazione: di processo e di prodotto, di organizzazione, di marketing. Una spia di quanto appena affermato sta nei livelli infimi di spesa in R&S sostenuti dal settore privato italiano (meno dell’1% del PIL), oltre che nel numero di brevetti depositati per milione di abitanti, inferiore di circa venti punti rispetto alla media europea (vedi Rapporto Istat 2011). Il punto da evidenziare è che l’attività di innovazione è più diffusa in comparti nei quali l’Italia non investe più da decenni: la farmaceutica e la chimica, la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, le macchine per ufficio e i mezzi di trasporto. Comparti nei quali l’Italia aveva dei primati che si è lasciata sfuggire colpevolmente negli anni, a causa di sciagurate decisioni del mondo politico ed industriale (cfr. Gallino, 2003). Anche nella pubblica amministrazione, ad onta delle continue lamentele sul livello insostenibile della spesa pubblica italiana, la domanda di laureati è in diminuzione costante da almeno un decennio. Dal 2001 al 2011 il numero di occupati in tutto il settore pubblico è sceso di 38mila unità, a causa di tagli e blocchi nel turnover. Tra i molteplici effetti negativi di queste politiche, c’è n’è uno macroscopico, che riguarda il mondo della scuola. Solo l’1,1% del corpo docente è al di sotto dei 30 anni, mentre il 55% ha un’età al di sopra dei 50 anni, percentuale che in Europa è del 32,4% (Cadelo e Pellicani, p. 61).


CONCLUSIONI

Negli anni duemila l’Italia ha creato occupazione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi a più bassa produttività media, nei quali i laureati non sono richiesti o, quando trovano uno posto, sono utilizzati prevalentemente con contratti di lavoro a tempo determinato (Istat, 2013). Uno spreco straordinario. Questo perché si è rinunciato a fare politica industriale, lasciandosi scappare i settori più innovativi e a rilanciare il settore pubblico con piani straordinari riguardanti la scuola e la sanità. Si è lasciato alla mano invisibile del mercato l’allocazione delle risorse. Ciò ha coinciso con un periodo di grave stagnazione dei redditi e di straordinaria crescita delle disuguaglianze di reddito e patrimonio. Bisogna cambiare strada. Prima che sia troppo tardi. L’alternativa è che l’Italia, come spiegato da Giulio Sapelli in un suo bell’articolo recente (7/10/2013, Il Sussidiario.net), torni la nazione agricolo-commerciale che era agli inizi del Novecento. Bel giardino in cui verranno ad abitare i ricchi d’Europa e del Mondo, a cui non ci resterà altro che fare da camerieri.


federico.stoppa@tiscali.it

lunedì 14 ottobre 2013

Bruxelles Amarcord (capitolo 3)

Dopo diverse traversie, ero riuscito finalmente a trovare una collocazione in terra straniera: strano ma vero. Era stata una conquista ardua, sudata, percorsa da km che disegnavano, di traiettorie solo mie, l’intera città sconosciuta, ma eccola lì: una casa-bomboniera che scintillava di candido pulito. Strano. Sì perché la maggior parte delle abitazioni a Bruxelles, riservate ai forestieri precari, non si presentano poi così tanto bene; eh no: ti deve andare proprio di lusso. E vi ho detto tutto. Ed ecco che tra quei rarissimi casi di fortuna, di cui ne vai tremendamente fiero a fronte di altri sprovveduti come te in cerca disperata, rientrò statisticamente anche il mio: un’autentica botta di culo inaspettata. Una casa non tanto grande ma graziosa, curata sin nei minimi dettagli, con un soggiorno da urlo e un piano di cottura in cucina da far invidia alle innumerevoli trasmissioni televisive che sfoggiano tanta arte culinaria al fuoco quanto pietanze stranissime tali da spiazzare completamente le tue gelose e minute conquiste in cucina lontane dalla mamma; ma questo è un altro discorso. Dicevo dell’appartamento; uno di quelli che rientra solo lontanamente nella casistica degli appartamenti fuori-sede, una sede lontana da sogno. Almeno era quello che si percepiva stando nel nido privato di raccoglimento, di ristoro, di rientro dal tram tram della giungla cittadina, eh sì, perché là fuori era tutto completamente e diametralmente diverso. Devo dire, però, che il quartiere immediatamente limitrofe, tutto sommato, non era poi tanto male: ricordava i tanti sobborghi carini e residenziali, di quelli accessoriati di un pizzico di storia alle spalle, e ti rendevi immediatamente conto di toccare con mano un sentore fiammingo che si affacciava alla vicina tulipana Olanda. Quello che avvertivi dopo, immediatamente attraversato l’uscio di quel quartiere quasi asettico-temporale, non aveva nulla a che fare con la strada di casa mia, forse con la città intera, ma che dico, probabilmente con l’intero continente europeo preso per le sue generalità... E mi chiederete giustamente il perché, e io allora ve lo spiego con spassionato riscontro. Eh sì, perché quello che lambiva il mio appartamento, aldilà della zona d’area immediatamente successiva, non c’entrava davvero nulla con tutto ciò che osservavo con gli occhi annaspati ogni volta che mettevo piede fuori casa, a quelle orrende e tremendamente fredde ore del mattino, quando un sole che non c’era mai manco si era svegliato, e quando lo faceva, così, a stento, si comportava esattamente come un capriccioso dittatore dispotico, che impartiva ordini per ogni dove a lastre di nuvole capricciose e grigie, dispensando, a più riprese, la sua umida, lontana, fredda autorità (del sole dispotico). E quindi dopo qualche passo ti ritrovavi immerso in un altro mondo, letteralmente, fatto di strade colonizzate da una cultura che percepivi da subito lontano dalla tua, e le cui etichette dispensavano ad ogni occasione scritture corsive e ricamate; anche i negozi esponevano insegne di quel tipo, avvertendoti che lì, sì, proprio su quella terra che stavi calpestando distrattamente, la tua di cultura (qualsiasi essa fosse stata) proprio non era riconosciuta in quel contesto fuori da quello specifico mondo, o quasi. Sinceramente non ho mai pensato che ci fosse una specie di netto rifiuto da parte della gente che popolava quei luoghi, una sorta di status auto-conclamato che li differenziava marcatamente dagli altri; no, nulla di tutto questo. Piuttosto era una sorta di auto-percepita esclusività, tipica di quei sistemi che vogliono gelosamente custodire le loro tradizioni e non ne vogliono proprio sapere, proprio perché non vogliono barattare le loro regole o tradizioni o cerimonie per nessun’altra cosa al mondo. E quindi dopo tutte queste osservazioni da novello sociologo immerso in un contesto sconosciuto capii di essere di fronte ad una terra altra, che determinata gente del posto, diversa da quella appena descritta, etichettava come “Arabia Saudita”. Ebbene sì, vivevo alle porte di parte dell’Islam: non suonavi neppure il campanello e c’eri dentro, imbevuto, e accolto fino al midollo. E fino a qui nessunissimo problema, direi. Fino a quando però seppi che la stazione della metropolitana più vicina (la famosa Bekkant, e chi se la scorda... Che razza di nome è Bekkant??), che ogni giorno attraversavo per prendere il mio solito quotidiano treno sporchissimo che mi conduceva a lavoro, era stata, nel recente passato (la zona prossima a quella stazione), teatro dei delitti più efferati: omicidi, stupri, sparatorie, spaccio di quello pesante di roba altrettanto pesante, e così via... Insomma: un posto che era meglio evitare o, alla peggio, da frequentare con due occhi grandi così. Ed io con la mia aria da flaneur, da naif sprovveduto e ignaro, osservavo e a volte addirittura sorridevo con compiacenza a tutta quella popolazione così diversa (perché i visi e i volti erano davvero così diversi), che non aveva nulla da spartire con tutti gli altri visi e volti sparsi e formicolanti per tutta la città (e sia bene inteso, non erano solo arabi quelli che mi circondavano, ce n’era per tutti). E quindi un bel giorno conobbi un mio nuovo collega appena sopraggiunto in terra bruxellese e, poverino, in cerca anche lui disperata di una sistemazione all’arrembaggio, mi chiese per favore ospitalità nel frattempo, in attesa di tempi migliori. Ovviamente lo ospitai, anche perché un qualcosa mi diceva che saremmo diventanti tanto complici di quelle miriadi di avventure che ci aspettavano anzitempo, e su questo, non mi sbagliavo affatto. Infatti capitò che in quei giorni, di gradevole e tranquillissima ospitalità, gli feci visitare il mio quartiere e, anche lui, un po’ spaesato nella mia stessa misura, condivideva con me le bizzarrie proteiformi che avevamo di fronte: questi scorci di città spaccata diversissimi l’uno dall’altro, una città tipicamente postmoderna che, come un puzzle senza senso, mette insieme i più disparati linguaggi e paesaggi senza nessun apparente nesso logico. E allora una sera, in questo teatrino delle meraviglie, ci imbattemmo in un bar veramente losco all’apparenza, di quelli che proprio non gli dai due soldi visto dall’esterno, una catapecchia che si regge in piedi su quei muri smerdati di piccione. E arrivò quel fatidico momento in cui ci si guarda incuriositi e sorridenti e, tra quei nostri sguardi reciproci, cominciò a saettare, insinuandosi, un “ci proviamo?”, e ci provammo. Per una birra, poi, di quella genuinamente belga, nessuno è morto mai... Il posto non era affatto male, più per la tipologia di persone che lo popolavano che per il resto. Era uno di quei bar in stile familiare, gestito da gente davvero paciona e tranquilla dove potevi rilassarti per veramente stare in assoluta comunione col mondo, e bere. Non potevamo desiderare altro: una serata rilassata all’insegna del folklore più intimo e inaspettato, incuneato negli interstizi di quella pittoresca città. E tutti cantavano, chiacchieravano animatamente; famiglie con carovane di bambini che vivevano le loro sacre ore del riposo all’insegna dell’anelata e sempre presente per tutti noi comuni mortali sorella birra. E noi uniti nel cerimoniale più melodioso, circondati da una lingua francese veramente strascicata, e davvero lontanamente elegante, ma animata dalla generosità rincuorante da fuocherello accesso in un bosco di quelle formose persone (sì la barista, identifichiamola così, anche se affaccendata in tutt’altre faccende, era formosa e bella in carne e costantemente sorridente = tanto alcol inalato e non solo), dicevo di queste persone che ti inglobavano nel loro mondo, e chi davvero, chi se lo aspettava. E dopo svariate bevute che consistevano in quelle prelibatezze belghe dorate ne uscimmo intrisi di tutto: di festa, di candore nostalgico dei bei tempi andati (ma che lì stranamente erano ancora presenti) e una luna, sorprendentemente una luna che, finalmente fattasi spazio sgomitando tra quei soldati di nuvole instancabili e umide nella loro tristezza piovosa costante, ci ammiccava da lontano (sempre quel miraggio di luna) e ci sorrideva sghemba, luminosa, tra i cerchi fumosi di un caldo alcolico che era finalmente e propriamente interiore.

domenica 13 ottobre 2013

Non tutte le stelle sono pulsanti (Fine)

(… segue da parte #3)

Studiò la busta, la annusò e non sapeva minimamente il perché; poi, con molta delicatezza, estrasse un foglio che pareva crittografato e che recitava così:

“...un'ansia, una giovanile ansia eccitata e in fondo dolorosa,
una dolorosa insostenibile tensione d'impazienza.”

Italo Calvino


Caro Italo,
Ho immaginato questo momento nascosto da sempre, pieno di un fragore intento a spingere cocciuto e a spuntare alla fin fine trionfale, indomito: un silenzio traboccante di emozioni durato fin troppo tempo, e che arrivato ad un certo punto non ne poteva più di resistermi. Devo dirti, che si è trattato di un tempo di lunghissime attese, alimentato da estenuanti blocchi mentali perseveranti che, pur non costringendosi rassegnati in gabbie di amori falliti, galoppavano in fuga per ogni dove, facendo pulsare sempre te, con loro, ovunque cercassero di andare... È stato un tempo che ha trasportato con sé il pesante rammarico per la nostra rottura prematura, le pause inspiegabili d’indifferenza che creavano una voragine risucchiante di non-risposte e, con esse, una mistura inebriante concepita appositamente per i disillusi d’amore... Un tempo che, nonostante il brulicare di vita trascorsa, ha riempito ogni volta le crepe sfilacciate del contatto che è venuto meno tra di noi, per mezzo di uno spazio ciclico e a me sempre familiare. Quello spazio, quell’occasione persistente, consisteva nelle consuete e immancabili vacanze estive che mi conducevano da te, senza che tu lo sapessi, senza che tu potessi in qualche modo riconoscermi ancora, dopo quella prima volta in cui quell’incontro così naturale ci immortalò per sempre insieme, con quel mio viso che ora è certamente cambiato, ma che ha ritrovato nei miei occhi consapevoli lo stupore sorprendente che ebbe la prima volta nell’osservarti. Non riesco a decifrare esattamente la portata di quello che la mia mano ora fremente scrive, probabilmente anche tu starai leggendo disorientato, spiazzato, incredulo, senza una presunta connessione logica; ma dovevo pur tentare un modo per raggiungerti nuovamente, perché fin troppe volte le mie non-decisioni si sono tramutate in decisioni altre, dove tutto si vanificava e basta, come un noncurante e rassegnato buco nell’acqua che si dipana concentrico e inesorabile in quel solo fisso punto d’impaziente inutile attesa... Ho viaggiato tanto, ho vissuto e conosciuto innumerevoli sensazioni: la mia vita si è sviluppata su percorsi erranti e affascinanti, sempre vividi, spesso increduli negli inciampi di sofferenze costantemente all’uscio delle mie porte... Eh sì, le sofferenze... Come quelle che mi investirono quando ebbi notizia del tuo sventurato incidente, sferzata malefica al mio cuore lontano e impotente, che nulla poteva nell’asfissiante lontananza, se non credere incessantemente in un minuto barlume di ricordo rimasto in te, e aggrappato tenace alle pareti innamorate delle tua cognizione per me. Vorrei tanto che quella tua perduta memoria di me riaffiorasse, languida brezza che mi ristora e che mi riporta finalmente a riabbracciarti felice. Vorrei tanto accarezzarti le mani, stringerti nuovamente a me, raccontarti a cuore aperto di come, a seguito della nostra parentesi insieme, la mia vita si sia avviluppata in storie senza senso... Mi piacerebbe ricordare con te il presente, quello che anche ora si sta materializzando sotto i nostri occhi; quello che nonostante tutto ritorna sempre sincero e più necessario di prima, in un ansante battibecco amoroso che assomiglia tanto al pulsare di due stelle che si distinguono nel nostro pezzo di cielo che è lì e ci è sempre spettato, e che ancora spero ci spetterà, accovacciati e stesi su quelle spiagge che si stendono lontane tessendo i fili della nostra storia che ricomincia, sì, ricomincia proprio da qui... perché non tutte le stelle riuscirai a vedere pulsare, e solo quelle che lo faranno per te custodiranno un intimo, luminoso ed intermittente segreto che ti cambierà per sempre la vita, perché così arditamente saranno riuscite a conquistarti toccando il pulsante giusto che, senza spiegazioni, ti renderà semplicemente quello che sei... Ricordi quella prima volta che ci conoscemmo per sbaglio, quando aspettando Alfredo giù per il cortile schiamazzasti urlando senza ricevere risposta, e allora ti precipitasti nel premere il pulsante del campanello errato che avrebbe interpellato anche me, in quella serata a dir poco indimenticabile, colma di risate e scandita dai battiti di un amore che appena cominciava... Vorrei che quell’errore-quanto-mai-azzeccato-di-pulsante ricapitasse ora, in questi giorni, inconsapevole come quella prima volta, perché come ogni anno sempre sarò qui, e sempre nei paraggi della tua memoria tramortita mi presenterò, affinché questa si desti finalmente risollevata dopo un tumulto di vuoto e di nulla e sia accolta così, con la stessa naturalezza di chi serve una carezza al chiarore di luna.

Viola, tua sempre


Una lacrima scese giù e bagnò un ricordo che forse cercava, con tutti gli sforzi del caso, di riemergere dagli abissi di un mare in burrasca. Il vento si infittì, e le ripetute raffiche sferzanti che ne derivarono accompagnavano rimbombanti quelle parole che ancora vorticavano nella sua mente in subbuglio. Si alzò; cercò di riordinare le idee. Sospinto da bagliori precari di lucidità, si convinse della falsa arbitrarietà della sua vita, di quanto non tutto potesse dipendere solo dalla pura convinzione soggettiva impregnata nelle cose. Doveva allora considerare anche le occasioni che non mostravano alcun apparente collegamento col sé, che erano trasportate dal vento, o abbandonate giù dalla pioggia o magari semplicemente scritte, in maniera inequivocabile, su un immane spazio bianco di una lettera. Come quasi colto da un guizzo di memoria, gli balenarono in mente alcune parole che, anni addietro, aveva dedicato ad una ragazza tanto amata, ma che ora rimaneva solo appannaggio di remote reminiscenze ancora un po’ annebbiate. Così, di faccia al mare, quasi intorpidito, si rivolse agli scogli in dirupo:
– “...il mare, con quel suo movimento semantico che è solo il mare, ti viene incontro e ti seduce, si alza maestoso e si scaraventa a capofitto sulle rocce increspate, debellando d’improvviso nel suo baluginare il noioso ritmo che esclude il pensiero. E quindi Lui ti sussurra segretamente all’orecchio, con la sua schiumosa e effervescente presenza ti riconduce alla naturalezza, quel sano sentore pacifico che riassetta tutti i tuoi sensi per ricondurli al vicino primordiale.”
Casa di Alfredo, dopotutto, non era poi così distante; giusto a pochi minuti da lì... (Fine)

venerdì 11 ottobre 2013

Della non Rassegnazione

Riporto, di seguito, un prezioso contributo di un amico, con cui tempo fa scambiammo intense e disparate visioni sul mondo – in quella breve contingenza che ci permise la conoscenza reciproca (per di più in terra straniera). Mi rende onorato continuare qui, in questa sede, quelle che erano le nostre lunghe e interessanti chiacchierate, seppur in modo completamente diverso.
Ve lo presento:
lui è Federico, laureato in scienze economiche e finanziarie, e oggi vorrebbe parlarci di...

LORENZO MILANI, ADRIANO OLIVETTI, ENRICO MATTEI

Chi vuole parlare in modo credibile di sviluppo economico e civile del nostro paese deve rompersi il capo sul modo di affrontare i seguenti problemi: l’abbandono scolastico e la disoccupazione del capitale umano più qualificato. Sono queste le questioni cruciali da cui dipende la sopravvivenza del Paese. Vanno affrontate in modo radicale, recuperando alcune esperienze del nostro passato più luminoso. Propongo tre figure: Don Lorenzo Milani, Enrico Mattei, Adriano Olivetti. Don Milani, come pedagogo. Enrico Mattei, come manager pubblico di formazione tecnoscientifica e non finanziaria, attento quindi più ai risultati di lungo periodo che agli sbalzi giornalieri dei titoli in borsa. Adriano Olivetti, infine, come modello di imprenditore innovativo e solidale e cerniera tra la cultura scientifica e umanistica. Tutti e tre sono in grado di illuminare come pochi altri il tempo in cui viviamo.
Nell’Italia rurale degli anni ’50 in cui viveva Don Milani, la maggior parte delle persone era analfabeta. Allora come oggi, si considerava l’istruzione una perdita di tempo. Certo, negli anni ’50 si pativa la fame: era quasi obbligatorio mandare i propri figli a lavorare presto. Ma questa forma mentis mercantile, che privilegia il guadagno immediato, sicuro, senza particolare sforzo, piuttosto che il faticoso e lento apprendimento che produrrà i suoi frutti solo in futuro pervade anche la nostra società. Ovviamente, questo atteggiamento favorisce le classi più ricche, che possono permettersi di mandare i propri figli ad istruirsi nei migliori istituti e perpetuare così le disuguaglianze. I dati Ocse (riportati in Draghi, 2010) certificano che l’Italia è uno dei paesi a più bassa mobilità sociale intergenerazionale: le prospettiva di carriera e i redditi dei figli dipendono sempre meno dalle capacità ed impegno personale e sempre di più dalla situazione familiare di partenza. Don Milani non si arrese però ad una scuola classista: la sua pedagogia era centrata non sul livellamento verso il basso degli studenti più bravi, ma nella promozione in alto di quelli che, per motivi legati allo scarso interesse e alle condizioni economiche, faticavano ad apprendere. Suo obbiettivo era riaccendere la passione dello studente attraverso la partecipazione attiva ai dibattiti, attraverso la formazione di uno spirito critico, e all’ascolto alle ragioni degli altri. La Scuola di Barbiana fondata da questo prete toscano divenne così famosa a livello internazionale: dobbiamo recuperare quel modello, liberato dalle incrostazioni del peggior ‘68, se vogliamo sconfiggere la peste dell’abbandono scolastico.
Abbiamo bisogno di una classe di manager formati dagli istituti tecnici e scientifici, non dalle business school americane. Manager che non obbediscano alla stupida teoria dello shareholder value, per i quali l’obiettivo non sia la crescita di breve termine del valore delle azioni dell’impresa nei mercati finanziari; ma la formazione di valore aggiunto che vada ad arricchire l’intero Paese. L’Italia aveva una grande classe di manager, operanti nella Grande IRI e nelle banche di interesse nazionale, che l’hanno trasformata in pochi anni da paese agricolo di serie B in seconda potenza industriale d’Europa: Alberto Beneduce, Donato Menichella, Raffaele Mattioli, Oscar Sinigaglia, Enrico Mattei. E’ soprattutto alla lezione di quest’ultimo che dobbiamo guardare. Mattei si oppose alla svendita dell’Agip agli americani, già programmata dal governo De Gasperi; costituì l’Eni e dotò l’Italia di una politica energetica indipendente che diede vita al Miracolo Economico. Negoziò nuovi accordi più favorevoli ai paesi produttori per l’importazione di petrolio, appoggiando anche le loro lotte d’indipendenza contro il colonialismo; si scontrò con le Sette Sorelle americane. Soprattutto: dimostrò come un’economia sana e competitiva abbia bisogno di grandi aziende pubbliche nei settori strategici. Aziende gestite con l’occhio rivolto al benessere sociale e non colluse con i partiti.  Aziende pensate come Communities (modello tedesco), non come Commodities (modello americano). Dobbiamo pensare ad un ritorno, in forme nuove, degli investimenti pubblici nell’economia. Le scellerate politiche di privatizzazione degli anni ’90 hanno portato alla distruzione di autentici gioielli industriali (vedi Telecom), con migliaia di posti di lavoro qualificato in fumo e con l’arricchimento indebito di pochi grandi imprenditori.
Concludo con l’ingegner Adriano Olivetti; le cui parole sono sempre capaci di accendere un fuoco in chi li legge. Amo questa figura perché è riuscito ad avvicinare mondi che oggi ci appaiono assolutamente distanti ed inconciliabili. Il mondo delle lettere e dell’arte con quello dell’economia, della tecnologia, della fabbrica. La qualità del prodotto con l’attenzione meticolosa alle esigenze del lavoratore, non solo in fatto di salario, ma anche di servizi di welfare, di spazio in cui lavorare, di sviluppo civile della propria persona. Un personaggio del genere fece scandalo negli anni Cinquanta. Figuriamoci oggi. Come allora, sarebbe detestato dal gruppo di imprenditori che gravitano attorno all’orbita di Confindustria. Perché per Olivetti la competitività andava perseguita con l’innovazione dei prodotti, con il reinvestimento degli utili in ricerca e sviluppo, non con gli aiuti pubblici, la repressione sindacale e salariale Fiat style. Ma sarebbe trattato con diffidenza, come allora, anche dalla paleolitica classe di sindacalisti e politici che continuano a rappresentare l’imprenditore (e non lo speculatore, che è cosa bene diversa: si veda Schumpeter, 1912) come un parassita, il cui unico scopo è quello di succhiare soldi e sangue ai lavoratori. Negli anni Sessanta il Pci considerava Olivetti “paternalista”, perché con le sue scelte “progressiste” avrebbe tentato di comprarsi il consenso della classe operaia. Classe operaia che, come recitano i Sacri testi, dovrebbe perpetuare ininterrottamente la lotta di classe contro i “padroni”.
Olivetti apparteneva al filone del cristianesimo sociale. Leggeva (e pubblicava)  il T.S. Eliot dei Four Quartets e dell’Idea di una società cristiana, l’operaia mistica Simone Weil, il filosofo del cristianesimo democratico Jacques Maritain. Nei suoi discorsi, ricorreva spesso allo straordinario passo evangelico che San Matteo mette in bocca al Cristo (Matt 6,25:34): Perciò vi dico: non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.  Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.
Era profondamente convinto che il lavoro, in quanto Beruf, vocazione, chiamata, avesse un’aura di sacralità, una dignità che non potesse essere misurata dal solo compenso monetario. Per questo oggi si sarebbe certamente battuto contro lo svilimento del lavoro ad opera della attuale cultura d’impresa, per il quale il lavoratore è un oggetto intercambiabile da motivare esclusivamente con la carota dell’incentivo di carattere pecuniario o con il bastone del licenziamento. Il che, alla lunga, impoverisce le relazioni sociali  nelle organizzazioni e si ripercuote negativamente sulla stessa produttività.
Olivetti era convinto che l’impresa avesse un ruolo sociale ben preciso: lo sviluppo integrale della persona umana, la promozione della democrazia economica (e non solo politica) e della Bellezza del territorio in cui opera. Per questo chiamò in azienda tanti grandi sociologi come Ferrarotti e Gallino, psicologi come Musatti, Novara, Rozzi, scrittori come Paolo Volponi e Geno Pampaloni. Per questo mise a disposizione dei suoi operai una vasta biblioteca, organizzò corsi di storia dell’arte e d’urbanistica, portò in Italia con la sua casa editrice (Le Edizioni di Comunità) i testi dei più grandi economisti e scienziati della politica stranieri, come Kenneth Galbraith e Hannah Arendt.
Poi morì. E il nocciolo duro del grande capitalismo italiano – Mediobanca, Agnelli – decise di liquidare la Olivetti del primo computer da tavolo come un “neo da estirpare”: la divisione elettronica fu quindi ceduta alla General Electric, segnando la fine di quella straordinaria esperienza.
Tuttavia, la voce di Adriano, come quella di Mattei e Don Lorenzo, ci parlano ancora, in un coro che oggi griderebbe, soprattutto ai più giovani: non rassegnatevi! Non possiamo più permetterci il lusso dell’indifferenza: è tempo di tornare a camminare insieme, sulla “cattiva strada” da loro indicata.

federico.stoppa@tiscali.it

Non tutte le stelle sono pulsanti #3

(… segue da parte #2)

– Lo vedo bene come si sono sviluppati questi eventi senza un misero di intralcio! Guardati un po’: ti ritrovi qui, alla tua giovane età, seduto tra vecchi decrepiti rincitrulliti e per di più ubriaconi, a ingollare ogni sera litri e litri di birra, quando invece... Potresti benissimo essere in compagnia di una ragazza che ti fa perdere la testa, e che ti adora, e che si prende cura di te come tu di lei... Potresti accompagnarla al cinema, to’ al teatro se ti garba, e prepararle delle squisite cene a lume di candela su di una terrazza con vista mare e accoccolarti poi teneramente avvolto con lei, in un groviglio esasperato di lenzuola... Ecco bello e confezionato il tuo corso degli eventi! Bel lavoro, nulla da dire: impeccabile da ogni angolazione, davvero!... Ehi, pronto? Ci sei? Sveglia Ragazzo mio! Sì dico proprio a te!! Se mi fossi trovato io in una ghiotta occasione del genere mi ci sarei buttato a capofitto, altroché! Invece di stare lì a tentennare vacillante: questi succulenti varchi temporali, ragazzo mio, capitano poche volte nella vita; bisogna tenere sempre l’occhio allenato per riconoscerli subito, senza esitazioni, senza indugio, senza pensarci minimamente un attimo... Il mio consiglio è: calza una fionda e via, catapultati! In modo da cascarci letteralmente dentro... Fidati, non sbagli!
– Caro buon vecchio Oscar, – riprese interrogativo Italo tamburellando le dita sul banco – mi stai forse dicendo che tu alla mia età eri un tipo così sfrontato con le donne da navigare vittorioso in quella tempesta che ha solo e sempre seminato vinti? e che per la sua peculiarità si imbatte costantemente su chi, suo malgrado, tenta un approccio di apertura verso quel mondo così meravigliosamente problematico, ma anche così insensato nella sua complessità, che è stato alla fin fine definito come – racchiudendo l’enormità del concetto – Universo femminile? E che ci capivi alla grande di apro e chiudo le virgolette ghiotti-e-succulenti-varchi-temporali tanto da identificarli prontamente, riconoscerli nella loro inconfondibile potenzialità amorosa e immergerti in essi a capofitto senza alcuna esitazione?! Ma fammi il piacere! – E questa volta fu Italo che cominciò a ridacchiare di gusto, facendo segno a Martino se, per piacere, poteva portargli un’altra birra.
– Non sarò stato di certo un irresistibile latin lover, – aggiunse timidamente il postino – tuttavia ho fatto il mio, avendo amato le uniche due donne della mia vita che, caso ha voluto, mi hanno piantato entrambe per un altro; in scioltezza per di più... Così, mi sono ritrovato col vivere solo, coltivando, col passare degli anni, una sincera e amara disillusione verso questo desiderio tanto contradditorio quanto schizofrenico che ancora in molti chiamano amore. Dopodiché, avvilito da quelle piacevoli sensazioni rimaste solo un ricordo stropicciato, ho vinto un concorso fortuito alle poste e ho incominciato a sfrecciare indisturbato per le strade paesane, dedicando anima e corpo al lavoro, senz’altri pensieri, da una villetta a monte ad un’altra in riva al mare, consegnando posta e raccomandate sempre col sorriso stampato in viso: desideravo solo consegnare buone e indesiderate notizie, e magari anche qualche isolata lettera d’amore che desse un minimo di conforto nell’illusione... Perché vedi, anche se è solo una forte illusione che vive della sua precarietà l’amore è pur sempre un sentimento travolgente, per cui ne vale sempre la pena; perché nonostante tutto, nelle gioie e nelle tribolazioni, ti permette di sentire quando respiri e perché respiri, e magari, se tutto questo è così davvero sinceramente corrisposto, ti consente addirittura di condividere all’unisono il suo cerimoniale appassionato, con una persona che indossa come te il tuo stesso animo, reso forte e arrendevole al contempo poiché attinge alla fonte dell’incanto...
– Ma non avevi appena detto di essere un disilluso recidivo e solitario? – Domandò Italo con un sorrisino che si intromise nella pausa.
– Certo che lo sono, ma che scherzi? – Tuonò Oscar come mosso da un impeto confuso, e poi continuò – Ma non lo sai che la birra è famosissima per i suoi dannati sproloqui? Soprattutto se assunta in queste modeste quantità poi... Martino? – Fece segno al barista – Me ne porteresti gentilmente un’altra? Ti ringrazio.
E ordinata l’ennesima birra traboccante gli si illuminò la lampadina di un ricordo – A proposito di buste contenenti lettere, che idiota! Mi è sfuggito completamente di zucca... Qualche giorno fa è passata una ragazza mora alle poste, devo dire davvero un bel bocconcino... Ero appena rientrato dopo aver terminato il giro di consegne, e mi ha chiesto se, per cortesia, potevo recapitare una busta con francobollo, sebbene non fosse indicato alcun indirizzo sul retro; se conoscevo, insomma, il nominativo riportato sulla busta e potevo ugualmente consegnarla al legittimo destinatario... Ha detto che se l’è ritrovata erroneamente nella buca di casa sua; ma io non ci credo, dato che non l’ho mai vista da queste parti... E indovina un po’ che nome c’è scritto sulla busta immacolata? To’, per te: vista la consistenza e il peso suppongo contenga una lettera...
Così la lettera scivolò adagio nelle mani di Italo. Un sorriso d’intesa tra i due chiuse la conversazione e un sorso scese fresco lungo la gola. Proprio in quel momento la mente del nostro giovane rampollo tornò a quegli occhi luccicanti nella notte di San Lorenzo, come per meditazione, tra le sospese scintille scoppiettanti dei falò. Fuori intanto era ormai buio e la sera era calata da un pezzo. L’atmosfera sapeva di umido e le rimanenti goccioline sopravvissute alla pioggia accarezzavano lente le foglie degli alberi appesantiti. S’incamminò verso il mare senza pensarci, con andamento leggero e saltellante, proprio di chi si è appena fornito di un prezioso carico e non sa se dispensarlo in giro o goderselo tutto per sé, trasognato e passeggero. Era chiaro anche alle timide lumache spuntate qua e là che era riuscito a raccattare una sbronza di quelle memorabili. Al ché, aperto all’orizzonte delle onde rigate di bianco, abbracciò quel profumo di mare così amico e si rannicchiò, solo soletto, su un scoglio avvolto da improvvise folate di vento.
(continua parte #4)

giovedì 10 ottobre 2013

Un po' di sociologia urbana pesa

La città come nuova questione sociale

I mutamenti storici che stiamo vivendo, attraverso la loro carica innovativa, tendono a manifestarsi più che altrove – e con una modalità al contempo più incisiva ed esplicita – all’interno dei centri urbani che abitiamo o attraversiamo a vario titolo. La portata di tale affermazione, nell’ottica di una società complessa, consiste nel riconoscere le città come dei nuovi punti di “condensazione”, in cui vanno a confluire i flussi e le dinamiche che si manifestano a livello planetario. Proprio per questo motivo, tali punti andranno a configurarsi sempre più come i nodi della cosiddetta “rete globale” (Magatti, 2007). In merito a ciò, occorre sottolineare come i processi di globalizzazione non riguardino solamente le trasformazioni che stanno investendo i rapporti tra economia e politica, né tantomeno possano identificarsi principalmente, e nello specifico, come dei fenomeni innovativi dal punto di vista economico o culturale (Sebastiani, 2007). Quello che si sta manifestando ulteriormente, e che vede come protagoniste indiscusse le città, prevede una ri-organizzazione spaziale della vita sociale (Magatti, 2007), che si esplica nella tensione incessante della dialettica tra globale e locale. Ecco che allora la globalizzazione, oltre ad estendere le tipologie e la quantità di relazioni possibili, modifica altresì il modo in cui esse vengono vissute e agite all’interno dei contesti urbani. Per realizzare ciò viene operato un doppio processo (Magatti, 2007): da un lato una despazializzazione, che mette in crisi i precedenti assetti riguardanti gli spazi sociali – con riferimento particolare agli stati nazionali; dall’altro una rispazializzazione, riguardante la creazione di nuove geografie, che permette una ridefinizione strutturale dell’organizzazione della vita sociale nelle città. Per questo motivo «le città contemporanee sono il palcoscenico o il campo di battaglia su cui i poteri globali e significati e identità ostinatamente locali, si scontrano, lottano e cercano un accordo soddisfacente, o appena sopportabile, una modalità di coabitazione che si spera sia una pace duratura ma che di norma si rileva soltanto un armistizio» (Bauman, 2007: 92-93). Queste tensioni, dunque, prevedono un incontro-scontro tra le logiche macrosistemiche e la vita concreta dei singoli e dei gruppi. La logica dei flussi – con tutto ciò che essa comporta, in termini di mobilità generata da interessi, spostamenti delle popolazioni e tecnologie – viene ricontestualizzata e ricondotta alle esperienze e alle relazioni della logica dei luoghi, i frames principali della memoria e delle sedentarietà. Quest’ultimi, infatti, detengono una certa importanza per la vita sociale di ciascun individuo, in quanto i processi identitari sono strutturati dalle specifiche rappresentazioni simboliche di un territorio, che la comunità riceve ed insieme costruisce (Callari Galli, 2009). Da tale dialettica, però, consegue una riorganizzazione spaziale del mondo sociale che si presenta dai tratti inediti: la città non aspira più ad essere il “luogo del vissuto”, in cui viene sedimentata l’esperienza comune ma, al contrario, diviene il “luogo del vivente” in cui il luogo stesso assume un valore prettamente strumentale, prefigurandosi, dunque, come un sistema di disparate opportunità per l’azione e la realizzazione individuale (Magatti, 2007). Pertanto, i diversi luoghi che compongono la città assumono significati diversificati e, acquisendo funzioni sempre più specializzate, esprimono un codice tecnico specifico che consente loro di collegarsi con altri luoghi simili sparsi in tutto il mondo. Tutto ciò comporta uno scollamento del tessuto sociale che, invece di tenere insieme queste diverse funzioni, riduce drasticamente il valore integrativo del luogo (Magatti, 2007), permettendo al contempo il dileguarsi di una socialità che si rende sempre meno diffusa e spontanea. In definitiva, la differenziazione marcata di funzioni, all’interno della città, prevede la convivenza forzata di mondi diversi e disuguali che, non avendo alcun interesse ad incrociarsi, rischiano di rilevarsi una pericolosa alchimia sociale (Magatti, 2007). La città in questo modo diventa «un agglomerato di funzioni e di popolazioni diverse, che rischiano di non sapere più esattamente da che cosa sono tenute insieme» (Magatti, 2007: 27). A fronte di queste trasformazioni, e delle esigenze di mediazione tra tensioni globali e locali, la città diviene – nel suo complesso – una nuova questione sociale, poiché «è l’oggetto forse più utile mediante il quale leggere la trasformazione contemporanea» (Magatti, 2007: 19).

martedì 8 ottobre 2013

Il futuro è sempre altrove

Vai o resti, resti o vai: dicotomia intercambiabile e indissolubile, 2 carte su un medesimo banco verdeggiante; eh già. Perché quante volte vi è capitato di pensarci, di rimuginarci, di stare lì e di non fare un emerito bip pur di trovare una soluzione plausibile a tutto ciò, ma nulla: tutta riecheggia ghignante nei meandri dei continui rimandi, che rimangono lì, nelle orbite delle speranze lontane e, guarda un po’, nella loro eterna fugacità sono fatte sempre di quella loro polvere ulteriormente polverizzata, la stessa che ritrovi nell’irrimediabilmente inafferrabile. Tante volte lo abbiamo pensato e magari lo abbiamo anche fatto quel passo, quello stesso passo che ci portava lontano dal presente, da una situazione insopportabilmente statica, tanto da pensare: sai che c’è? Io parto. Quante volte. Sì perché tutto ciò che vogliamo, tutto ciò che ci prefiguriamo è sempre e comunque realizzabile, è lì, astrattamente, nel paesaggio lussurioso e ondeggiante nella nostra mente sognante ma, non si sa perché, è sempre di rovescio insopportabilmente sbeffeggiante a eoni di km di distanza. E quindi parti, e ti conquisti il conquistabile, afferri tutto quello che puoi e cerchi di costruirti tutto quello che potevi desiderare, in termini di persone, di luoghi nuovi e desiderosi di scoperta e di cibi e di culture sempre nuove e sbalorditive e di tanto altro e altro ancora che per sempre si inscriverà nella tua autobiografia che si alimenta e si arricchisce, sempre di più, sempre di più: una spugna fradicia; e poi? Tutto torna uguale: il costante ritorno dell’insoddisfazione si radica in noi come un veleno in circolo e ci avvelena, giorno dopo giorno, ci scuote di un vigore assassino che desidera nuovi e arditi e sempre lontani desideri. Quante volte. Io, non so voi, ho perso il conto. È tutto sempre fuori portata, e non si sa come. Non siamo che, eternamente e irrimediabilmente, delle eterne ed inutili menti malsane ed insoddisfatte. Poi ci va di mezzo pure la congiuntura economica del bip, un casino di complessità che solo a spiegarla a parole ti ingarbuglia la lingua per quanto è inspiegabile; e ci perseguita, ci costringe e pensare con quelle stesse categorie di desiderio ma moltiplicandole mille volte ancora, e ancora; e allora non ne esci più, e pensi che il mondo anche se è stato guastato, perché sì, è stato schifosamente e cinicamente guastato, e ridotto all’implosione questa implosione è bella, perché ci dicono (ma lo osserviamo anche da noi) riserva l’esplosione inversa delle possibilità, delle miriadi di possibilità possibili altrimenti e in altri luoghi, e non si sa come sempre preferibilmente lontani. È questo che sostanzialmente ci frega: il sapore mai provato realmente della tanto anelata felicità. E qui si potrebbero aprire capitoloni a mo’ di mattoni reggenti scrivanie millenarie sul fatto concreto se la felicità esista o no, o di cosa realmente si tratti, se è un qualcosa “fattibilmente” fattibile (la ricorsività delle parole è doverosa per l’incazzatura), o solo un puro meccanismo mentale inventato dall’uomo per rendersi da sé (sottolineo da sé) più prodigiosa un’esistenza fatta di continui e stenti e malriusciti successi. E allora tocca restare o andare: o rimanere nel passato di un futuro tanto desiderato ma ormai catalogato o nel presente, proiettato nel prossimo futuro che ancora sarà... È un ciclo senza fine, non c’è nulla da fare e noi dobbiamo solo mantenerci in forma in un perpetuo allenamento, quel sudore di prospettive che potremmo definire ridendoci su apro e chiudo le virgolette spasmodico. Nulla di più, nulla di meno.